venerdì 3 maggio 2019

La fabbrica del vapore.

Parcheggio in via Procaccini di fronte ad un graffito con il faccione nero di Nelson Mandela. Faccio due passi a piedi e arrivo al numero 4. Davanti ci sono dei ragazzi , uno di loro con la barba mi chiede dove devo andare. Un amico mi ha invitato ad un'improvvisazione di danza, dico. Ah, ok. "Ah ok", è l'espressione più in voga tra i giovani, non significa niente ed è piuttosto in sintonia con i tempi di vuoto che viviamo: chiedete ad un giovane perché il 25 aprile non si va a scuola e , in teoria, non si lavora e vi sentirete rispondere, perché è festa. E che gli vuoi dire a questi? Da qui al passo successivo di dire che Mussolino era un genio , ci manca poco . Mi spiega come arrivare nel luogo dell'improvvisazione e apre il cancello metallico. Attraverso una piazza piena di giardini artificiali in mezzo a dei capannoni. Mi hanno detto di proprietà un tempo della ferrovia.  Li hanno ristrutturati in modo postmoderno e vi si svolgono attività artistiche di vario genere. Festival musicali, lezioni di danza e yoga, corsi di meditazione, un corredo di attività che contraddicono il mio pensiero iniziale sul vuoto giovanile e dimostrano, se ce ne fosse bisogno, e Dio solo sa se ce n'è bisogno, che l'essere umano non è fatto per lavorare e che anzi il lavoro ingrassa le fila degli psicologi e di apprendisti stregoni di varia natura. E comunque meglio queste cose che spanciarsi sul divano davanti a quell'acquario per cerebrolesi chiamata Tv. Dopo aver percorso un centinaio di metri infilo l'ingresso di uno di questi capannoni e salgo al primo piano., come mi aveva spiegato il tipo barbuto gaio all'ingresso. A proposito, ho notato che nei tempi che corriamo , nella generazione 30 anni , i maschi sembrano femminilizzarsi e le femmine mascolinizzarsi, magari così riescono comunque a continuare ad incontrarsi , boh, basta che poi si mettano d'accordo su chi conduce i giochi sotto le lenzuola. Una volta arrivato a destinazione c'è un ingresso con un tavolino ben apparecchiato e colmo di vivande, di fronte ad un ampio spazio di parquet con ampie vetrate sul lato destro da cui si vedono i capannoni prospicienti , già pieno di danzatori che stanno provando per "l'improvvisazione". Tra loro c'è anche Gianfranco, mio vicino di casa, che mi ha invitato. A destra del vano di una trentina di metri di parquet, due giovani virgulti barbuti anch'essi, con scarpe rigorosamente firmate, si stanno dando da fare con un paio di sintetizzatori a produrre una musica che dovrebbe essere adatta come tappeto sonoro e d'ispirazione , ai danzatori. Una ragazza che sembra coordinare il tutto mi spiega che stanno provando e che tra qualche minuto si esibiranno. Come si possa provare un'improvvisazione resterà per sempre un mistero per me insoluto. Mi chiede come mi chiamo e  mi stringe la mano. Io dico sempre che mi chiamo Nico, che è il mio nome d'arte, diciamo così. Non sembra una danzatrice in senso classico, è bassina, baricentro basso, mora, capelli raccolti dietro...dall'accento si direbbe siciliana. Mi racconta che normalmente è di stanza a Bologna dove studia e senza tanti altri preamboli mi chiede dieci euro per assistere allo spettacolo. Io sgancio senza tanti problemi. Questi ragazzi avranno di certo pagato l'affitto del locale, e a giudicare dallo scarso pubblico che potrebbe arrivare non saranno mai stati così lontani dal sold out. E poi c'è anche l'aperitivo ed ho già adocchiato sul tavolo delle vivande un paio di bottiglie di Primitivo del Salento .
Arrivano poco dopo altre 4 persone . E con me siamo in 5. Il selezionato pubblico, si potrebbe dire. Nel frattempo apro il vino con un cavatappi che esce come un coniglio da un cilindro da un coltellino svizzero. Mi riempio un bicchiere e mi siedo su una poltrona in pelle dietro una scrivania agè che doveva essere stata di qualche dirigente ferroviario ora ferroviariamente sloggiato. Sbircio dietro la palestra a sinistra . Ci sono una quindicina di danzatori di varie età, dai 25 ai 68 anni. Si esibiscono ciascuno secondo il proprio background danzatorio e creano muovendosi fra loro figure e congiunzioni corporee di diverso tipo, si sfiorano , si scontrano, si accarezzano, si strusciano, si avvinghiano, si separano, fanno capriole , rotazioni, piroette, una babele di linguaggi corporei di varie scuole e provenienze il cui insieme, però, ha un esito armonico, origina una vista godibile. Ognuno nelle proprie evoluzioni corporee , mostra il proprio carattere, chi compie più torsioni è un narcisista creativo, chi conduce andature lineari, passi lunghi a falcate, è più riflessivo, razionale, meditativo; e poi c'è la vivacità di chi salta , fa acrobazie, scaricando sul parquet tutta la propria allegria corporea. Potrebbe anche darsi che per ciascuno di loro possa essere il linguaggio nel quale si esprimono meglio. Espongo  tutte queste mie considerazioni seduto in poltrona, con il bicchiere di Primitivo in mano, ad una coppia di ragazzi (del pubblico selezionato): lui , trentenne moro, capelli corti, in forma, dice che è nato a Milano ma di origine portoghese, lei biondina filiforme , poco meno che trentenne, che non svela nulla di sé, a parte il suo sorriso divertito nell'ascoltare le mie considerazioni un po' ex cattedra. Mi sento un po' Lebowski, in questo momento, il famoso Hippie cinematografico spinellomane interpretato dal grande Jeff Bridges che ha creato uno stile e fatto epoca con la sua irriverente autoironia. Meglio venire a vedere questo spettacolo che starsene rinchiusi in casa davanti alla tv, dice il macellaio portoghese. E sinceramente che un macellaio portoghese venga ad uno spettacolo di improvvisazione in tempi in cui gli intellettuali si sono messi a guardare Il Grande Fratello è segno che è giunto il momento in cui il popolo si rimpossessi dell'arte.
Mi godo lo spettacolo seduto ingollandomi  qualche altro bicchiere di Primitivo.
Al termine Francesca, la sicula che ho per altro ammirato come suggeritrice di combinazioni corporee inventate lì per lì sul parquet, playmaker  impagabile, agile ed elegante, a testimonianza del fatto che la bellezza si può esprimere in molti modi e non solo mostrando gambe lunghe scoperte, altezze himalayane e sorrisi di plastica, mi chiede se mi è piaciuto. E mi invita a partecipare per le prossime volte. Se mai ce ne saranno. Diavolo di un'improvvisatrice, mi verrebbe da pensare.
Senti, dico, ti ringrazio, voi siete tutti bravissimi , ma il mio primo e ultimo contatto con il ballo è stato quando ho giocato a "tic" (inseguirsi  e toccarsi a vicenda) nei vicoli d'infanzia.
Sorride a va a cambiarsi. Un'altra ragazza , snella e snodata, pantaloncini calzati su una salopette, che avevo notato molto attiva e vivace, tanto da distinguersi rispetto agli altri, nelle danze, mi si avvicina e mi chiede se per caso fumo. A volte, dico io, non stasera. Peccato, replica con un sorriso malizioso. E nella mia mente di uomo maturo si fa spazio l'idea che possa essersi trattato di una metafora sessuale. Ma è solo perchè man  mano che un uomo invecchia si avvicina alla morte e tanto più sente il bisogno di liberarsi dalla gabbia della cosiddetta buona educazione.
In definitiva sono stato bene, chiacchierando con tutti, un po' Lebowski davanti ad un palco di teatro sperimentale per far piacere al suo padrone di casa  per l'affitto arretrato , un po' Bukowski , con un bicchiere di primitivo in mano, con il disincanto dell'uomo fuori posto dovunque e proprio per questo in piena armonia con l'universo.
Mi viene in mente un racconto di Gurdjieff che osservando degli uomini che spostano delle pietre per lavoro , vide che uno di loro faceva più strada con i massi in mano, passando dall'ombra. Ma alla fine avrebbe spostato più massi e sarebbe durato più a lungo. Un grande insegnamento sul non giudicare mai a priori. E questa sera l'ho sperimentato: esiste una nazione nella nazione, un paese nel paese, che è il mondo dell'arte, e quella corporea ne è una regione, in cui nessuno ti chiederà mai un passaporto o la tua età. In cui nessuno ti giudicherà per le tue capriole o la camminata lenta e consapevole, perchè comunque non è nient'altro che una sana chiacchierata in movimento , in cui il corpo stanco di saltare cammina e viceversa e resta comunque bello, fiero e rispettabile.

domenica 7 aprile 2019

Gli spiriti di San Cesario

In macchina sulla 379. Con i "vecchi"si va a San Cesario, patria d'origine di mio padre, detto affettuosamente "il boss". Temine mutuato dai tempi in cui significava "capo famiglia", non certo "capo clan". E mia madre, donna Germana. Due  rocce di 86 anni mio padre e 81 mia madre, che resistono con l'involucro madreperlaceo resiliente al tempo avvoltolato al corpo delle loro anime. Il boss ci sente poco e usa mia madre come ripetitore . A volte pare di ascoltare un navigatore che ripete ad libitum. In realtà , come succede per alcuni anziani quella di mio padre è una sordità selettiva. Acquisisce i dati che gli conviene acquisire. Gli altri li rimuove da sonoro e vista sui movimenti labiali.  Mia madre ride di questo . Anche mio padre ride. Ridere ancora insieme, ecco il segreto di una longevità sentimentale. Per strada guido  piano, ci godiamo il sole, la vista del mar adriatico a sinistra, dei carciofeti a destra. Carciofeti sottoposti al fall out della centrale a carbone di Cerano. E poi finiscono sulle nostre tavole. E sulle tavole di tutti quegli imbecilli socialisti reali network dipendenti che postano foto di ulivi, natura, mare, con il chiaro intento di far rabbia a chi è emigrato. Constatavo con i miei che dal centro storico mirando la vista della marina di Ostuni le macchie grigie del cemento negli anni si apprestano a pareggiare quelle verdi degli uliveti . Eduard Limonov avrebbe detto che che ci vorrebbe una guerra termonucleare per impedire l'avanzata dell'ingordigia del genere umano . Io penso di essere più buddhista dello scrittore russo che si è fatto 4 anni nelle carceri speciali per tentativo di golpe in Kazakistan. Mi illudo che nel momento del punto di non ritorno l'essere umano rinsavirà. Spero. Anche Che Guevara credeva nell'uomo , ma a quanto abbiamo appreso non ha avuto riscontri positivi in materia. Tanto vale tentare con la meditazione. E i sorrisi di commiserazione . Tanto non la fermiamo la guerra. Finisci solo per dar ragione a Darwin . La vera rivoluzione , direi, a questo punto, è la gentilezza. Purchè non finiscano per esploderti gli zebedei. Arrivati a Lecce , la città ci accoglie con il suo ingresso da Addis Abeba europoccidentale, un tantino mediterranea, con quelle palme che te la rendono  esotica, non fosse per il traffico istambuliano. Decidiamo di attraversare la città dirigendoci verso San Cesario . E una volta lì al cimitero degli avi paterni. Una volta giunti in paese con la punto bianca del boss, facciamo tappa al bar Natale, giusto nella piazza della cittadina salentina ad uno sputo da Lecce. Di fronte c'è la sede del comune, una antica costruzione popolata nei suoi pertugi da una colonia di taccole che gracchiano giusto in testa a due vigili urbani che hanno tutta l'aria di due tizi che morranno a 150 anni. A causa della cura dello stress mai subito. E, giusto di fronte al bar, sulla destra, una chiesa in gialla pietra leccese. E una palma altissima e filiforme come una modella etiope in un giardino a sinistra.
Entriamo nel bar e i mie prendono il loro classico decaffeinato macchiato . E si accorgono che in bella mostra dietro al vetro trasparente del bancone giace provocatoriamente ina vaschetta di "pettole". Nel Salento le pettole  , palline di pasta lievitata fritta, le trovi tutto l'anno, non solo a Natale. Ma Natale è il nome del bar, noto. Quindi cerchiamo di non scomodare coincidenze sciamaniche alla Castaneda e di vivere al meglio i momenti presenti . Gustiamoci queste pettole . "Pittule" specifica campanilistico il barman. Pettole è in italiano , dice la ragazza sua aiutante. Che precisa essere lucana, però. Ehi ma stiamo parlando da alcuni minuti e on vedo nessuno in giro con lo smartphone. Cose che capitano come per magia, ancora, in questi lidi.
Dopo il rifocillamento , se così si può dire , riprendiamo la macchina e ci dirigiamo verso il cimitero.
Attraversiamo la città di case bianche , giallo pietra leccese tenue , miniville con giardino e qua e là qualche palma altissima, agavi e zie Anita che si preparano a cucinare polpette di carne di cavallo, case antiche, dimore semplici  di massimo un piano, lungo marciapiedi consunti davanti ai quali file di macchine di ogni epoca giacciono come relitti di navi fuori uso in lontani porti albanesi anni '80. Poco dopo attraversiamo un passaggio a livello e in piena campagna, sulla destra, imbocchiamo un viale di cipressi. Poco dopo, il parcheggio semivuoto del cimitero di San Cesario. Le alte mura del cimitero occultano la vista delle tombe all'interno . Su internet avevo visto che lorario di apertura era 9-17, orario continuato. Però davanti al vecchio portone d'ingresso metallico, spalancato, c'era un cartello con su i vecchi orari , che indicavano una chiusura alle alle 12,30 e riapertura alla 15.30. Così entrando mia madre scorge un tizio con indosso un gilet arancione che aveva tutta l'aria  di essere il custode. E gli chiede conto degli orari . Lui con accento romano di periferia conferma però l'arco orario 9-17, senza pausa in mezzo . Così rassicurati di non restar chiusi in quel luogo prima del tempo ci addentriamo in mezzo a queste tombe monumentali ,con cancelli scultorei, iscrizioni latine e vetrate trasparenti   modello acquari giganti frammisti a complessi di lapidi comuni in blocchi di pertinenza di antiche "società operaie"o di nessuno o di tutti. Segno evidente di quanto il genere umano nemmeno dopo morto si rassegni all'eguaglianza di status. Negli edifici comuni , quelli destinati a chi, al netto di inutili vanità, non ha voluto farsi costruire faraoniche tombe di famiglia, ma ha preferito non necessariamente , per un fatto economico, ma spirituale, ci sono i parenti di mio padre. Ma anche altri di famiglie in vista del paese ...e persino del sindaco di cui mio padre è parente come è parente di tutti i Coppola di San Cesario. Sostiamo via via davanti alle lapidi con foto di tutti i parenti del boss. Da mio nonno "Pippi" Coppola, poliziottone alla mobile a Milano durante il fascismo, di poche parole, avvezzo al  mezzo toscano che gli si spegneva in bocca restandogli infilzato tra le labbra tutto il giorno, a mia nonna paterna , Linda, passando per lo zio Cesarino, fratello di mio nonno, sindacalista comunista alla manifattura tabacchi , più loquace del cognato  detta del boss, e prodigo di racconti storici narrati davanti alla luce fioca di un lumino votivo nascosto in casa sua davanti all'immagine in bianco e nero di Giacomo Matteotti, sino a Giovanni Coppola, il capostipite, che mi padre ricorda ottantacinquenne e ancora dritto come un parafuso, fascio di muscoli e nervi. Sempre abbronzato e in piedi davanti alle foglie di tabacco stese a seccare al sole del Salento più antico e profondo. Dopo un po' di recitativi da parte di mia madre e mio padre di "eterno riposo", ci avviamo verso l'uscita del campo santo. Il custode ci saluta allegramente e anche quest'anno abbiamo reso omaggio ai morti. "Quando non ci saremo più chissà se verrete ancora a visitarli, questi morti", dice mia madre, a chiosa. Quelli di mia madre, essendo ad Ostuni, dove abitano "i vecchi", ricevono di certo più compagnia.
Fuori, nel parcheggio, mentre salgo in macchina, per rimettermi alla guida, un colpo di vento di tramontana improvviso rischia scuote lo sportello rischiando di rompermi il collo. Per fortuna paro il colpo con il braccio.
Silenzio e vento, dopo la camminata e l'eco dei nostri passi ascoltato nel deserto sonoro del dedalo cimiteriale. E improvvisa pelle d'oca nell'atmosfera spettrale. Che mi fa sovvenire un pensiero assurdo: le anime dei miei parenti sono adirate con me. Per qualche motivo che non riesco a decifrare. Provo questa sensazione solo per un attimo. Dev'essere la mia parte Junghiana che prevale su quella Freudiana. Una cosa del genere. In auto ci prepariamo a riattraversare il paese. Prendo tutti i sensi unici e un vigile urbano ci indirizza in una strada a destra perché da una scuola lì nei pressi sciamano alunni. E ad un certo punto mi accorgo che abbiamo forato. Impreco e scendo . Nel breve volgere di qualche minuto metto su tutto lo spettacolino di cric e quant'altro ad uso e consumo dei curiosi che cominciano ad affollarsi. I miei per il momento sono tranquilli . Un tizio anziano in bicicletta si ferma prodigandosi per aiutarci. Pare sinceramente dispiaciuto. Dopo una decina di minuti mi accingo a sostituire la gomma forate con il "ruotino" d'emergenza. Ma dopo vari tentativi non riesco ad inserirlo. Dev'essere così, ho fatto qualcosa di sbagliato nella mia vita, penso. Un po' autoironico il tizio anziano ha mollato la bici. E si è messo a fare il tifo per me. Proprio prova un dispiacere partecipato e dice in dialetto, mi dispiace , hai una faccia da brava persona . Io gli sorrido e mi rimetto all'opera. Nel frattempo il vecchio della bici pedalando, con una mano a reggersi la coppola, per la velocità, corre a chiedere aiuto ! Io dopo dieci minuti in cui mi colpevolizzo perché credo di essere un manualmente disabile , mi accorgo che il ruotino è di una misura sbagliata. Nel frattempo "il cristiano" bicicappellato torna con una buona notizia: lì vicino c'è un gommista e lo ha avvertito. Ma dice che è in pausa pranzo e al momento non si schioda....perché ha il sacro piatto in tavola. Mio padre impreca ad alta voce contro tutto e tutti. a causa della sordità (visto che l'apparecchio acustico  si rifiuta di metterlo). Alla mia disabilità manuale nel frattempo vogliono mettere riparo un paio di tizi con visi e corpulenze penitenziarie. Al netto  di giudizi lombrosiani. Ma con fare spiccio e pratico s'accorgono anche loro che il cerchione non combacia. Rilassiamoci tutti, avrebbe detto Buddha, a quel punto. Non resta che attendere il gommista al termine del fiero pasto pastasciuttesco. I due che ci aiutano tentano di vedere se una gomma di scorta di una macchina che devono rottamare può fare al caso nostro. . Il più raccomandabile fisiognomicamente dei due si allontana in bici-che bello che in questi paesi pianeggianti molti si spostino in bicicletta- tornando subito dopo costernato . Gomma e cerchione non sono compatibili. Quello dei due più anziani mi guarda in viso, con il suo viso abbronzato, i capelli lunghi completamente bianchi, il baffone da brigante: "stai tranquillo, quello , il gommista, è un tipo particolare perché è testimone di Geova. Ma mò viene", dice. E lo dice con un'espressione calma e serafica che mi fa vergognare di averlo giudicato in base a parametri chirurgoplastici. . Del resto i più efferati criminali con buona pace del Lombroso, avevano tutti facce angeliche. Mi stringe la mano  e si allontana con il suo amico ( sempre in bici).
Ci sediamo e aspettiamo. Potrei chiamare il pronto intervento ma , misteriosamente, non lo faccio. Sento di aver fiducia nel gommista. E nel vecchio che l'ha avvisato e che nel frattempo si è vaporizzato. Forse ora alle prese con il piatto caldo in tavola. Ma sapete una cosa? Aspettare nel silenzio prandiale di una strada salentina è stato come un satori, per me. Vivono meglio. Hanno il ritmo giusto, la giusta distanza tra lavoro e siesta. Cinque minuti dopo avviene il miracolo. un uomo alto e robusto  in tuta blu da meccanico si avvicina, anche lui in bicicletta.
"Che è successo?", chiede una volta vicino. Gli spiego la situazione. "Vuole una mano?", mi offro.
"Non ce n'è bisogno", dice. Torna indietro di 50 metri in bici. Solleva la saracinesca della sua officina. Il rumore della saracinesca rompe il silenzio del mezzogiorno di fuoco privo di pistole , ma con vento di tramontana a scuotere la polvere degli angoli dei marciapiedi. Subito dopo, a piedi, torna. Ha indossato i guanti da lavoro, nel frattempo. Prende la gomma da cambiare e fa per tornare verso l'officina. Ma prima dice:" venga con me, c'è un bagno nel retrobottega , così può lavarsi le mani". Mi guardo le mani. Sono nero carbone. Lo ringrazio e lo seguo. Mentre cambia la gomma tubolare sostituendola con un'altra usata gli dico:" ci scusiamo se l'abbiamo importunata nel momento della sua pausa pranzo".
"In effetti avevo il piatto in tavola. Era un piatto che non si poteva mangiare freddo".
Sorrido e vado a lavarmi le mani nel retrobottega.
Quando esco lui era già uscito a cambiare la gomma . Aveva già fatto tutto e risistemato il ruotino incriminato nel portabagagli. Gli chiedo quanto gli devo per il disturbo.
"Mi pago solo la gomma...vanno bene venti euro". Gli do 50 euro e mi dà il resto. Venti euro, il prezzo della riparazione di una foratura , a Milano. Ci stringiamo la mano e sono le 14,30.Siamo ancora in tempo per andare verso Lecce e mangiare qualcosa.
"Le persone sono ancora meglio di internet", sentenzia mia madre in auto, mentre ci avviamo . Non posso che darle ragione. Il vecchio con la coppola in bici ha battuto persino whatsapp. E persino qualche malevolo spirito evocato da malintese mie recenti letture di Gurdjieff.











giovedì 7 marzo 2019

Il teorema del villaggio mediterraneo

Camminavo per e strade di una cittadina del nord Italia. In mezzo a parchi, a fianco ad alberi. Sento la necessità di camminare in compagnia degli alberi, sono presenze vive, vitali e sento che mi irradiano di energie positive, fosse solo per il fatto che attraverso la fotosintesi donano ossigeno e si nutrono di anidride carbonica. Uno scambio straordinario. Cammino sempre, quasi tutti i giorni, è la mia forma di meditazione. Lasciamo stare il ritmo , anche se preferisco camminare a ritmo sostenuto, comunque sento che camminare mi fa stare bene. Lasciamo le ricerche in campo medico a parte. Le ricerche in campo medico sono sopravvalutate, cerchiamo di essere medici di noi stessi secondo il principio, se mi fa stare bene a lungo allora fa bene, se fa bene nell'immediato e non a lungo, allora significa solo stimolare endorfine nell'immediato senza benefici a lungo termine. Droga, quindi. Ecco oggi per l'appunto, mentre camminavo ad andatura sostenuta, in questa giornata di marzo quasi invernale, che accennava a pioggia, che conferiva al paesaggio l'aspetto dagherrotipico di una foto in bianco e nero, ho incontrato due ragazzi, due giovani non ancora trentenni. Una coppia, lui parlava al telefono, capelli ricci barbetta accennata, con accento meridionale diceva a qualcuno al  cellulare che nella zona non sembravano esservi uffici postali. Lei una moretta capelli lunghi sciolti, confermava aggiungendo che più avanti di sicuro avrebbero trovato "una posta". Due giovani meridionali sbarcati al nord in cerca di fortuna, proiettati in un altro mondo qualche migliaio di chilometri dallo stesso mondo che è un altro mondo. Una ridda di pensieri mi ha affollato la mente, di questi tempi bui in cui i processi di automazione e internet faranno perdere lavoro a milioni di persone imponendo una generazione invertebrata di telelavoranti che non sapranno far altro se non cliccare dei tasti. Intendiamoci i ricchi resteranno ricchi, è una questione sistemica, le sliding doors della borghesia (perdonate la categoria veterottocentesca) faranno sempre passare i dirigenti d'azienda da un'azienda all'altra senza che essi minimamente si accorgano di aver cambiato lavoro. E magari faranno figli, andranno in pensione, faranno le loro settimane bianche e vivranno in un sogno dorato dove raccontare di una storta durante l'ultima sciata in montagna potrà rappresentare il più entusiasmante dramma narrativo dal quale sono usciti indenni, narrato magari davanti ad un caminetto di una baita in montagna dove un drone servirà loro l'ultimo rum direttamente da La Habana. Ma i soldi non hanno mai prodotto nulla. Semmai sono le idee che hanno prodotto soldi. Ed ecco che vorrei dire a quei due ragazzi , fermatevi, tornate al borgo mediterraneo da cui siete partiti, per venire al nord a far da schiavetti a questa genia di invetebrati. Ho immaginato che cominciassero anche loro a camminare tutti i giorni. E che cominciassero a coinvolgere in queste camminate quotidiane altri loro compaesani, migliorando la qualità della vita del paese, abbassando le spese sanitarie di tutti, le spese di tutti. Migliorando la salute generale del paesello , del borgo mediterraneo. Ma come fare soldi senza soldi. Come procurarsi delle risorse? Come dare ausilio economico a quelle loro terre abbandonate da Dio e dal mondo? Ammesso che i campi agricoli non siano miniere d'oro a cielo aperto da cui tirar fuori tesori nutrizionali da vendere a chi questi campi non ha più, edificati , sia pure ad edilizia iperecologica e tecnologica, inquinati e quindi incoltivabili, brulla terra sterile pregna di diossina. Il sistema si alimenta attraverso le gerarchie, per cui nel nuovo mondo nel quale tre stronzi occhialuti e brufolosi che siedono davanti a dei computerini in una sperduta valle della California, a Cupertino, hanno bisogno di gente che non pensa niente per perpetuare il loro geniale sogno di niente :hanno bisogno delle borghesie nazionali i cui figli devono portare avanti questa economia del virtuale, in cui i parrucchieri, i coltivatori, i panettieri , gli orologiai, sembrano scomparsi. L'umanità si sta suicidando. Ma ecco che i nostri due giovani del borgo mediterraneo dopo aver migliorato la salute e abbassato le spese ai loro compaesani, hanno un'altra idea. Trovano una casa abbandonata e cominciano a vedersi. Vogliono fare teatro. Cominciano a fare teatro. Piano piano compongono una piece teatrale. La portano nel teatro di un borgo vicino. Al pubblico piace ed hanno successo. Così vanno di teatro in teatro, fino ai più grandi teatri, dove i figli della borghesia d'adozione cupertiniana pagano cifre esorbitanti per non perdersi la rappresentazione di questi giovani del borgo mediterraneo che sono diventati bravi. Da Cupertino sono preoccupati. Il nuovo mondo del vecchio privilegio si sta piegando allo spettacolo più antico e primitivo del mondo: il teatro. Così lavorano sulla grafica del computer e mandano in visione in tutto il mondo piece teatrali in hd create con la computer grafica.
Ma non funziona. Non ha lo stesso successo dello spettacolo teatrale con le persone in carne ed ossa. Con le persone che incespicano nei dialoghi e il pubblico le applaude perché se ne accorge. Con gli attori che una volta sono in forma, un'altra meno ma ce la fanno lo stesso, magari con la fronte imperlata di sudore per un imminente attacco di diarrea. La borghesia Cupertiniana deve segnare il passo. Deve dividere il mondo, deve dividere il suo potere con i giovani di Copertino (provincia di Lecce), lo dico per assonanza , anche geopolitica.
Imbocco il viale che mi riporta  a casa, a passo svelto, respirando profondamente, mentre il sogno nella mia mente è ancora vivido, i due ragazzi del sud sono ormai lontani. Ho in mente che andrò a tagliarmi i capelli dalla mia amica cinese cui chiederò di insegnarmi qualche altra parola nella sua lingua. Poi andrò da Ahmed , il macellaio egiziano e gli chiederò un paio di bistecche di manzo da scottarmi alla piastra. Prima di rientrare a cucinare passerò dal forno dei calabresi e prenderò un chilo di pane calabrese. Magari mi farò dare ancora un po' di 'nduja. Così, una volta finito di mangiare, metterò un po' in ordine, laverò i piatti a mano. La manualità porta troppo lontano , disse una volta in un verso di una sua poesia Rimbaud. Be', aveva ragione. Queste cose in California non le sanno. In California, a dirla tutta, non hanno mai saputo proprio un cazzo, in generale.

mercoledì 24 ottobre 2018

Chapeau Nelson Mandela!

Alla fermata dell'autobus, Corsico, una domenica pomeriggio di fine settembre. Un marocchino sui 35 parlava in arabo concitato al telefono. Vicino a lui una donna ben in carne, somatico tipico, carnagione olivastra, occhiali da sole a specchio , jeans attillati. Il marocchino finisce la telefonata e mi guarda.
-Zio, è dura avere due mogli.
-Tu hai due mogli? , gli dico. Indosso jeans e felpa sportiva e zaino verde con dentro taccuino, una copia di "Moon Palace" di Paul Auster, che sto leggendo e la macchina fotografica.
-Sì, certo, noi possiamo.
-Ah, già, siete mussulmani.
-Non c'entra niente essere mussulmani. Io le posso mantenere.
-Ah, che lavoro fai, scusa?
-Il magazziniere, dice. E sorride. Poi squilla ancora il suo cellulare. Sembra che si stia incazzando con chi lo chiama.
-E' mia moglie, dice, quell'altra, quella che vuole un armadio per metterci dentro la tv. E lo vuole subito! Poi attacca a parlare in arabo. L'altra donna, l'altra moglie sghignazza di brutto divertita.
Approfitto per chiederle se è vero, che lei è la seconda moglie.
-Sì, dice.
-Eh...scusa se chiedo, ma ti piace?
Il marocchino , maglia a maniche corte, pizzo, pancia sporgente, continua a concionare fitto al telefono, sembra ci siano divergenze di opinione.
-Fino a che mi conviene, va bene, dice lei. E mi sorride..
-Ma siamo in Italia, non sei obbligata, dico.
-Infatti, nessuno mi obbliga. Tanto i mariti hanno tutti due o tre donne. Noi facciamo le cose aperte, secondo legge.
Resto senza parole. Ma la tizia non sembra avere tutti i torti.
-Ma puoi divorziare, se vuoi?
-Certo, quando voglio. Se lui trattare male io posso. Sempre secondo Corano.
Arriva l'autobus, il marocchino ha smesso di litigare al telefono con la moglie numero 1. Deve essere più carina e , di conseguenza, più pretenziosa.
-Lei brava, questa moglie qua, fa rivolto alla donna che sale con noi sull'autobus. Lei mandava soldi a me quando era in Marocco. E le dà una carezza sul capo, le carezza i capelli lunghi legati a coda equina un po' mesciati.
Mi siedo e li osservo parlare. Squilla ancora il cellulare , a lui, al magrebino. Alza gli occhi al cielo come per imprecare. Deve essere la moglie numero 1. La donna seduta sul sedile a fianco ride apertamente. Sembra divertirsi.
Due fermate dopo scendono.
-Ciao, zio, mi fa, scendendo dall'autobus , con un sorriso contagioso. E io non posso fare a meno di pensare, non sappiano nulla dell'Islam. Non sappiamo nulla di come si vive l'Islam. E, sotto una certa angolatura, della grossa, forse Maometto aveva previsto l'infedeltà coniugale alle lunga e aveva tentato una sorta di legalizzazione. Potremmo pensare per legalizzare le corna, ma potrebbe anche essere che a talune donne stia bene. Chi siamo noi per giudicare? Cristiani che si sposano e hanno concubine a destra e a manca clandestinamente e che clandestinamente si fanno altre famiglie , che, per inciso, non hanno tutele legali rispetto alle famiglie ufficiali?


A Romolo, scendo dall'autobus e prendo la metropolitana. E' strapiena, direzione Cadorna. Da lì conosco un certo percorso che a piedi, attraversando Parco Sempione mi porta in via Paolo Sarpi, piena Chinatown milanese. In piedi davanti a me, sono riuscito a sedermi-chi sa perché, nessuno vuol sedersi nei posti in mezzo, ma sempre agli estremi dei posti in fila dei vagoni della metro, quasi che evitassimo la prossimità fisica degli altri da noi- ci sono due giovani, una coppia di ragazzi sudamericani. Potrebbero essere peruviani, equadoregni, gente latinamericana di idioma ispanico. Lui grassottello, cappellino da giocatore di baseball, pantaloncini, scarpe da basket americane, t-shirt di qualche squadra di baseball. Lei , volto incaico, naso un po' schiacciato, zigomi indio, anche lei con un po' di pancetta sporgente. Hanno entrambi in mano una birra da tre quarti Moretti ciascuno. E trangugiano in quelle bottiglie di giustezza, di quando in quando, assaporando. Tra un effusione e l'altra. Si strusciano e pomiciano davanti a tutti. Lei sembra più grande di lui. Ad un tratto lui le morde il lobo dell'orecchio. Poi scendono alla fermata successiva. Due anziani commentavano disgustati. Io posso convenire che la libertà d'espressione corporea deve svolgersi nel rispetto degli sguardi altrui. E ne convengo. Però tutto sommato, quante volte ho visto dei ragazzi italiani rovistarsi con le lingue le rispettive tonsille . E li abbiamo guardati con lo stesso disgusto, con la stessa riprovazione? O abbiamo tollerato perché siamo stati giovani anche noi. Diciamola tutta, è istintivo pensare allo straniero che viene ospite a casa tua e si comporta come se fosse a casa sua. Ma essere giovani è una nazione unica. Ed essere liberi nella propria privacy un valore universale.


Scendo a Cadorna e sulla piazza sotto gli alberi, mentre guardo l'Ago di Milano rossoverde di Gae Aulenti, su delle panchine e dei tavoli di pietra, anziane matrioske bielorusse e ucraine consumano il pasto della domenica, in libera uscita dai loro vegliardi euroccidentali moribondi ...fette di salumi in carta oleata ben aperti, pane e vodka. E vecchi racconti della madrepatrie ex sovietiche.
Attraverso la piazza e mi dirigo verso il Castello Sforzesco. Sulla pista pedonale intorno al castello sfrecciano biciclette, pattinatori, joggers. Entro nel castello, nello stretto budello che lo attraversa e mi immergo nel torrente umano dei turisti nippo-russo-cino-anglo-americani. Lo spiazzo interno del castello è pieno di gente che fa selfies , che fotografa a destra e a manca. Fuori dal Castello uno spiazzo di terra battuta bianca, gente dappertutto, bella giornata di sole, e scelgono l'aria, la natura, gli alberi, l'hashish venduto dietro i cespugli, freesbe inseguiti dai cani, cani inseguiti dai freesbe, freesbe e cani che inseguono gente...e quando non so più distinguere la reificazione è completa. Attraverso il ponticello sul laghetto pieno di trote e uccelli acquatici, qualche artista di strada qua e là che racimola spiccioli schitarrando qualcosa o percuotendo bidoni di latta e plastica, e poi le tribunette dove i soliti Senegal boys si esibiscono in percussioni infinite , in apnea, quasi, senza tempo e senza tempi, a volte a tempo, a volte fuori tempo, ma sempre interessante sottofondo tribale per le varie tribù della metropoli che sfilano sulle sterrate del parco o sui prati verdi-una ragazza distesa al sole su un prato solitario, un palco di cementarmato di un Teatro permanente da poco costruito sullo sfondo, legge un libro di psicologia, immagine tautologica di chi pensa che bisogna essere pazzi ancora a leggere al giorno d'oggi, invece di chattare- cingalesi che si muovono con le loro famiglie numerose, con abiti sgargianti che odorano di curry, centrafricani che , lì a fianco, si danno da fare a giocare a basket per sentirsi afroamericani per qualche studentessa fuorisede appulolucanocalabrosicula...e poi ecclo lì: l'Arco della Pace, circondato da un enorme ammattonato e proprio lì, fuori dal parco dei gradoni che fanno da tribunetta. Mi siedo e faccio le mie meditazioni, leggo un po' Moon Palace, scrivo qualcosa su un taccuino, mentre davanti a me due ragazze sui 25 sfumacchiano e commentano sui rispettivi possibili fidanzati rincitrulliti ad libitum-per favore ditemi qualcosa che non so, a auell'età è troppo facile papparvi gli ometti, poi più tardi ci sarà la rivolta di Spartacus e di tutti i barboncini_maschi al guinzaglio-...Mentre sono davanti a quel meraviglioso monumento che i milanesi ersero per Napoleone ( e che adesso vorrebbe Di Maio, ne deve ingurgitare friarelli!) e che oggi è diventato un luogo magico di pace e tranquillità, poco popolato, per fortuna, ma da gente giusta alla ricerca di una palestra di meditazione spirituale tipo Stonehenge. Mi accorgo di aver parlato troppo presto allorché vedo due neri centrafricani vestiti da artisti, uno con i capelli ossigenati, più minuto e barba scura, l'altro con i capelli rossi, più massicccio e corpulento. Sono venuti a girare un video con un regista italiano che poggia uno smartphone con il pezzo a tutto volume e i due nostri eroi della razza nera che vuole diventare bianca, si agitano ballando e muovendo la bocca come certe dragqueen che cantano in playback in spettacoli a suo  modo divertenti-se sono LORO a farlo- Mentre il regista, un giovane italiano munito di telecamera e attrezzatura e tutto, gira il video rap, fa l'occhietto alla nera che regge un pannello a destro della scena che deve togliere un po' di riflesso. La nera sorride come se le avessero infibulato le orecchie, quasi soffrendo per la falsità. Sembra voleri dire, penso, credevo d aver fatto un salto di qualità, con questo bianco ricco e talentuoso, ma invece sono tornata a fare la sguattera, sia pur d scena.  Mi alzo e attraverso la piazza, disgustato da tutta questa gente che vuol'essere qualcun altro e mi dirigo verso via Paolo Sarpi. Ci arrivo dieci minuti dopo, in questa via al centro della Chinatown milanese, piena di china-boys, di ristoranti cinesi, supermercati cinesi. Mi fermo davanti ad un food di strada cinese, prorio a fianco a "La Vucciria", posto che spaccia arancini , cannuoli e la mitica e icastica birra "Minchia", che mi viene fatto di pensare, come resistono alla concorrenza dei "Mo" e dei "Baozi", panini ripieni di carne di maiale e manzo e verdure tritate a due euro al pezzo. Infatti poco dopo mi rifornisco anch'io, dopo una breve fila, dietro turisti neozelandesi . E c'è una coppia tenera, lei non vedente che chiede di mangiare vegano, e le cinesi dietro al banco capiscono e la accontentano, con un involtino primavera fatto sul momento cn i fiocchi, altro che  i surgelati dei ristocinesi da navigli. Quando servono me la cinese dietro al bancone mi dice il prezzo: "tutto quello che vuoi, dico e che sarà mai", le faccio. lei ride follemente. Boh, sarà per questo che il riso è il loro piatto nazionale? Mentre mi avvio lungo Palo Sarpi con i mie panini in mano che divoro in cammino sorseggiando una Manabrea gelida, alcune donne cinesi vestite in modo sensuale, si muovono in modo sgraziato, tanto da sembrare un pugno nell'occhio di un Polifemo voyeur. E resto a guardarle con una certa ammirazione , dovuta al loro assoluto menefreghismo , persino mentre vedono passare altre ragazze cinesi da film porno che sprizzano sensualità alla Gong Li scappata da una tenutaria di bordelli mafiosa. Che meraviglia andarsene in giro per Milano multietnica e che tristezza sarebbe una città popolata invece di muratori bergamaschi avvinazzati che si aggirano per una metropoli lombarda priva di stranieri. Chapeau Nelson Mandela!

martedì 11 settembre 2018

L'estate del 1018, parte 4

Mancano un paio di giorni al ritorno al lavoro, al ritorno in Lombardia. Il Brother , mia nipote e mia cognata sono già rientrati in Emilia, dove risiedono. Quindi mi godo gli ultimi istanti della mia vacanza marina. Ho scelto una stupenda insenatura dietro la torre saracena di Torre Pozzella, tratto di mare fortunatamente non "asfaltato" da insulse spianate di villette a schiera di villaggi turistici( i cui pozzi neri finiscono nello stesso mare nel quale poi i residenti si bagnano), che è posizionato , sulla costa adriatica, tra Ostuni e Carovigno. Un fitto reticolo di strade sterrate, a cui si accede dalla 379, storica litoranea che da Bari va fino a Lecce, si insinua in mezzo alla macchia mediterranea di lentischi, timo, rosmarino , ginestra ed altro, finchè non si arriva al mare. Tutto questo tratto di costa è fiordizzato da insenature accessibili da scogli o spiagge sabbiose, a seconda dei gusti dei bagnanti. La mia insenatura non ha spiaggia, si apre come una piscina ellissoidale, alle spalle della torre saracena, così denominata in riferimento al fatto che doveva servire per avvistare di lontano navi di incursori saraceni, pronti a sbarcare per portare razzie e , verosimilmente, nuovi nascituri arabi, le cui anatomie sono a tutt'oggi ben visibili nella popolazione locale.
Siamo a cavallo fra la fine di luglio e l'inizio di agosto e quindi il luogo è particolarmente affollato, perché sono già giunti quelli del secondo turno di ferie, che poi sono i più numerosi, perché, internet generation o meno, resta agosto il mese in cui "la fabbriche" o gli uffici, chiudono. La conca è affollata di famigliole, venete, lombarde e piemontesi. Ma di queste i veneti solo sono autoctoni della propria regione (che tanto amano disprezzando le regioni altrui tanto che vengono a sciacquarsi gli zebedei nei nostri mari pugliesi), gli altri sono emigrati di queste parti o figli di emigrati delle nostre parti. Ed è divertente e drammatico  osservare come si tuffino e come nuotano questi ultimi (quasi i veneti si disimpegnano acquaticamente meglio, magari hanno imparato in piscina), avendo del tutto perso i caratteri originari dell'acquaticità naturale di chi in questi luoghi vi è nato e li frequenta. Gli stili di nuoto semilibero , con la testa fuori dall'acqua e le braccia a strisciare sull'acqua facendo il doppio della fatica, i tuffi di testa con le gambe che si ripiegano su se stesse come i grilli del campo qui nei pressi, i dialoghi con accenti vagamente settentrionali venati dalle calate parlare a lungo in famiglia del tutto abbatantuoniane, fino alla richiesta di una donna sui 35 che dal basso dell'acqua, vedendomi in piedi sugli scogli indeciso sul da farsi e in costante osservazione, mi chiede se è rischioso addentrarsi a largo, oltre il limine della punta dell'ellissi di scogli dentro cui stanno sguazzando allegramente come bambini nella vasca da bagno. Alla mia risposta che potrebbe essere pericoloso- del resto la sua tecnica natatoria non mi pare un praeclaro esempio di nuotata olimpica-con un tizio scuro di carnagione che l'accompagna delle bracciate stilisticamente fraudolente, s'avventura lo stesso. Giunti oltre le colonne d'Ercole dell'insenatura lui nuotando con una certa scioltezza (secondo lui) le dice che sono un coglione, figuriamoci se è pericoloso nuotare al largo, con chi credo di parlare?
Io sorrido dentro me stesso, perché è esattamente il tipo di reazione da maschio alfa memore dei cortili dell'infanzia meridionale che m'aspettavo e che a me, strano sin dall''infanzia, ha fatto sempre un po' ridere. Quel gallismo buffonesco e sfrontato del metterla sempre sul personale, del "leinonsachisonoio" da scuola materna. I due tornano, con le loro nuotate tutt'altro che weismulleriane, sempre commentando fra di loro e lanciandomi sguardi di sfida, se non di disprezzo.
Li vedo arrivare ad uno scoglio e tirarsi su a fatica, col fiatone dei fumatori incalliti. Lei è una bella donna di mezz'età con ciambella di trigliceridi incorporati e fiera d'esserlo (incorporata) e lui un jumbolo con pancetta, nero come il carbone, un Lucio Dalla al contrario quanto dichiarazione d'intenti sessuale, simile fisicamente. Mentre chiacchierano sullo scoglio altri due ragazzi, una coppia sui trent'anni, si esercitano in tuffi dagli scogli lungo tutta l'ellissi, uscendo dall'acqua e tuffandosi varie volte, fino a quando uno di loro, il ragazzo, un giovane moro e glabro, non prende una panciata che fa il rumore di una balena lanciata da un elicottero. I due "torinesi" sullo scoglio s ammazzano dalle risate e lui, subito dopo, dà segni di impazienza, mostrando di voler insegnarci lui, come ci s tuffa. Io mi siedo e apro un libro. Sono l'unico che legge un libro, gli altri astanti , con ombrelloni inseriti negli scogli a colpi di scalpello (tanto non sono di nessuno, questi, è il commento civicamente civico), materassini , asciugamani stesi e sdraio last generation , sono tutti intenti a smanettare nei loro smartphone (o i-phone, non vorrei ricevere querele dalla Apple). Ma il nostro eroe , uscito dall'acqua, come un Nettuno (nessuno pronunciato da un dislalico), ha trovato il posto giusto per tuffarsi. E si ata informando con la gente intorno se sia abbastanza alto per un tuffo di testa. Ma nessuno gli sa rispondere, perché nessuno  ( a parte me) conosce il luogo. Io lo osservo distogliendo lo sguardo dal mio libro. Noto che lui ha notato la nuance. Non può più tirarsi indietro, maschio alfa fino alla fine, fino in fondo. Anche la sua amica lo incita. Spero che non mi tocchi chiamare il 118, penso fra me e me. Ad un certo punto si tuffa, di testa, ma , naturalmente, essendo un portento di coordinazione degno di Jury Chechi, non riesce a distendere in alto le gambe, finendo con il cadere fra pancia e ginocchia. Io resto serio. Quando riemerge dalle acqua, fortunatamente illeso (ma sicuramente con le parti basse "offese" dall'impatto con l'acqua), ostentando sicurezza, fa il segno del pollice in alto alla sua amica. E poi si guarda intorno sperando che non siano stati in molti a notare la sua panciata. Mi osserva dal basso dell'acqua, ma io fingo di leggere il mio libro. Ogni mio organo rideva a crepapelle, anche se da fuori non si notava. Una volta uscito, il novello satiro appulotorinese, ostentava sicurezza, anche se la camminata non era proprio fluida, non tanto perché stava attraversando uno scoglio molto aguzzo a piedi nudi , quanto perché era tutto compreso nell'assorbire il dolore dell'impatto con l'acqua. Anche in me c'era qualcosa di "tutto compreso". Ed era riferito allo spettacolo a cui avevo assistito.

sabato 1 settembre 2018

L'estate del 2018 parte tre

Serata a cena da amici, vicino a dove abito ad Ostuni. Io vivo a Corsico ma Ostuni è casa mia. Ecco tutto. Porto un paio di bottiglie dei miei vini preferiti: Negramaro e Primitivo. Invitato da Marco Pera e Tiziana Giangrande. Special guest Anna Dargenio. Me la ricordo Anna Dargenio, da ragazzo: le andavamo tutti dietro. Poi si è fidanzata con uno di noi e ciccia. Poi si separerà. E come spesso succede gli amici di un tempo ecco che si rifanno avanti. E' ancora una bella figliola, ma io sono impegnato con una Venezuelana che mi ha detto un giorno che se la tradisco me lo taglia. Te taglio l'uccello, ha detto, zac. Lei parla tutta così, per onomatopee. E io sono troppo appassionato di uccelli, figuriamoci, ero un membro della Lipu e facevo birdwatching, da ragazzo. E poi ci tengo particolarmente al mio, di uccello: ci sono affezionato, ecco. Marco Pera è un mio lettore appassionato, uno dei miei lettori più appassionati, ha letto tutti i miei libri. E' un lettore, una merce rara di questi tempi. Tanto che acquista tutti i libri che io consiglio di acquistare. Una volta ha scritto su Facebook:" evitate Nico Cordola, fa comprare troppi libri".  Un lettore così, chi non lo vorrebbe: dice che sono uno scrittore cinematografico, filmico, che leggere i miei libri lo rilassa e che si immedesima nelle situazioni. Chi non lo vorrebbe un lettore così. Henry Miller una volta ha detto che lui avrebbe scritto un libro unicamente per un solo lettore, se lo avesse ritenuto necessario, in forma di lettera! Che grande uomo, che scrittore maiuscolo!
Suono al 17 di viale Aldo Manunzio , prendo l'ascensore con una signora e una tizio ipereffeminato al limite del gayo che ha tutta l'aria di esserne il marito. Poi non è detto, fior di gay sono dei maschioni sovraesposti , quanto a mascolinità. Non si può mai dire. Sull'uscio della porta ci abbracciamo. Non con il gayo, che avete capito? Con Marco Pera e Tiziana Giangrande. Tiziana è andata  con me al liceo, qualche classe indietro alla mia. E' andata con me , a scuola, rettifico. E' intelligente, gran senso dell'umorismo, donna curvy d'altri tempi. Marco Pera è un corazziere di quasi due metri che una volta era nei carabinieri, poi s'è appassionato ai computer e si sciroppa 100 chilometri al giorno ad andare e 100 a tornare per andare a lavorare in una multinazionale informatica da qualche parte nel barese. Dopo i convenevoli ci sediamo a tavola su questa bella terrazza che ti fa pensare che si potrebbe vivere tutta la vita  lì, con vista parco, estate e inverno, a leggere, mangiare e aspettare l'alba, senza la minima voglia di volersene andare in vacanza.
La tavola è ben imbandita, ma ancora devono arrivare i piatti, in attesa di Anna Dargenio. Ma cinque minuti dopo suonano al citofono. E due minuti dopo Anna Dargenio,  una specie di Renee Zellweger più matura, appare sull'impiantito mattonellato della terrazza. Ci salutiamo con affetto , ricordando i tempi passati. E' proprio una Bridget Jones poco più che quarantenne, visto che pennella  su facebook dei post diaristici che mettono in scena in modo esilarante i tratti nevrotici , comici e divertenti di una generazione poco rappresentata in opere d'arte come libri e film. Io la seguo con divertimento. A volte è davvero buffa, e il suo umorismo è la causa principale per cui non si fidanza da tempo con nessuno: almeno ufficialmente. Il senso dell'umorismo, signori e signore, sappiatelo, specie in una donna, mette gli uomini a disagio. Nessuno vorrebbe essere sapientemente e sarcasticamente sezionato di fronte ad una propria défaillance. Nemmeno se riuscisse a capire che una donna intelligente non darebbe davvero peso ad un episodio di questo tipo. Ma poi noi penseremmo, noi uomini, ad un episodio no, ma se dovesse ripetersi? Lasciamo perdere e concentriamoci sulla serata. Il mio esordio è tutto da dimenticare, nel momento in cui mi viene fatto di dire, io sono come realmente appaio su Facebook, parafrasando gli annunci delle prostitute. Perché tu leggi gli annunci delle prostitute?, fa Anna. Apriti cielo, come infilarsi in un cul de sac e il mio solito sac di cul, penso...
E insomma per saponettare via da quella situazione per poco non affondo ancora di più. Meglio tacere. La pezza a colori delle ricerche antropologiche per i personaggi dei miei libri non sembra essersela bevuta nessuno. Nemmeno Marco Pera.
La serata scorre piacevole e trattiamo ogni genere di argomenti, ma chi sa come mai quelli più pruriginosi la fanno da padrone. Elenco degli argomenti trattati:
1) Non sono razzista ma i neri non mi piacciono come uomini e non voglio essere trattata da razzista per questo (questo l'ha tirato fuori la Dargenio) . Sotto argomento, non è vero che i neri sono più dotati come misure penieni dei bianchi , è solo che hanno l'attaccatura peniena più in alto. Ci sono bianchi di fronte ai quali  i neri impallidiscono, prendi Siffredi , 23 centimetri (io). Ma come fai a saperlo, c'è un metodo per misurarglielo sullo schermo? Sono le sue misure ufficiali di pornoattore, dico. Comunque  , ad occhio e croce ci dovremmo essere, dico. Altro cul de sac.
2) 50 sfumature di grigio è un bluff oltre che letterario sul piano della descrizioni delle cosiddette descrizioni sessuali, esiste un libro scritto nel '700 dal marchese De Sade Le 120 giornate di Sodoma che comprende un elenco dettagliato in termini di narrazioni particolareggiate che sono ancora oggi alla base degli studi psicanalitici , che, tra l'altro , ricollegano ai miti greci. Me lo compro, dice Marco Pera. Poi non dire che ti faccio spendere soldi, dico io.
La conversazione fugge sagace attraversata da sapidi piatti di orecchiette con pomodorini e cacio ricotta e tonno alla piastra, con antipasti vari di ottima fattura, di carote e fagiolini secondo il suggerimento nutrizionista cromatologico dei cinque colori.
Un inframezzo in cui Marco racconta di questa sua abitudine di andarsi a comprare il vino da Manduria, il mitico primitivo, in nome di un ricordo di suo nonno, che durante la sua infanzia se lo portava appresso a comprare lo stesso vino in una cantina "di comunisti", antecedendo quella sua visita con la farse" io odio i comunisti, ma sanno fare il vino", ci delizia le menti dopo che c'eravamo deliziati i palati.
Ma continuiamo con gli argomenti trattati:
3)Camminare scalzi fa davvero bene (ma a me fa schifo , sempre la Dargenio)
4) Malena è stata la prima in assoluto a farsi riprendere mentre faceva un doppio anale in un film...e questo è Marco Pera.
5)Facebook è meglio di un manuale di antropologia, riesci a conoscere le persone nella loro reale essenza umana ed esistenziale.
6) Il Tao del dragone è un bellissimo libro di filosofia di Bruce Lee, ma , sembrerà paradossale, a me non piacciono le arti marziali. Mi piace il loro spirito. Il che non vuol dire che farmi spaccare la faccia dopo i film di Kung Fu doppiati fuori sincrono negli anni ottante al cinema Roma dei tizi fossero sistematicamente autorizzati e rompermi il setto nasale. Non oso immaginare cosa avrebbero potuto rompermi dopo un film porno.
7) Yuoporn.
Bene, direi che la serata è stata ghiotta culturalmente. Certo c'è anche un modo ironico e colto di parlare di certi argomenti, non volgare e non  precisamente pruriginoso, ma da che mondo e mondo, si sa, tutto ruota intorno al sesso. Del resto è così che siamo nati, no?
Tiziana sorride sorniona, mi conosce bene e la sua ironia sarcastica non cessa a notare la sfumatura, sulla quale le chiedo sapientemente di sfumare, quando, tornando per un attimo sull'argomento iniziale: annunci hard su internet, a me scappa di dire alla Dargenio, davanti al suo reiterato stupore, ma perché avevi fatto un pensierino sul sottoscritto. Ma poi ci guardiamo negli occhi, la Dargenio distratta e soprassediamo. Mauro anche è un'amabile conversatore e mostra interesse quando gli parlo dei libri di Nicolai Lilin. Gli dico che l'ho conosciuto e che gli ho venduto alcuni armadi. E che è arrossito quando gli ho detto che ho letto i suoi libri e che mi erano piaciuti. Ma ho omesso di dirgli che non mi piacciono le sue posizioni antislamiche tout court e il suo nazionalismo russo.
A fine serata facciamo un resume degli argomenti trattati. e ci vergogniamo un poco. Ma dura solo una frazione di secondo. Poi assaggiamo tre tipi di rosoli fatti da Marco Pera e sono davvero deliziosi. Come delizioso è il loro feeling, il feeling con Tiziana, che dura ininterrottamente da 25 anni e una figlia dodicenne di mezzo, cui Marco ha trasmesso il morbo della lettura. Ce ne fossero di 'ste malattie. Ci sarebbero meno bambini schizzati e più adulti consapevoli. O folli. Che sarebbe comunque più divertenti di questi savi guru dell'economia dalle vite regolarissime che non sono stati in grado di prevedere tre crisi economiche mondiali.



martedì 21 agosto 2018

L'estate del 2018, parte due

Uno dei pezzi forti dell'estate sono le sagre delle frazioni di campagna. D'estate riprendono vita, là dove , invece , d'inverno, paiono assopite come villaggi lontani e solitari in deserti siderali di ghiaccio, pur non essendoci ghiaccio, evidentemente. Con il Brother , cognata e nipote, una sera andiamo alla sagra degli "gnummerèedde", a Marinelli. Come molti già sanno gli gnummèeredde più conosciuti come gnummareddi o marretti, a seconda del dialetto locale dei luoghi e delle "nazioni"pugliesi,  sono degli involtini a base di interiora di agnello o capretto in budello e , generalmente vengono piazzati all'interno di un panino, abitualmente rosette, per comodità di smercio e consumazione. Sono un altro dei genius loci alimentari delle nostre terre. Marinelli è una frazione di Cisternino e , passando per questa ridente cittadina, come recitano le stoppose guide turistiche-viene da pensare alla possibile risposta dei dimoranti di questi luoghi con un bel "cazzo c'è da ridere"- ci infiltriamo come guastatori alimentari, pronti alla battaglia del panino selvaggio, nelle campagne limitrofe.
Una volta passati , di sera, attraverso una strada asfaltata in mezzo ad ulivi, muri a secco, pale di fichi d'india, fichi, rovi di more e dimore  e trulli aviti, giungiamo nel luogo destinato: un pugno di case circondate da piccoli poderi agricoli, con al centro una chiesetta e , intorno alle chiesetta, uno slargo che si potrebbe definire piazza. Lasciamo la car non lontano e , a piedi ci dirigiamo verso la piazza, epicentro della sagra. Lungo il percorso, sulla destra, veniamo attratti da un negozio di alimentari, una vecchia bottega come quelle di una volta, che reca, all'ingresso di un piazzale gremito di spartani tavolini metallici, un cartello con la scritta a pennarello nero: panzerotti. In pratica il fumetto di un grido, di un annuncio , da non lasciare assolutamente in sospeso. Ci accomodiamo allegramente e ordiniamo i panzerotti. Da bere la rarissima , per la zona tempestata dalle mafie commerciali baresi, birra Raffo. Come noto la birra Raffo è originaria di Taranto, ma dalle nostre parti per motivi commerciali è difficile trovarla in luogo delle maggiormente presenti Peroni e Dreher, quest'ultima pronunciata secondo la vulgata muratoriale dei luoghi , Drekèr! Smettiamo però immediatamente di chiederci perché una birra prodotta in Puglia abbia così difficoltà a imporsi nel mercato locale, quando io l'ho trovata persino all'Auchan di Cesano Boscone, allorché giungono gli agognati panzerotti. Li divoriamo saggiandone la frittura leggera a cui sono stati sottoposti. Mentre osserviamo con stupore e meraviglia un forno installato e divenuto tutt'uno, su un'ape , lì di fronte. Forse per arrostiture itineranti in contrade intorno. Ci risolleviamo dal tavolo e ci dirigiamo verso la piazza. Una spianata di tavolacci e panche da fiera alimentare , già ghermita di gente, sta a lato di uno spazio rotondo che funge da pista da ballo, mentre un'orchestra locale è già impegnata in alligalli vari e un folto gruppo di milfone ben in carne e anzianotti tracagnotti e abbronzati si dà da fare nelle classiche evoluzioni da scuola di ballo socialmente previdenziale. Ma viva il nazpop, viva la spontaneità delle tradizioni popolari, per contro alla discomania postmoderna dello sballo nasale milanese e sesso con chems che senza la chimica non ti tira più l'uccello, per lo stress da lavoro! Peccato, però, che al momento della pizzica, l'opulenza postmoderna alimentare a fronte dell'assenza ormai di manualità nei lavori agricoli-sostituiti con macchine-, persino i quarantenni si siedono sfatti sulle sedie, gli involtini penduli dalle bocche in rigurgiti sedati a stento. Sul lato della chiesetta prospiciente alle scene poc'anzi descritte, una gigantografia pittorica del volto di Giovanni Convertini, un sacerdote in odore di santità morto una quarantina di anni fa e dimorante in passato in questi luoghi ricchi di vita e vegetazione e di vita tutt'altro che vegetativa. Interessante la storia di questo "padre" che finì i suoi giorni occupandosi di volontariato in India , per finire i propri giorni in Bengala, a contatto con genti di varie razze , culture e religioni, con cui pare ebbe scambi sempre molto proficui. Ci mettiamo in coda per i panini e nel ordiniamo alcuni, sempre innaffiati, approfittiamo di questa presenza, di gelida birra Raffo, che ha un gusto che mi ricorda le gelide birre "Skol" brasiliane, molto apprezzate nel nordest della nazione verdeoro di impronta, per certi versi, tutt'ora, agropastorale. Ci sediamo su panche lignee insieme a sconosciuti con cui ci sorridiamo fra una boccata d'aria e l'altra fra i morsi di un panino appetitoso, volutamente privo di salse e salsine americanoidi. La serata scorre leggera, ed è una vera festa di popolo, con balli partecipati, di gruppo, lisci, qualche pizzica a ritmi bradipeschi, volutamente, per permettere qualche passo senza i classici saltelli assatanato da ballerini di San Vito.
E mentre sono al secondo panino, ecco che va in onda l'immancabile, per questi lidi, spettacolo pirotecnico, annunciato con una certa incertezza dallo speaker della manifestazione con un inceppato"fuochi piretici". Alla faccia delle supposte! I fuochi disegnano traiettorie meravigliose squarciando l'aria notturna e tersa con luci e colori multiformi e viene da pensare al sorriso ironico di Padre Convertini che da lassù, sembra osservarci tutti e , a questo punto, pensare, riguardo ai fuochi, chi in Bengala finisce di bengala rifornisce.
L'obbligatoria tappa, inventata dal Brother, a Cisternino, seduti sulla terrazza del bar "Cremeria History di Vignola",a degustare l'unica e incommensurabile torta alla ricotta, conclude la ritemprante serata...dopo mesi di lavoro, traffico, folle inferocite, computer, lavoro, lavoro, macchine, automobili, tangenziali, asfalto, telecamere ovunque a raccatar multe sanabilanci di comuni milanesi, direi che è catartico!