mercoledì 24 ottobre 2018

Chapeau Nelson Mandela!

Alla fermata dell'autobus, Corsico, una domenica pomeriggio di fine settembre. Un marocchino sui 35 parlava in arabo concitato al telefono. Vicino a lui una donna ben in carne, somatico tipico, carnagione olivastra, occhiali da sole a specchio , jeans attillati. Il marocchino finisce la telefonata e mi guarda.
-Zio, è dura avere due mogli.
-Tu hai due mogli? , gli dico. Indosso jeans e felpa sportiva e zaino verde con dentro taccuino, una copia di "Moon Palace" di Paul Auster, che sto leggendo e la macchina fotografica.
-Sì, certo, noi possiamo.
-Ah, già, siete mussulmani.
-Non c'entra niente essere mussulmani. Io le posso mantenere.
-Ah, che lavoro fai, scusa?
-Il magazziniere, dice. E sorride. Poi squilla ancora il suo cellulare. Sembra che si stia incazzando con chi lo chiama.
-E' mia moglie, dice, quell'altra, quella che vuole un armadio per metterci dentro la tv. E lo vuole subito! Poi attacca a parlare in arabo. L'altra donna, l'altra moglie sghignazza di brutto divertita.
Approfitto per chiederle se è vero, che lei è la seconda moglie.
-Sì, dice.
-Eh...scusa se chiedo, ma ti piace?
Il marocchino , maglia a maniche corte, pizzo, pancia sporgente, continua a concionare fitto al telefono, sembra ci siano divergenze di opinione.
-Fino a che mi conviene, va bene, dice lei. E mi sorride..
-Ma siamo in Italia, non sei obbligata, dico.
-Infatti, nessuno mi obbliga. Tanto i mariti hanno tutti due o tre donne. Noi facciamo le cose aperte, secondo legge.
Resto senza parole. Ma la tizia non sembra avere tutti i torti.
-Ma puoi divorziare, se vuoi?
-Certo, quando voglio. Se lui trattare male io posso. Sempre secondo Corano.
Arriva l'autobus, il marocchino ha smesso di litigare al telefono con la moglie numero 1. Deve essere più carina e , di conseguenza, più pretenziosa.
-Lei brava, questa moglie qua, fa rivolto alla donna che sale con noi sull'autobus. Lei mandava soldi a me quando era in Marocco. E le dà una carezza sul capo, le carezza i capelli lunghi legati a coda equina un po' mesciati.
Mi siedo e li osservo parlare. Squilla ancora il cellulare , a lui, al magrebino. Alza gli occhi al cielo come per imprecare. Deve essere la moglie numero 1. La donna seduta sul sedile a fianco ride apertamente. Sembra divertirsi.
Due fermate dopo scendono.
-Ciao, zio, mi fa, scendendo dall'autobus , con un sorriso contagioso. E io non posso fare a meno di pensare, non sappiano nulla dell'Islam. Non sappiamo nulla di come si vive l'Islam. E, sotto una certa angolatura, della grossa, forse Maometto aveva previsto l'infedeltà coniugale alle lunga e aveva tentato una sorta di legalizzazione. Potremmo pensare per legalizzare le corna, ma potrebbe anche essere che a talune donne stia bene. Chi siamo noi per giudicare? Cristiani che si sposano e hanno concubine a destra e a manca clandestinamente e che clandestinamente si fanno altre famiglie , che, per inciso, non hanno tutele legali rispetto alle famiglie ufficiali?


A Romolo, scendo dall'autobus e prendo la metropolitana. E' strapiena, direzione Cadorna. Da lì conosco un certo percorso che a piedi, attraversando Parco Sempione mi porta in via Paolo Sarpi, piena Chinatown milanese. In piedi davanti a me, sono riuscito a sedermi-chi sa perché, nessuno vuol sedersi nei posti in mezzo, ma sempre agli estremi dei posti in fila dei vagoni della metro, quasi che evitassimo la prossimità fisica degli altri da noi- ci sono due giovani, una coppia di ragazzi sudamericani. Potrebbero essere peruviani, equadoregni, gente latinamericana di idioma ispanico. Lui grassottello, cappellino da giocatore di baseball, pantaloncini, scarpe da basket americane, t-shirt di qualche squadra di baseball. Lei , volto incaico, naso un po' schiacciato, zigomi indio, anche lei con un po' di pancetta sporgente. Hanno entrambi in mano una birra da tre quarti Moretti ciascuno. E trangugiano in quelle bottiglie di giustezza, di quando in quando, assaporando. Tra un effusione e l'altra. Si strusciano e pomiciano davanti a tutti. Lei sembra più grande di lui. Ad un tratto lui le morde il lobo dell'orecchio. Poi scendono alla fermata successiva. Due anziani commentavano disgustati. Io posso convenire che la libertà d'espressione corporea deve svolgersi nel rispetto degli sguardi altrui. E ne convengo. Però tutto sommato, quante volte ho visto dei ragazzi italiani rovistarsi con le lingue le rispettive tonsille . E li abbiamo guardati con lo stesso disgusto, con la stessa riprovazione? O abbiamo tollerato perché siamo stati giovani anche noi. Diciamola tutta, è istintivo pensare allo straniero che viene ospite a casa tua e si comporta come se fosse a casa sua. Ma essere giovani è una nazione unica. Ed essere liberi nella propria privacy un valore universale.


Scendo a Cadorna e sulla piazza sotto gli alberi, mentre guardo l'Ago di Milano rossoverde di Gae Aulenti, su delle panchine e dei tavoli di pietra, anziane matrioske bielorusse e ucraine consumano il pasto della domenica, in libera uscita dai loro vegliardi euroccidentali moribondi ...fette di salumi in carta oleata ben aperti, pane e vodka. E vecchi racconti della madrepatrie ex sovietiche.
Attraverso la piazza e mi dirigo verso il Castello Sforzesco. Sulla pista pedonale intorno al castello sfrecciano biciclette, pattinatori, joggers. Entro nel castello, nello stretto budello che lo attraversa e mi immergo nel torrente umano dei turisti nippo-russo-cino-anglo-americani. Lo spiazzo interno del castello è pieno di gente che fa selfies , che fotografa a destra e a manca. Fuori dal Castello uno spiazzo di terra battuta bianca, gente dappertutto, bella giornata di sole, e scelgono l'aria, la natura, gli alberi, l'hashish venduto dietro i cespugli, freesbe inseguiti dai cani, cani inseguiti dai freesbe, freesbe e cani che inseguono gente...e quando non so più distinguere la reificazione è completa. Attraverso il ponticello sul laghetto pieno di trote e uccelli acquatici, qualche artista di strada qua e là che racimola spiccioli schitarrando qualcosa o percuotendo bidoni di latta e plastica, e poi le tribunette dove i soliti Senegal boys si esibiscono in percussioni infinite , in apnea, quasi, senza tempo e senza tempi, a volte a tempo, a volte fuori tempo, ma sempre interessante sottofondo tribale per le varie tribù della metropoli che sfilano sulle sterrate del parco o sui prati verdi-una ragazza distesa al sole su un prato solitario, un palco di cementarmato di un Teatro permanente da poco costruito sullo sfondo, legge un libro di psicologia, immagine tautologica di chi pensa che bisogna essere pazzi ancora a leggere al giorno d'oggi, invece di chattare- cingalesi che si muovono con le loro famiglie numerose, con abiti sgargianti che odorano di curry, centrafricani che , lì a fianco, si danno da fare a giocare a basket per sentirsi afroamericani per qualche studentessa fuorisede appulolucanocalabrosicula...e poi ecclo lì: l'Arco della Pace, circondato da un enorme ammattonato e proprio lì, fuori dal parco dei gradoni che fanno da tribunetta. Mi siedo e faccio le mie meditazioni, leggo un po' Moon Palace, scrivo qualcosa su un taccuino, mentre davanti a me due ragazze sui 25 sfumacchiano e commentano sui rispettivi possibili fidanzati rincitrulliti ad libitum-per favore ditemi qualcosa che non so, a auell'età è troppo facile papparvi gli ometti, poi più tardi ci sarà la rivolta di Spartacus e di tutti i barboncini_maschi al guinzaglio-...Mentre sono davanti a quel meraviglioso monumento che i milanesi ersero per Napoleone ( e che adesso vorrebbe Di Maio, ne deve ingurgitare friarelli!) e che oggi è diventato un luogo magico di pace e tranquillità, poco popolato, per fortuna, ma da gente giusta alla ricerca di una palestra di meditazione spirituale tipo Stonehenge. Mi accorgo di aver parlato troppo presto allorché vedo due neri centrafricani vestiti da artisti, uno con i capelli ossigenati, più minuto e barba scura, l'altro con i capelli rossi, più massicccio e corpulento. Sono venuti a girare un video con un regista italiano che poggia uno smartphone con il pezzo a tutto volume e i due nostri eroi della razza nera che vuole diventare bianca, si agitano ballando e muovendo la bocca come certe dragqueen che cantano in playback in spettacoli a suo  modo divertenti-se sono LORO a farlo- Mentre il regista, un giovane italiano munito di telecamera e attrezzatura e tutto, gira il video rap, fa l'occhietto alla nera che regge un pannello a destro della scena che deve togliere un po' di riflesso. La nera sorride come se le avessero infibulato le orecchie, quasi soffrendo per la falsità. Sembra voleri dire, penso, credevo d aver fatto un salto di qualità, con questo bianco ricco e talentuoso, ma invece sono tornata a fare la sguattera, sia pur d scena.  Mi alzo e attraverso la piazza, disgustato da tutta questa gente che vuol'essere qualcun altro e mi dirigo verso via Paolo Sarpi. Ci arrivo dieci minuti dopo, in questa via al centro della Chinatown milanese, piena di china-boys, di ristoranti cinesi, supermercati cinesi. Mi fermo davanti ad un food di strada cinese, prorio a fianco a "La Vucciria", posto che spaccia arancini , cannuoli e la mitica e icastica birra "Minchia", che mi viene fatto di pensare, come resistono alla concorrenza dei "Mo" e dei "Baozi", panini ripieni di carne di maiale e manzo e verdure tritate a due euro al pezzo. Infatti poco dopo mi rifornisco anch'io, dopo una breve fila, dietro turisti neozelandesi . E c'è una coppia tenera, lei non vedente che chiede di mangiare vegano, e le cinesi dietro al banco capiscono e la accontentano, con un involtino primavera fatto sul momento cn i fiocchi, altro che  i surgelati dei ristocinesi da navigli. Quando servono me la cinese dietro al bancone mi dice il prezzo: "tutto quello che vuoi, dico e che sarà mai", le faccio. lei ride follemente. Boh, sarà per questo che il riso è il loro piatto nazionale? Mentre mi avvio lungo Palo Sarpi con i mie panini in mano che divoro in cammino sorseggiando una Manabrea gelida, alcune donne cinesi vestite in modo sensuale, si muovono in modo sgraziato, tanto da sembrare un pugno nell'occhio di un Polifemo voyeur. E resto a guardarle con una certa ammirazione , dovuta al loro assoluto menefreghismo , persino mentre vedono passare altre ragazze cinesi da film porno che sprizzano sensualità alla Gong Li scappata da una tenutaria di bordelli mafiosa. Che meraviglia andarsene in giro per Milano multietnica e che tristezza sarebbe una città popolata invece di muratori bergamaschi avvinazzati che si aggirano per una metropoli lombarda priva di stranieri. Chapeau Nelson Mandela!

martedì 11 settembre 2018

L'estate del 1018, parte 4

Mancano un paio di giorni al ritorno al lavoro, al ritorno in Lombardia. Il Brother , mia nipote e mia cognata sono già rientrati in Emilia, dove risiedono. Quindi mi godo gli ultimi istanti della mia vacanza marina. Ho scelto una stupenda insenatura dietro la torre saracena di Torre Pozzella, tratto di mare fortunatamente non "asfaltato" da insulse spianate di villette a schiera di villaggi turistici( i cui pozzi neri finiscono nello stesso mare nel quale poi i residenti si bagnano), che è posizionato , sulla costa adriatica, tra Ostuni e Carovigno. Un fitto reticolo di strade sterrate, a cui si accede dalla 379, storica litoranea che da Bari va fino a Lecce, si insinua in mezzo alla macchia mediterranea di lentischi, timo, rosmarino , ginestra ed altro, finchè non si arriva al mare. Tutto questo tratto di costa è fiordizzato da insenature accessibili da scogli o spiagge sabbiose, a seconda dei gusti dei bagnanti. La mia insenatura non ha spiaggia, si apre come una piscina ellissoidale, alle spalle della torre saracena, così denominata in riferimento al fatto che doveva servire per avvistare di lontano navi di incursori saraceni, pronti a sbarcare per portare razzie e , verosimilmente, nuovi nascituri arabi, le cui anatomie sono a tutt'oggi ben visibili nella popolazione locale.
Siamo a cavallo fra la fine di luglio e l'inizio di agosto e quindi il luogo è particolarmente affollato, perché sono già giunti quelli del secondo turno di ferie, che poi sono i più numerosi, perché, internet generation o meno, resta agosto il mese in cui "la fabbriche" o gli uffici, chiudono. La conca è affollata di famigliole, venete, lombarde e piemontesi. Ma di queste i veneti solo sono autoctoni della propria regione (che tanto amano disprezzando le regioni altrui tanto che vengono a sciacquarsi gli zebedei nei nostri mari pugliesi), gli altri sono emigrati di queste parti o figli di emigrati delle nostre parti. Ed è divertente e drammatico  osservare come si tuffino e come nuotano questi ultimi (quasi i veneti si disimpegnano acquaticamente meglio, magari hanno imparato in piscina), avendo del tutto perso i caratteri originari dell'acquaticità naturale di chi in questi luoghi vi è nato e li frequenta. Gli stili di nuoto semilibero , con la testa fuori dall'acqua e le braccia a strisciare sull'acqua facendo il doppio della fatica, i tuffi di testa con le gambe che si ripiegano su se stesse come i grilli del campo qui nei pressi, i dialoghi con accenti vagamente settentrionali venati dalle calate parlare a lungo in famiglia del tutto abbatantuoniane, fino alla richiesta di una donna sui 35 che dal basso dell'acqua, vedendomi in piedi sugli scogli indeciso sul da farsi e in costante osservazione, mi chiede se è rischioso addentrarsi a largo, oltre il limine della punta dell'ellissi di scogli dentro cui stanno sguazzando allegramente come bambini nella vasca da bagno. Alla mia risposta che potrebbe essere pericoloso- del resto la sua tecnica natatoria non mi pare un praeclaro esempio di nuotata olimpica-con un tizio scuro di carnagione che l'accompagna delle bracciate stilisticamente fraudolente, s'avventura lo stesso. Giunti oltre le colonne d'Ercole dell'insenatura lui nuotando con una certa scioltezza (secondo lui) le dice che sono un coglione, figuriamoci se è pericoloso nuotare al largo, con chi credo di parlare?
Io sorrido dentro me stesso, perché è esattamente il tipo di reazione da maschio alfa memore dei cortili dell'infanzia meridionale che m'aspettavo e che a me, strano sin dall''infanzia, ha fatto sempre un po' ridere. Quel gallismo buffonesco e sfrontato del metterla sempre sul personale, del "leinonsachisonoio" da scuola materna. I due tornano, con le loro nuotate tutt'altro che weismulleriane, sempre commentando fra di loro e lanciandomi sguardi di sfida, se non di disprezzo.
Li vedo arrivare ad uno scoglio e tirarsi su a fatica, col fiatone dei fumatori incalliti. Lei è una bella donna di mezz'età con ciambella di trigliceridi incorporati e fiera d'esserlo (incorporata) e lui un jumbolo con pancetta, nero come il carbone, un Lucio Dalla al contrario quanto dichiarazione d'intenti sessuale, simile fisicamente. Mentre chiacchierano sullo scoglio altri due ragazzi, una coppia sui trent'anni, si esercitano in tuffi dagli scogli lungo tutta l'ellissi, uscendo dall'acqua e tuffandosi varie volte, fino a quando uno di loro, il ragazzo, un giovane moro e glabro, non prende una panciata che fa il rumore di una balena lanciata da un elicottero. I due "torinesi" sullo scoglio s ammazzano dalle risate e lui, subito dopo, dà segni di impazienza, mostrando di voler insegnarci lui, come ci s tuffa. Io mi siedo e apro un libro. Sono l'unico che legge un libro, gli altri astanti , con ombrelloni inseriti negli scogli a colpi di scalpello (tanto non sono di nessuno, questi, è il commento civicamente civico), materassini , asciugamani stesi e sdraio last generation , sono tutti intenti a smanettare nei loro smartphone (o i-phone, non vorrei ricevere querele dalla Apple). Ma il nostro eroe , uscito dall'acqua, come un Nettuno (nessuno pronunciato da un dislalico), ha trovato il posto giusto per tuffarsi. E si ata informando con la gente intorno se sia abbastanza alto per un tuffo di testa. Ma nessuno gli sa rispondere, perché nessuno  ( a parte me) conosce il luogo. Io lo osservo distogliendo lo sguardo dal mio libro. Noto che lui ha notato la nuance. Non può più tirarsi indietro, maschio alfa fino alla fine, fino in fondo. Anche la sua amica lo incita. Spero che non mi tocchi chiamare il 118, penso fra me e me. Ad un certo punto si tuffa, di testa, ma , naturalmente, essendo un portento di coordinazione degno di Jury Chechi, non riesce a distendere in alto le gambe, finendo con il cadere fra pancia e ginocchia. Io resto serio. Quando riemerge dalle acqua, fortunatamente illeso (ma sicuramente con le parti basse "offese" dall'impatto con l'acqua), ostentando sicurezza, fa il segno del pollice in alto alla sua amica. E poi si guarda intorno sperando che non siano stati in molti a notare la sua panciata. Mi osserva dal basso dell'acqua, ma io fingo di leggere il mio libro. Ogni mio organo rideva a crepapelle, anche se da fuori non si notava. Una volta uscito, il novello satiro appulotorinese, ostentava sicurezza, anche se la camminata non era proprio fluida, non tanto perché stava attraversando uno scoglio molto aguzzo a piedi nudi , quanto perché era tutto compreso nell'assorbire il dolore dell'impatto con l'acqua. Anche in me c'era qualcosa di "tutto compreso". Ed era riferito allo spettacolo a cui avevo assistito.

sabato 1 settembre 2018

L'estate del 2018 parte tre

Serata a cena da amici, vicino a dove abito ad Ostuni. Io vivo a Corsico ma Ostuni è casa mia. Ecco tutto. Porto un paio di bottiglie dei miei vini preferiti: Negramaro e Primitivo. Invitato da Marco Pera e Tiziana Giangrande. Special guest Anna Dargenio. Me la ricordo Anna Dargenio, da ragazzo: le andavamo tutti dietro. Poi si è fidanzata con uno di noi e ciccia. Poi si separerà. E come spesso succede gli amici di un tempo ecco che si rifanno avanti. E' ancora una bella figliola, ma io sono impegnato con una Venezuelana che mi ha detto un giorno che se la tradisco me lo taglia. Te taglio l'uccello, ha detto, zac. Lei parla tutta così, per onomatopee. E io sono troppo appassionato di uccelli, figuriamoci, ero un membro della Lipu e facevo birdwatching, da ragazzo. E poi ci tengo particolarmente al mio, di uccello: ci sono affezionato, ecco. Marco Pera è un mio lettore appassionato, uno dei miei lettori più appassionati, ha letto tutti i miei libri. E' un lettore, una merce rara di questi tempi. Tanto che acquista tutti i libri che io consiglio di acquistare. Una volta ha scritto su Facebook:" evitate Nico Cordola, fa comprare troppi libri".  Un lettore così, chi non lo vorrebbe: dice che sono uno scrittore cinematografico, filmico, che leggere i miei libri lo rilassa e che si immedesima nelle situazioni. Chi non lo vorrebbe un lettore così. Henry Miller una volta ha detto che lui avrebbe scritto un libro unicamente per un solo lettore, se lo avesse ritenuto necessario, in forma di lettera! Che grande uomo, che scrittore maiuscolo!
Suono al 17 di viale Aldo Manunzio , prendo l'ascensore con una signora e una tizio ipereffeminato al limite del gayo che ha tutta l'aria di esserne il marito. Poi non è detto, fior di gay sono dei maschioni sovraesposti , quanto a mascolinità. Non si può mai dire. Sull'uscio della porta ci abbracciamo. Non con il gayo, che avete capito? Con Marco Pera e Tiziana Giangrande. Tiziana è andata  con me al liceo, qualche classe indietro alla mia. E' andata con me , a scuola, rettifico. E' intelligente, gran senso dell'umorismo, donna curvy d'altri tempi. Marco Pera è un corazziere di quasi due metri che una volta era nei carabinieri, poi s'è appassionato ai computer e si sciroppa 100 chilometri al giorno ad andare e 100 a tornare per andare a lavorare in una multinazionale informatica da qualche parte nel barese. Dopo i convenevoli ci sediamo a tavola su questa bella terrazza che ti fa pensare che si potrebbe vivere tutta la vita  lì, con vista parco, estate e inverno, a leggere, mangiare e aspettare l'alba, senza la minima voglia di volersene andare in vacanza.
La tavola è ben imbandita, ma ancora devono arrivare i piatti, in attesa di Anna Dargenio. Ma cinque minuti dopo suonano al citofono. E due minuti dopo Anna Dargenio,  una specie di Renee Zellweger più matura, appare sull'impiantito mattonellato della terrazza. Ci salutiamo con affetto , ricordando i tempi passati. E' proprio una Bridget Jones poco più che quarantenne, visto che pennella  su facebook dei post diaristici che mettono in scena in modo esilarante i tratti nevrotici , comici e divertenti di una generazione poco rappresentata in opere d'arte come libri e film. Io la seguo con divertimento. A volte è davvero buffa, e il suo umorismo è la causa principale per cui non si fidanza da tempo con nessuno: almeno ufficialmente. Il senso dell'umorismo, signori e signore, sappiatelo, specie in una donna, mette gli uomini a disagio. Nessuno vorrebbe essere sapientemente e sarcasticamente sezionato di fronte ad una propria défaillance. Nemmeno se riuscisse a capire che una donna intelligente non darebbe davvero peso ad un episodio di questo tipo. Ma poi noi penseremmo, noi uomini, ad un episodio no, ma se dovesse ripetersi? Lasciamo perdere e concentriamoci sulla serata. Il mio esordio è tutto da dimenticare, nel momento in cui mi viene fatto di dire, io sono come realmente appaio su Facebook, parafrasando gli annunci delle prostitute. Perché tu leggi gli annunci delle prostitute?, fa Anna. Apriti cielo, come infilarsi in un cul de sac e il mio solito sac di cul, penso...
E insomma per saponettare via da quella situazione per poco non affondo ancora di più. Meglio tacere. La pezza a colori delle ricerche antropologiche per i personaggi dei miei libri non sembra essersela bevuta nessuno. Nemmeno Marco Pera.
La serata scorre piacevole e trattiamo ogni genere di argomenti, ma chi sa come mai quelli più pruriginosi la fanno da padrone. Elenco degli argomenti trattati:
1) Non sono razzista ma i neri non mi piacciono come uomini e non voglio essere trattata da razzista per questo (questo l'ha tirato fuori la Dargenio) . Sotto argomento, non è vero che i neri sono più dotati come misure penieni dei bianchi , è solo che hanno l'attaccatura peniena più in alto. Ci sono bianchi di fronte ai quali  i neri impallidiscono, prendi Siffredi , 23 centimetri (io). Ma come fai a saperlo, c'è un metodo per misurarglielo sullo schermo? Sono le sue misure ufficiali di pornoattore, dico. Comunque  , ad occhio e croce ci dovremmo essere, dico. Altro cul de sac.
2) 50 sfumature di grigio è un bluff oltre che letterario sul piano della descrizioni delle cosiddette descrizioni sessuali, esiste un libro scritto nel '700 dal marchese De Sade Le 120 giornate di Sodoma che comprende un elenco dettagliato in termini di narrazioni particolareggiate che sono ancora oggi alla base degli studi psicanalitici , che, tra l'altro , ricollegano ai miti greci. Me lo compro, dice Marco Pera. Poi non dire che ti faccio spendere soldi, dico io.
La conversazione fugge sagace attraversata da sapidi piatti di orecchiette con pomodorini e cacio ricotta e tonno alla piastra, con antipasti vari di ottima fattura, di carote e fagiolini secondo il suggerimento nutrizionista cromatologico dei cinque colori.
Un inframezzo in cui Marco racconta di questa sua abitudine di andarsi a comprare il vino da Manduria, il mitico primitivo, in nome di un ricordo di suo nonno, che durante la sua infanzia se lo portava appresso a comprare lo stesso vino in una cantina "di comunisti", antecedendo quella sua visita con la farse" io odio i comunisti, ma sanno fare il vino", ci delizia le menti dopo che c'eravamo deliziati i palati.
Ma continuiamo con gli argomenti trattati:
3)Camminare scalzi fa davvero bene (ma a me fa schifo , sempre la Dargenio)
4) Malena è stata la prima in assoluto a farsi riprendere mentre faceva un doppio anale in un film...e questo è Marco Pera.
5)Facebook è meglio di un manuale di antropologia, riesci a conoscere le persone nella loro reale essenza umana ed esistenziale.
6) Il Tao del dragone è un bellissimo libro di filosofia di Bruce Lee, ma , sembrerà paradossale, a me non piacciono le arti marziali. Mi piace il loro spirito. Il che non vuol dire che farmi spaccare la faccia dopo i film di Kung Fu doppiati fuori sincrono negli anni ottante al cinema Roma dei tizi fossero sistematicamente autorizzati e rompermi il setto nasale. Non oso immaginare cosa avrebbero potuto rompermi dopo un film porno.
7) Yuoporn.
Bene, direi che la serata è stata ghiotta culturalmente. Certo c'è anche un modo ironico e colto di parlare di certi argomenti, non volgare e non  precisamente pruriginoso, ma da che mondo e mondo, si sa, tutto ruota intorno al sesso. Del resto è così che siamo nati, no?
Tiziana sorride sorniona, mi conosce bene e la sua ironia sarcastica non cessa a notare la sfumatura, sulla quale le chiedo sapientemente di sfumare, quando, tornando per un attimo sull'argomento iniziale: annunci hard su internet, a me scappa di dire alla Dargenio, davanti al suo reiterato stupore, ma perché avevi fatto un pensierino sul sottoscritto. Ma poi ci guardiamo negli occhi, la Dargenio distratta e soprassediamo. Mauro anche è un'amabile conversatore e mostra interesse quando gli parlo dei libri di Nicolai Lilin. Gli dico che l'ho conosciuto e che gli ho venduto alcuni armadi. E che è arrossito quando gli ho detto che ho letto i suoi libri e che mi erano piaciuti. Ma ho omesso di dirgli che non mi piacciono le sue posizioni antislamiche tout court e il suo nazionalismo russo.
A fine serata facciamo un resume degli argomenti trattati. e ci vergogniamo un poco. Ma dura solo una frazione di secondo. Poi assaggiamo tre tipi di rosoli fatti da Marco Pera e sono davvero deliziosi. Come delizioso è il loro feeling, il feeling con Tiziana, che dura ininterrottamente da 25 anni e una figlia dodicenne di mezzo, cui Marco ha trasmesso il morbo della lettura. Ce ne fossero di 'ste malattie. Ci sarebbero meno bambini schizzati e più adulti consapevoli. O folli. Che sarebbe comunque più divertenti di questi savi guru dell'economia dalle vite regolarissime che non sono stati in grado di prevedere tre crisi economiche mondiali.



martedì 21 agosto 2018

L'estate del 2018, parte due

Uno dei pezzi forti dell'estate sono le sagre delle frazioni di campagna. D'estate riprendono vita, là dove , invece , d'inverno, paiono assopite come villaggi lontani e solitari in deserti siderali di ghiaccio, pur non essendoci ghiaccio, evidentemente. Con il Brother , cognata e nipote, una sera andiamo alla sagra degli "gnummerèedde", a Marinelli. Come molti già sanno gli gnummèeredde più conosciuti come gnummareddi o marretti, a seconda del dialetto locale dei luoghi e delle "nazioni"pugliesi,  sono degli involtini a base di interiora di agnello o capretto in budello e , generalmente vengono piazzati all'interno di un panino, abitualmente rosette, per comodità di smercio e consumazione. Sono un altro dei genius loci alimentari delle nostre terre. Marinelli è una frazione di Cisternino e , passando per questa ridente cittadina, come recitano le stoppose guide turistiche-viene da pensare alla possibile risposta dei dimoranti di questi luoghi con un bel "cazzo c'è da ridere"- ci infiltriamo come guastatori alimentari, pronti alla battaglia del panino selvaggio, nelle campagne limitrofe.
Una volta passati , di sera, attraverso una strada asfaltata in mezzo ad ulivi, muri a secco, pale di fichi d'india, fichi, rovi di more e dimore  e trulli aviti, giungiamo nel luogo destinato: un pugno di case circondate da piccoli poderi agricoli, con al centro una chiesetta e , intorno alle chiesetta, uno slargo che si potrebbe definire piazza. Lasciamo la car non lontano e , a piedi ci dirigiamo verso la piazza, epicentro della sagra. Lungo il percorso, sulla destra, veniamo attratti da un negozio di alimentari, una vecchia bottega come quelle di una volta, che reca, all'ingresso di un piazzale gremito di spartani tavolini metallici, un cartello con la scritta a pennarello nero: panzerotti. In pratica il fumetto di un grido, di un annuncio , da non lasciare assolutamente in sospeso. Ci accomodiamo allegramente e ordiniamo i panzerotti. Da bere la rarissima , per la zona tempestata dalle mafie commerciali baresi, birra Raffo. Come noto la birra Raffo è originaria di Taranto, ma dalle nostre parti per motivi commerciali è difficile trovarla in luogo delle maggiormente presenti Peroni e Dreher, quest'ultima pronunciata secondo la vulgata muratoriale dei luoghi , Drekèr! Smettiamo però immediatamente di chiederci perché una birra prodotta in Puglia abbia così difficoltà a imporsi nel mercato locale, quando io l'ho trovata persino all'Auchan di Cesano Boscone, allorché giungono gli agognati panzerotti. Li divoriamo saggiandone la frittura leggera a cui sono stati sottoposti. Mentre osserviamo con stupore e meraviglia un forno installato e divenuto tutt'uno, su un'ape , lì di fronte. Forse per arrostiture itineranti in contrade intorno. Ci risolleviamo dal tavolo e ci dirigiamo verso la piazza. Una spianata di tavolacci e panche da fiera alimentare , già ghermita di gente, sta a lato di uno spazio rotondo che funge da pista da ballo, mentre un'orchestra locale è già impegnata in alligalli vari e un folto gruppo di milfone ben in carne e anzianotti tracagnotti e abbronzati si dà da fare nelle classiche evoluzioni da scuola di ballo socialmente previdenziale. Ma viva il nazpop, viva la spontaneità delle tradizioni popolari, per contro alla discomania postmoderna dello sballo nasale milanese e sesso con chems che senza la chimica non ti tira più l'uccello, per lo stress da lavoro! Peccato, però, che al momento della pizzica, l'opulenza postmoderna alimentare a fronte dell'assenza ormai di manualità nei lavori agricoli-sostituiti con macchine-, persino i quarantenni si siedono sfatti sulle sedie, gli involtini penduli dalle bocche in rigurgiti sedati a stento. Sul lato della chiesetta prospiciente alle scene poc'anzi descritte, una gigantografia pittorica del volto di Giovanni Convertini, un sacerdote in odore di santità morto una quarantina di anni fa e dimorante in passato in questi luoghi ricchi di vita e vegetazione e di vita tutt'altro che vegetativa. Interessante la storia di questo "padre" che finì i suoi giorni occupandosi di volontariato in India , per finire i propri giorni in Bengala, a contatto con genti di varie razze , culture e religioni, con cui pare ebbe scambi sempre molto proficui. Ci mettiamo in coda per i panini e nel ordiniamo alcuni, sempre innaffiati, approfittiamo di questa presenza, di gelida birra Raffo, che ha un gusto che mi ricorda le gelide birre "Skol" brasiliane, molto apprezzate nel nordest della nazione verdeoro di impronta, per certi versi, tutt'ora, agropastorale. Ci sediamo su panche lignee insieme a sconosciuti con cui ci sorridiamo fra una boccata d'aria e l'altra fra i morsi di un panino appetitoso, volutamente privo di salse e salsine americanoidi. La serata scorre leggera, ed è una vera festa di popolo, con balli partecipati, di gruppo, lisci, qualche pizzica a ritmi bradipeschi, volutamente, per permettere qualche passo senza i classici saltelli assatanato da ballerini di San Vito.
E mentre sono al secondo panino, ecco che va in onda l'immancabile, per questi lidi, spettacolo pirotecnico, annunciato con una certa incertezza dallo speaker della manifestazione con un inceppato"fuochi piretici". Alla faccia delle supposte! I fuochi disegnano traiettorie meravigliose squarciando l'aria notturna e tersa con luci e colori multiformi e viene da pensare al sorriso ironico di Padre Convertini che da lassù, sembra osservarci tutti e , a questo punto, pensare, riguardo ai fuochi, chi in Bengala finisce di bengala rifornisce.
L'obbligatoria tappa, inventata dal Brother, a Cisternino, seduti sulla terrazza del bar "Cremeria History di Vignola",a degustare l'unica e incommensurabile torta alla ricotta, conclude la ritemprante serata...dopo mesi di lavoro, traffico, folle inferocite, computer, lavoro, lavoro, macchine, automobili, tangenziali, asfalto, telecamere ovunque a raccatar multe sanabilanci di comuni milanesi, direi che è catartico!

venerdì 17 agosto 2018

L'estate del 2018, parte uno

Eccoci qui , ancora, ancora un'altra estate che il buon Dio mi concede di trascorrere ad Ostuni. Con i miei gloriosi vecchi. Partigiani della sopravvivenza a 86, mio padre ironicamente definito "Il Boss" e mia madre, Donna Germana, come si diceva una volta, alla maniera del linguaggio del rispetto del blasone e della memoria locale, che di anni ne ha 80.


L'autobus della Marino mi lascia davanti al palazzetto dello sport, istoriato delle solite scritte demenziali e di campanile, tra le quali leggo l'immancabile "Ceglie merda", che come si direbbe psicanaliticamente, esprimono una certa malcelata "rosicata", a prescindere.
Ho viaggiato tutta la notte ed ero riuscito a prendere l'ultimo autobus della Marino alla fermata della metro linea gialla, a San Donato. L'autista dell'autobus, un tipo tarchiato e  sveglio, mi aveva chiesto se andassi ad Ostuni, ma io sul biglietto avevo scritto "Rosa Marina", località marina di Ostuni, dove di solito, alla stazione di servizio Erg, fermava. Ma deve andare ad Ostuni?, mi fa. Sì, veramente sarebbe più comodo. Non si preoccupi, "attacco lu ciucciu addo vole lu padrune", dice in brindisino, " ti ci accompagno io", conclude. Prende il mio bagaglio e lo sistema secondo una sequenza di discesa dei passeggeri dall'autobus. Aria di casa, insomma. Prima, viaggiando in metropolitana, avevo visto salire ad una fermata due giovanissime ragazze arabe , indossavano l'hijab e una di loro, dall'avvenenza abbagliante, osservava tutti intorno con aria ironica, divertita. Si muoveva sinuosa come una modella, assieme all'altra, che aveva gli occhiali e reggeva dei libri in mano come portasse delle reliquie. Sono rimaste in piedi ad attendere la loro fermata. Chiacchieravano e sorridevano amabilmente. Due ragazze nate in Italia . Probabilmente molti penseranno che si trattava di ragazze cui le famiglie avessero imposto quell'abbigliamento acconcio alle loro tradizioni. Ma non sembrava che la cosa  le disturbasse  , anzi, a dir il vero, l'hijab, coprendo loro il capo e lasciando in evidenza il volto, pareva la cornice di due quadri leonardeschi, sacri , eppure, come tutte le cose sacre, lasciando trasparire un pizzico di civettuola sensualità. Non credo sia solo il becero feticismo occidentale di cui ovviamente dovrei essere intriso, che mi genera queste riflessioni, ma anche le numerose ragazze conosciute a Milano che vivono questa condizione, le quali, pur lasciate libere dalle loro famiglie- che capiscono che integrarsi ha la prevalenza economica sussistenziale sulla forza della tradizione avita-, hanno scelto scientemente di seguire le tradizioni delle loro origini. Ne ho conosciuta una in particolare, di queste ragazze, una tunisina, nata in Italia da madre Tunisina e padre leccese. Una volta è venuta a trovare suo padre che in quel ristorante fa il cameriere, vestita con abito lungo e hjiab. Be', vi garantisco che quando è entrata la sala del ristorante si  è illuminata di mistica sacralità...un volto bellissimo, olivastro, occhi penetranti e vispi. Suo padre chiacchierando con me poco dopo che la figlia aveva tolto di lì le tende, mi si perdoni l'espressione che se fosse stata pronunciata da Salvini sarebbe stata quantomeno sospetta di razzismo trucidochic, avvicinandosi al tavolo mi ha spiegato che sia sua moglie, una donna Tunisina poco religiosa, che suo a figlia , italianissima nata a Milano, da qualche tempo si erano messe a pregare. Ed avevano sentito questo bisogno di continuare a farlo e di seguire le tradizioni mussulmane, smussate, ovviamente , dagli eccessi del radicalismo dei paesi d'origine. Tanto che si potrebbe affermare che questi esempi potrebbero portare ad un autoriforma dell'Islam , depotenziando, a lungo andare, qualsiasi spinta radicale o estremista.


Comunque avevo viaggiato di notte, per guadagnare un giorno di ferie. Avevo infatti lavorato fino alle 19. Poi ero passato da casa, avevo preso il bagaglio , l'autobus e la metropolitana.


Il Brother, come chiamo affettuosamente mio fratello, un inglesismo, perdonatemi , che viene un po' dai rapper italiconazionali e pronunciato propri così, come si scrive, mio fratello, mi accoglie con il suo solito sorriso franco e gli occhi verdi rubati a mia madre. E' magro, in forma e già abbronzato, essendosi portato avanti, lui residente in Emilia, con qualche puntata weekendina nel ravennate....
Qualche rapido scambio di convenevoli e già attraversiamo la città con un'auto presa al noleggio.
Una volta in campagna l'abbraccio con i miei è sempre commuovente. Sono stato fortunato ad averceli vivi sino alla mia non più verde età. Una perlustrazione alla campagna, la casa è un vecchio fabbricato ereditato dai nonni materni, è un must che mi concedo sempre. Dopo aver incassato una salve di complimenti sul mio girovita, assottigliatosi non poco, dato che da tre mesi , dopo due anni di yoga e basta (il problema non è lo yoga ma il concetto di yogaebasta) , mi ero rimesso a correre. E il risultato era stato stupefacente. Tredici chili persi senza una dieta rigida, ma solo assecondando i desiderata dell'organismo, che , rimettendosi metabolicamente in asse, dava segnali evidenti di non gradire più le abbuffate nevrotiche post stress da lavoro. Intorno alla casa e di fronte dei pini che hanno più di trent'anni. Li ricordo come fosse ieri, piccoli e spelacchiati, dono del papà del mio compagno di scuola Beppe P. , storico forestale ostunese. Sono diventati immensi e i loro tronchi contorti , che spuntano da un tappeto di aghi di pino secchi uniforme, sono ormai immensi. Sulle loro cortecce a profluvie le esuvie delle cicale stazionano chitinose come animaletti preistorici della "Atlantic", storica casa produttrice di soldatini (di cui possedevo tutte le collezioni, giapponesi, nazisti e quant'altro. E l'Armata Rossa-di cui avevo due scatole, perché dovevano vincere sempre!).
Le cicale, mo' è , a dire, con la calura dei trenta e passa gradi, erano scatenate nei loro concerti canori, sottofondo immancabile estivo, genius loci sonoro altosalentino.  Poi l'ettaro di terra intorno, disseminato di ulivi, giovani , diretti nella loro orchestra di crescita, dal vecchio ulivo secolare, vestito da una gonna di pietre a secco tondeggiante e imbiancata a calce, sulla quale ci si siede volentieri. Ad ascoltare i grilli, in quella parte del tramonto, in cui mettono a nanna le cicale. E i meravigliosi alberi di fichi, sui quali controllo che ci siano già, in piena maturazione, questi frutti benefici anticolesterolo e dalle enormi altre virtù. E , in fondo ad un viale sterrato che fende il fondo agricolo a metà, i noci, piantati per volontà di mio zio Stefano, il fratello di mia madre, sempre prodigo di parole misurate e di giustezza, ingegnere e cacciatore d'antan, di cui tutti noi sentiamo la mancanza (scomparso piuttosto prematuramente) e del  quale ricordiamo il tipico saluto di quando in certe lontane estati , ci veniva a trovare, esordendo appena sceso dall'auto parcheggiata sotto i pini con il suo raucale"ueh". A fianco ai noci degli alberi di fico e all'estremo limite, al confine con un altro podere uno storico albero di lentisco, pianta dalle molteplici proprietà. Di fronte, a 50 metri, ce n'è un altro, sotto il quale bisnonno e nonno si sedevano con un vecchio fucile calibro 16 per sparare ai beccafico , che solitamente stazionavano sul lentisco dopo scorpacciate , indovinate un po', omen nome, di fichi...per ripulirsi il becco con la resina dell'albero e dei frutti di praline rosse. In dialetto di chiamano "falavette" e solitamente venivano in gran quantità spennate e servite in tavola dalla nonna Maria, madre di mia madre, cucinate nei più disparati modi. Per cui la falavette prima venivano sparate e poi servite in modi disparati. Niente, l'assonanza nello scorrere dei pensieri, ci sta. Ricordo l'odore della polvere da sparo delle cartucce ricaricate da mio nonno (padre di mia madre)che ho conosciuto di straforo e di cui ho vaghi  ricordi. Sotto il lentisco rovi di more frastagliati crescono rigogliosi e già i frutti sono maturi e pronti per marmellate o ingentilir yougurt. Cammino sulla terra rossa, un colore unico al mondo e che caratterizza tipicamente queste terre appulo salentine. Nostalgia dei filari di viti da cui assaggiavo in tenera età grappoli d'uva di varietà che vanno scomparendo. Sostituite da varietà commercialmente più proficue imposte dalla boria del mercato.
Ripercorro il viale di 80 metri dove da ragazzo mi esercitavo nella corsa veloce senza un gran successo, essendo io più portato alla corsa di resistenza. Ecco, sto bene in mezzo agli alberi e ascolto la voce del vento, che interpreto sciamanicamente, a seconda che spiri o meno, che sia brezza o impetuosa tramontana, che appaia o scompaia come l'alito della terra tra i denti degli ulivi, come segni di approvazione e diniego, ai miei pensieri...

domenica 18 marzo 2018

Frida Kalho e il coraggio di essere se stessi!

E' una domenica di marzo. Una fredda domenica piovosa novembrina di marzo. Vorrei andare al Mudec, Museo delle Culture, in via Tortona a Milano , a vedere la mostra di Frida Kalho. Prendo l'autobus da Corsico. Semivuoto mi lascia a Romolo, fermata della metro linea verde. Le pozze d'acqua sulla strada riflettono gli alberi privi di foglie di una primavera mai giunta. A piedi mi dirigo verso via Tortona, passando su un ponte che si affaccia sulla ferrovia e sul naviglio. Il naviglio è semisecco, pochi centimetri d'acqua dove sguazzano i gamberi di fiume americani che introdotti casualmente alcuni anni fa hanno totalmente soppiantato quelli autoctoni, ormai scomparsi. E' la storia dell'evoluzionismo, sangue giovane, razze più forti, Salvini deve rassegnarsi, anche fra gli umani accadrà inevitabilmente. E non saranno elezioni, leggi o proibizioni a modificare l'inevitabile corso della storia. Siamo una razza debole e decadente, abbiamo bisogno di nuovo sangue, giovane e forte, che impingui il nostro. Ecco l'unica cosa che distingue noi umani dagli animali, sto pensando, non leggi, leggine, barriere doganali, ma l'arte, la capacità di creare. L'arte allieterà il mondo, ci renderà esseri speciali, ma non potrà salvare l'uomo dall'inevitabile destino evoluzionista. Ma gli artisti, queli autentici, questo lo devo dire perché ci credo, gli artisti sono e saranno esseri in grado di vivere la vita pienamente e da semidei: per un solo motivo: hanno il coraggio di essere se stessi. Quando arrivo davanti al Mudec mi accorgo che c'è una fila incredibile. Un tizio all'ingresso in giacca e cravatta, mi dice che se non ho acquistato il biglietto in internet devo fare una coda di tre ore. Pazienza, dico, oggi desisto, tanto la mostra sarà fino a giugno! Uscendo dal Mudec osservo il manifesto tessutizzato che garrisce all'improbabile venticello marzolino che ripropone un famoso autoritratto di Frida Kalho. La saluto e dico che ci vediamo presto. Assaporerò in seguito le sue opere. Di fronte c'è il camioncino di El Caminante, un trucker di Street Food Venezuelano. Ordino un'arepa, caratteristica piadina di farina di mais,  farcita con pollo e verdure. Pedro, l 'inventore di quest'attività che lo ha reso famoso in Italia tanto da interessare persino giornali come La Repubblica e lì dietro al bancone del camioncino, un bel ragazzo di colore, denti bianchissimi, occhiali e cappellino con visiera tipo baseball. Davanti a lui ci sono due giovani studentesse che gli sbavano addosso cianciando di diritti umani in Venezuela che avrebbero studiato all'Università con la stessa mnemotecnica delle tabelline della moltiplicazione. Mentre scambio due parole in spagnolo con Pedro gli dico, estas chicas quieren huevos. Lui scoppia improvvisamente a ridere. Ecco, quello che si dice, dire le cose come stanno. Si rischia di diventare artisti solo per questo. Finisco l'arepa e torno indietro a piedi.
Sull'autobus mi viene in mente una panoplia di considerazioni. Come mai c'è tanto interesse per la mostra di Frida Kalho. Fino all'altro giorno file così si erano viste solo alle casse dell'Ikea il sabato pomeriggio! Provo a pensarci su un momento. Non mi ci vuole molto, un torrente di pensieri mi assale, tanto che rimpiango di non avere un taccuino con me per fissarli subito sulla carta. Per cui adesso questi che scrivo ora sono mediati, meno immediati e istintivi-se solo potessi avere il potere di stampare istantaneamente i pensieri così come mi vengono in mente, con quella stessa velocità con cui mi vengono in mente sarei da Nobel per la letteratura, tutti noi lo saremmo.
Frida Kalho pittrice messicana, ebbe una vita incredibile , da artista. Nata con l'affezione di spina bifida, ebbe un gravissimo incidente mentre era in un autobus ( collise con un tram) che le procurò gravissime lesioni. Durante la vita a causa di questo incidente fu sottoposta a 32 interventi chirurgici. Ecco, mi viene fatto di pensare. Diventò un artista a causa di mesi, di anni, di inattività dal lavoro. Il lavoro è uno dei nemici dell'arte. Il lavoro è tempo torto all'arte. Uno dei motivi per cui Frida divenne artista e potè, in questo senso, esplicare tutte le sue potenzialità di pittrice fu a causa della sua forzata inattività. Che la costrinse a leggere e a dipingere. Ebbe una relazione tormentata con il pittore  Diego Rivera. Ma a causa della sua infedeltà finì con non convivere con lui, vivevano in case separate collegate da un ponte. Sembra una favola. A ognuno il proprio spazio artistico. L'artista deve avere lo spazio spaziale, mentale, fisico per indagare su se stesso, sul mondo e su se stesso nel mondo, in modo solitario e totale.
Questi sono alcuni degli aspetti, della biografia dell'artista Frida Kalho, che incuriosiscono e che la fanno invidiare. Sul piano biografico. Perché lei ebbe sempre il coraggio di essere se stessa, sia quando si separò dal Rivera a causa del sue infedeltà, sia quando si rammaricò che a causa della propria salute cagionevole non potè avere figli , ma anche quando ebbe numerose relazioni omossessuali (tra l'altro una delle sue amanti fu la grande fotografa italiana Tina Modotti). Qui il sesso non c'entra o c'entra poco . Qui c'entrano i sentimenti, l'incontro di sensibilità artistiche, le affinità ideologiche, lo stesso modo di sentire le cose, da donne. Ecco , appunto, il coraggio di essere se stessi. Amare una donna in quanto persona, al di là del sesso , delle convenzioni sociali , culturali, men che meno religiose. Un altro degli aspetti per cui Frida Kalho è invidiata e davanti ai musei dove espongono le sue mostre ci sono file di persone. Di donne. E' uno scandalo che attrae. Perché Frida volle essere amante di uomini, con desiderio di maternità , ma amò e fu molto amata anche dalle donne. Forse a causa di quel suo aspetto esoticamente e potentemente androgino. Ma il suo fascino, che prepotentemente trasmettono le sue opere , i suoi lavori e che , inevitabilmente risente dei suoi aspetti biografici, recita in ogni sua sfumatura il potente mantra: ho avuto il coraggio di essere me stessa!
Quando molti mi dicono perché non ho voluto diventare un manager aziendale,beh, io rispondo sempre, per restare quanto più possibile me stesso. Per non mentire a me stesso e agli altri. Cosa che vedo fare tutti i giorni a molti manager che conosco. Devono mentire ai loro collaboratori, perché hanno giurato fedeltà alla mission aziendale. Negli ultimi anni una genia di persone che provenivano da una sensibilità politica di sinistra hanno sempre provato a convincermi ( o convincersi?) che tanto se non li avessero fatti loro i manager li avrebbero fatti altri , magari gente  con meno capacità... e perché lasciare il campo agli inetti? Già, perché? Loro potevano fare le cose meglio, proteggere i più deboli, licenziare quelli meno deboli fra i deboli , per primi. Beh, questo genere di persone sono due volte mentitori. Mentono agli altri e a se stessi. Non mi piacerebbe partecipare a nessun discorso di macelleria sociale. Io salverei tutti. Non avrò realizzato molto nella mia vita, ma ho il coraggio di essere me stesso. E a tutti questi benpensanti della domenica che inorridiscono persino all'idea di dover mandare i propri figli a vedere la mostra di un'artista debosciata, vorrei dire: i vostri figli vogliono vedere i quadri di Frida, perché vi osservano e vi compiangono: per non aver avuto il coraggio di essere voi stessi. Non vi amate, le vostre mogli sono dei pezzi di marmo ben scolpito in palestra senz'anima, la loro pelle sa talmente tanto di creme costose che ha perso il profumo naturale, sudano L'Oreal e cacano Dior. E voi mariti non vedete l'ora di prolungare la pausa pranzo del lavoro per recarvi dalle vostre puttane di turno( che tra l'altro vi disprezzano come uomini e come amanti). Voi che inorridite davanti al caso di una ragazza che ha postato su twitter una foto di lei abbracciata ad un albero, il suo amante. Perché voi? Voi chi abbracciate di notte ? Ve lo dico io: 3500 euro di seni rifatti, 4500 di rughe risistemate, 6500 glutei e interno coscia, 3300 pelle pendula sotto le braccia. Un albero è più vivo! Pulsa vita dalla corteccia più che dall'intera pelle di un esser umano che è diventato un cyborg. La ragazza che ama l'albero ha il coraggio di essere se stessa. Ha tutta la mia ammirazione. Voi che comprate libri di autori finti, falsi, che non hanno mai vissuto la vita pienamente, belle edizioni che fanno fare bella figura alle vostre librerie, fanno arredamento, chiedetevi come mai ancora oggi Bukowski abbia così tanto successo. Perché non c'è racconto in cui lui non dica al mondo, Cristo, ci provo a scrivere in modo brillante, ci provo a scrivere d'amore, e di rondini e di gabbiani e di spiagge e di conchiglie, ma , Cristo, non ci riesco dopo 8 ore di lavoro in cui non sono riuscito a pensare niente! Ecco, essere se stessi. Lui non vi inganna, ebbe il coraggio di essere se stesso e quest'invidia malcelata è la cifra del suo successo, del successo delle vendite. Questo è clamoroso, ma , come vedete , spiegabile.
 Le file davanti alle mostre di Frida sono la risposta silenziosa, fuori dal clamore dei media, di un'umanità che reclama per se stessa più libertà, più vita, vivere e amare al di là di qualunque orizzonte, culturale, umano, sessuale, politico, religioso, fuori dai cliché che non sono altro che gabbie di definizione create ad arte da chi vuole un mondo a sua immagine e somiglianza. Un mondo di zombies, un mondo di morti viventi....
Scendo dall'autobus, davanti al Quadrato, quartiere Giardino di Corsico, estrema periferia ovest milanese. E' il mio quartiere, dove c'è la mia barbiera cinese, il mio ristorante cinese, il mio bar cinese che fa un cremoso cappuccino con latte di soia, l'internet point egiziano, "Panzerotto mio" che è barese, il macellaio marocchino....ora  qui votano tutti per la Lega. Ma non gli servirà a molto, non gli servirà a lungo, è l'ultimo grido di chi non si vuole ancora guardare allo specchio. Per non scoprire di essere diventato uno zombie. Per non aver avuto il coraggio di essere se stesso!

martedì 12 dicembre 2017

L'estate del 2017, parte tre

Una sera con Antonietta Turchese decidiamo di andare al Giuggià. E' un locale incastonato nelle campagne fra Ostuni e Martina Franca. Antonietta mi dà appuntamento a viale Pola, storico corso dei negozi della Città Bianca, da sempre, al Bar Kennedy, antico Bar che di gestione in gestione ha sempre conservato un ottimo profilo umano e professionale. Antonietta Turchese fa la fisioterapista all'Ospedale , una bella donna, ben messa, milf d'antan con belle forme nei punti giusti, capelli a caschetto, appariscente quanto schiva e riservata, quanto a corteggiamenti ricevuti e respinti recisamente. Vive per il figlio, che studia a Bari. E' single. E' stata sposata con un calciatore. Una volta mi ha raccontato che quando vivevano insieme lui le dedicava tutti gol che segnava (era un attaccante) e le lanciava i fiori in tribuna. Poi è successo quello che succede a tutti gli uomini che si sentono eroi greci solo perché un mucchio di decerebrati li acclamano tutte le domeniche come divi. E a tutti gli uomini che pensano che avere un pene ne comporti un uso più allargato del dovuto. Ma Antonietta Turchese non era tipa da lasciargliela passare liscia. E così eccola qui, ragazza madre, superimpegnata sul lavoro, che vive per il figlio e per la bellezza che può concederle la vita. Perché la vita è bella, dice lei e in attesa di un nuovo amore non c'è bisogno di far palestra fra le lenzuola. Non ha molto senso. Secondo lei. Secondo me invece sì. E questo è motivo di polemica fra noi. Senza che c sia un interesse personale. Io so essere amico di una donna. Anzi , una vera amicizia con una donna non implica il sesso, mai.
Ogni cosa è motivo di polemica fra noi, per altro siamo amici ma discutiamo molto.
E i nostri incontri sono per la maggior parte letali per lei. In un ceto senso. Una volta dopo che avevamo mangiato una pizza in un posto in periferia ad Ostuni, mentre ci allontanavamo dal posto è inciampata ed è caduta di faccia in terra. Rompendosi numerosi denti. E' rimasta seduta al tavolo aspettando che io finissi la mia pizza come se niente fosse. Che si fosse rotta i denti l'ho saputo tempo dopo. Poi un'altra cosa. Quando usciamo insieme a mangiare o in un bar o pub o quant'altro, lei chiede sempre qualcosa che non hanno. O il Ginseng al Guaranà o tisane allo zenzero. Lei è un'igienista alimentare e consuma un mucchio di centrifugati...quando fa finta di fare delle diete. Per il resto cucina divinamente per sé e per il figlio. Odia gli "all you can eat", fuma sigarette sottili pensando che faccia meno male e a parte tutte queste cose è una persona in gamba. I suoi amici li sceglie fra i suoi ex pazienti e non bada alla loro estrazione sociale, politica o criminale...perché li conosce tutti in una fase di evidente e coatta fragilità. E quando guariscono si dimentica di questo aspetto. Comunque sono sottigliezze ironiche , queste mie, che per uno che non deve vivere in una provincia meridionale possono sembrare deprecabili, ma che per chi sa di cosa sto parlando sono in effetti piuttosto normali.
Insomma ci incontriamo davanti al Bar Kennedy con un gruppo di altri amici con cui siamo diretti al Giuggià. Mentre si siede in macchina, al termine della sfumacchiata rituale alla sua sigarettina sottile, sotto quel caschetto di capelli neri mediterranei, con quel suo sorriso intenso ma anche amarognolo, che tanto fa impazzire i begli uomini di mezz'età (ma non solo) e le labbra carnose prominenti da matrona greca o turca o perchenò romana nel senso dell'antico impero, mi sta relazionando sui nostri compagni di viaggio: Franco Aladino ha avuto un incidente stradale e soffre di una zoppia perenne, sua moglie, Angela, ha avuto due volte un tumore al seno...amano divertirsi. Se ne fregano di tutto, ormai. Escono quasi tutte le sere e vanno a ballare, scherzano, ridono, bevono e ballano. La vita è breve e loro ne sono testimonianza, niente piangersi addosso, è tutto tempo perso.
Ma non lo fa con malizia pettegola, ma quasi portandoli come esempio. Come se provasse una certa ammirazione per il loro lasciarsi andare, forse perché magari vorrebbe farlo anche lei, se non si sentisse iperesponsabilizzata per suo figlio.
Scherzo con lei, la sfotto, perché suo figlio ha conosciuto una studentessa Turca e lei è preoccupata. Io dico perché è turca, fate tanto le progressiste, voi mamme, dico, poi basta che vostro figlio bazzichi una ragazza straniera e vi allarmate...che ne puoi sapere, magari è figlia di un petroliere.
 Lei si arrabbia. Dice che non è per questo, è che deve stare attento. Perché, dico, lo farà arruolare nell'Isis? Si arrabbia ancora di più. Lo capisce, credo , che la sto sfottendo, che scherzo , ma è più forte di lei, lei è il giubbotto antiproiettili del figlio, la sua corazza da samurai.
Ah, ho capito, faccio, incorreggibile. Hai paura che tuo figlio così giovane se ne vada dall'Italia. Ma sai, è un destino generazionale, ormai. Io me ne sono andato dalla Puglia a Milano, oggi non basta più. Milano è la Puglia d'Europa, quanto a possibilità attuali. Lei mi guarda male. E' un gioco che facciamo, credo. Lei finge di prendermi sul serio e io fingo di dire le cose sul serio.
Intanto siamo sulla strada per Martina Franca, nel buio serale estivo e intorno ulivi, case bianche, vigneti, muri a secco ma anche ormai  ville senza nessuno criterio di stile contestuale.
Arrivati a destinazione entriamo in un tratturo per la verità asfaltato e ci infiliamo in un parcheggio in terra battuta che si apre in mezzo agli ulivi. Facciamo un po' di anticamera all'ingresso di questo fortino con piscina, piante mediterranee e palco per spettacoli davanti a uno spiazzo/pista da ballo e poi finalmente entriamo. Ci sediamo sotto un ampio ombrellone molto stile Ikea , in circolo, su delle sedie in vimini, in attesa che sui nostri vitrei tavolini atterrino paracadutati da camerieri rigorosamente abbronzati di stagione un bel po' di cocktails muniti di ombrellini multicolori. Intanto le sedie intorno si popolano di altra gente, uomini e donne di mezz'età, mezzi sposati, accoppiati, assemblati sulla base delle convenzioni sociali della provincia, attenti con il bilancino a soppesare ruoli, funzioni e stipendi, timorosi di tracimare nel trash , dovesse una parrucchiera sottobracciarsi ad uno stimato avvocato professionista o , semmai, una farmacista, ad un malcapitato bidello (superdotato ma sfoggiante la dote solo in privato), per non eccitare l'aerobica irrefrenabile delle lingue terrificanti di zitelle ragnateliche o coppie benassortite (secondo loro), fa niente se di donne signore casalinghe nullafacenti mantenute da benestanti mariti (epperò cornatenenti e contente)...
Il proprietario del luogo, uno spilungone con i capelli lunghi e lievente aeroportizzato sul cocuzzolo cranico, si aggira leggiadro fra i tavoli, salutando con convenevoli tutti gli intervenuti astanti, che ostentano spumanti e champagnini, fumando , alcuni, specie le donne ( cui i medici hanno detto di indulgere tanto non devono badare all'erezione-la loro-)...E al centro il tavolo del boss locale, del ricco del paesotto, dell'industrialotto del luogo che osserva godurioso e plaudente il risultato della rivoluzione copernicana del maschio alfa che si impone non più per la forza fisica, ma per il pelo sullo stomaco quando si tratta di licenziar operai o trattar con sottoposti. Goffredo Dabbene, con i bargigli sottogolari da urogallo di paese, si pavoneggia sorseggiando il suo champagnino e beandosi dell'essere il Re della foresta dei cervelli pietrificati...sicuro del proprio potere economico studia la situazione sotto gli occhi di una anziana e annoiata moglie robusta abituata a simili spettacoli da tempo; Goffredo Dabbene studia le bellezze locali e sta già pensando a come e quando invitarle nella sua dependance segreta che tutti conoscono ma fanno finta di non conoscere ( e  lui lo sa). E naturalmente tutto ciò fa di lui un "dritto", uno che ce l'ha fatta, e per di più senza le phisique du role, tantopiùabile quindi. Lungi da chiunque l'idea che essere intelligenti, colti, brillanti , con un gran senso dell'umorismo conti qualcosa. E' perfettamente accettato, nella provincia italica meridionale, che i soldi comprano tutto. E qualcuno ancora si chiede perché dei giovani che hanno avuto la malauguranza di studiare e capirne qualcosa in più dei loro rassegnati padri, ad un certo punto, levano le tende? Questa è la mafia: la mafia è una mentalità...
Ho detto un mucchio di volte queste cose ad Antonietta Turchese. Lei sa che ho ragione ma non può darmi ragione. Perché darmi ragione significherebbe sconfessare il fatto che , vivendo in altitalia, ad un certo punto, se ne sia tornata all'ovile.
E mentre il proprietario del Giuggià, tale Pietro Mangusto, annuncia l'evento della serata, il concertone di Fernando , che ha cantato con Vicente Amigo (ma che molti intorno giurano abbia cantato appena  con il cantante folk locale Vincenzo D'Amico), un sacco di gente comincia a scatenarsi in pista. Bella la musica latina, le matrone mediterranee ancheggianti, sorridenti, protesiche, bacini ampi, seni contenuti a stento da reggiseni rinforzati da impalcature di rigattieri cinesi  in una sarabanda di esibizioni individuali che , diventando collettive, diventano nessuna esibizione (chi non lo capisce si faccia curare), mentre dai tavoli occhi di donne che si accompagnano a uomini di comodo cercano di capire se rubare sguardi con i lampi dei loro sottecchi, come di pesci slamati controsole alla controra pomeridiana nell'adriatico d'agosto, sia appagante quanto svuotare la credit card dell'uomo pagante del momento-per una donna lo sguardo può valere un assegno di rassicurazione-
Anch'io ballo e osservo tutta questa umanità, e io con loro, io in mezzo a loro, non sono diverso da loro, né loro diversi da me, non li detesto, non li amo, sono stereotipi, eppure ognuno capace di pensieri di un'originalità imprevedibile...se solo riuscissi a carpire il flusso dei loro pensieri, così diversi, ne sono sicuro, così non propriamente banali, se solo riuscissi a fotografare le pagine dei loro libri interiori, mentre interpretano i loro ruoli sociali, come richiede il costume locale, che , alla fine, riesce a farti diventare un banale stereotipo, anche se sei unico e irripetibile....