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giovedì 23 aprile 2020

Parolacce

Parolacce
Ore 9,30. Sveglio già da un'ora. Mi affaccio alla finestra del bagno. Fuori silenzio assoluto. Ferragosto senza essere a Ferragosto, da queste parti, Milano Ovest. Un merlo si posa sull'inferriata che separa un orto dove un vecchio armeggia, di solito, curando i suoi ortaggi con incredibile dedizione, dal pozzo di luce dal quale sono solito godermi la mia porzione di cielo. Lo osservo. Mi osserva. Harry Potter riesce a parlare con i rettili, perchè io non potrei comunicare con i merli? Provo a dirgli, vai nel prato, ci sono le briciole di pane che ho disseminato ieri. Per tutta risposta si gira su se stesso e vola via in un'altra direzione.Niente. Non riesco a parlare agli animali. Non riesco a parlare agli umani, come potevo pretendere di riuscire a parlare agli animali?
Si sentono sempre meno ambulanze. Segno che la pandemia, lentamente, sta calando. Ma quanti morti sul selciato della storia!Nessuno ci restituirà i nostri vecchi. Qualcuno ha scritto da qualche parte, che quando muore un anziano è come se andasse a fuoco una biblioteca. Già. I vecchi, con le loro storie, le loro esperienze di vita. Con il loro umorismo nero.Un mondo popolato di vecchi e bambini sarebbe un mondo migliore. Gli uni non hanno molto tempo da perdere e dicono tutto ciò che gli passa per la testa. Gli altri hanno un sacco di tempo da vivere per rimediare alle cose pure e istintive che “sparano” senza lasciarsi intimorire da quella parolaccia chiamata MEDIAZIONE! In mezzo tutti noi.
Sapete, mi manca il balcone. Sono venuto in Lombardia a seguito di una delle tante ondate migratorie, dalla Puglia altosalentina. Ma non sono riuscito a trovare una casa con il balcone. Erano tutte occupate, le case con i balconi. Mi ricorda la corsa con cavalli e carri per le terre intorno a cui mettere i paletti nei vergini Stati Uniti . Gli ultimi beccavano le terre poco fertili , lontane dai fiumi.
Dalle mie parti il contagio si diffonde perchè la gente soffre di iperattivismo. Non sanno stare quieti, tranquilli. Se non fanno muoiono. E non gli importa se stiamo vivendo in un tempo in cui muori se fai. Che poi che cosa avranno mai da fare? Mi ricordano quella barzelletta sui vigili urbani che mettono la sirena e fanno il diavolo a quattro per andare al bar a prendersi un caffè. Non capiranno mai che la vita non è il caffè. Ma tutto quello che avviene tra te che esci di casa e il caffè al bar. E proprio non volete godervela questa vita.
Rientro la testa da tartaruga nel carapace del mio bilocale. Do un'occhiata al mio smartphone. Catene e catene di cose inutili. La memoria del mio telefono è in tilt. Sospetto che mi sveglierà nel sonno per dirmi: basta, terminami. Anche sui social non si scherza mica. E' pieno di gente che denuncia che ci sia troppa gente fuori, nonostante i divieti delle autorità. Già. C'è gente fuori che si indigna se altri violano i divieti violandoli a sua volta. Sembra la metafora del nostro paese:non vogliamo fare la nostra parte se anche gli altri non la fanno.
Dunque, non sto lavorando. Vorrei fare qualcosa per dare una mano. Telefono ad una onlus della mia zona e chiedo se vogliono un volontario per la distribuzione alimentare ai bisognosi. Mi rispondono chiedendomi se ho precedenti esperienze. E aggiungono che necessito di una formazione. Ma andiamo, dico, per caricare la pasta su un furgone devo avere una formazione? Sì, risponde secca la voce dall'altro capo. Beh, sì, una formazione ce l'avrei, dico: Zoff, Gentile, Cabrini, Collovati, Scirea, Oriali, Bruno Conti, Tardelli, Rossi, Graziani, allenatore Bearzot e Presidente Pertini: quel tizio che ha detto “si svuotino gli arsenali si riempiano i granai.” E chiudo il telefono. E niente, anche i posti da volontario sono occupati. Non ho L'ABILITAZIONE. Nella settimana prima di Pasqua, noi, Occidentali Europei, in ossequio alle NOSTRE COMUNI RADICI CRISTIANE, dovremmo cercare di non dire parolacce. Già: NOSTRE COMUNI RADICI CRISTIANE. Ops! Mi spiace, non sono riuscito a non dire parolacce!

In rosso

In rosso
Stare chiusi in casa. Già. Si pensano un mucchio di cose. Sento nell'aria tanta voglia di ricominciare a vivere. Ci sono persone per le quali il lavoro è tutto. Per loro il lavoro è vita. E non ho niente contro. Purchè vivere non diventi il lavoro. Altrimenti dovremmo chiedere scusa agli zombies.
A volte io credo che se scrivessi per professione potrei dedicare molte energie a questa attività e potrei farlo meglio. Magari ECCELLERE. Eppure sento dentro di me che non riuscirei a scrivere un solo rigo. Per scrivere ho bisogno di vivere. Di vedere gente. Di deludermi ulteriormente circa le capacità di giungere alla saggezza della maggior parte degli esseri umani. Me compreso.
Per cui si pensa ai tempi andati. Che non si sa se e quando torneranno. La famiglia sopra di me sta facendo i conti , oltre che con la quarantena, anche con la convivenza con il proprio cane. Un cane irrequieto. In passato, quando non c'era il virus in giro e non erano obbligati a stare in casa tutto il tempo, uscivano spesso e lasciavano il cane a casa. La bestiola abbaiava tremendamente tutto il tempo. Un'ottima colonna sonora, per chi sta a casa negli appartamenti contigui magari nel giorno di riposo infrasettimanale, intento a leggere o a rilassarsi. Ora li sento redarguire l'animale tutte le volte che accenna un guaito. La qual cosa, avverto, deve risultargli stressante. Si saranno chiesti quanto dovesse essere stato altrettanto stressante tutto il tempo trascorso in casa, per gli altri inquilini, quelle volte che abbandonavano la creatura? Sembro Peter Handke, uno che scrive sottoforma di domande.
Si pensa ai tempi andati. E una volta abbassatasi la soglia dei contagi? Torneremo a vivere come prima? Io credo di sì. Perchè viviamo in un sistema che ci ha abituati a essere ciò che possediamo.
In passato mi sedevo spesso al Cin Cin bar in Corso Buenos Aires a Milano. Prendevo un caffè o un Crodino, cose così. Su quel marciapiede dove mi sedevo a degustare le mie cose, in un'ora possono passare fino a tremila persone. E a me è sempre piaciuto osservare la gente. E' un abbonamento gratuito a SKYUMANITA'. E c'era sempre qualcuno che parcheggiava un Suv dopo aver fatto trenta metri da casa in auto, lì davanti al Bar. Scendeva dall'auto, la guardava e rimirava come la Pietà di Michelangelo. Si sedeva ad un tavolino del bar. Tutto tronfio. Cinque minuti dopo parcheggiava una Maserati. E lo vedevi diventare pallido in viso. Gli vedevi spegnersi il sorriso. E anche io avevo così davanti un altro tipo di capolavoro. Un altro tipo di PIETA'. Quella provata da me.
Tornando al lavoro. A me in genere piace lavorare. Facendo un lavoro di contatto diretto con il pubblico, ora sono fermo, causa pandemia. A me in genere piace lavorare, ma non sempre. Un giorno non è come un altro. E ci sono giorni in cui non è cosa. Le bollette però hanno sempre una gran voglia di arrivare puntuali come un cantone svizzero. Per cui a volte, anche quando non ti va, lavori. Però c'è da constatare una cosa, riguardo al lavoro. Che anche se ce l'hai e sei fortunato ad avercelo , non puoi mai svolgerlo al ritmo che ti è più congeniale (parlo per me). E questa cosa, a fine giornata, ti svuota di energie! Bisognerebbe che ci fosse una legge che imponesse a tutti i lavori di lasciare inalterate alcune energie per terminare la giornata in BELLEZZA.Ci sono molte cose di cui abbiamo bisogno. BISOGNO è ciò che il nostro sistema di vita considera solo come sinonimo di deiezione.
Comunque non sento il bisogno di adunate oceaniche, di bagni di folla. La GENTE in massa mi destabilizza. Meglio pochi per volta. Se li puoi scegliere. Osservarli, insieme, è un conto, averci a che fare, insieme, è un altro conto: ed è in ROSSO.

Campioni del mondo

Campioni del mondo...
Vigilia di Pasqua. Il paese sta risorgendo, pur ferito a morte. Enrico Toti combattè tra le file italiane durante il primo conflitto bellico contro gli austriaci, privo di una gamba, come volontario, con la divisa senza stellette. E' il simbolo del nostro paese. Forse con gli austriaci saremmo stati meglio. Ma noi non siamo austriaci. Siamo italiani. E siamo stanchi di essere messi dietro, all'ultimo banco, dell'aula europea. Stiamo resistendo. I nostri medici , i nostri infermieri, i giornalai, gli addetti ai supermercati e i corrieri postali sono i nostri eroi senza stellette. Gli unici che ci hanno aiutato sono medici e infermieri delle odiate dittature comuniste. Non una mascherina dagli USA. A pacche sulle spalle sono buoni tutti.Non parlo di politica. SONO FATTI. E certo un uomo elegante, poco avvezzo alle furbizie della politica, un pugliese orgoglioso che appare in video per parlare al paese-il volto bianco segnato dalle nottate insonni-dopo ore passate a leggere i rifiuti europei( rifiuti come immondizia, anche), rappresenta in questo momento il nostro essere italiani: un uomo solo al comando, Giuseppe Conte. Come Fausto Coppi...ma la borraccia di Bartali è rimasta nelle pieghe di odi, invidie e stupide strumentalizzazioni politiche.
Dobbiamo farcela da soli. Ciò che non ti uccide ti rafforza. Non abbiamo bisogno di elemosina. Ed è meglio un tozzo di pane regalatoci dai più poveri di noi-benchè interessato-che pacche sulle spalle e sblocchi di vendita di mascherine in un primo tempo ferme. In attesa di un'asta al rialzo per il miglior offerente.
Sapete, non sono mai stato un patriota in senso classico. Uno che ama il proprio paese a prescindere. E l'inno nazionale mi ha fatto venire la pelle d'oca solo una volta. Durante la finale dei mondiali di calcio del 1982 in Spagna. Nel 2006 non fu per me la stessa cosa.
Non mi piace la retorica delle celebrazioni a prescindere.
Non mi piaceva l'alzabandiera mattutina durante il servizio militare. Coincideva con l'alzarsi troppo presto per giocare ad una guerra che non avremmo mai potuto combattere.
Una volta all'alzabandiera in piazza Unità d'Italia a Trieste ( si svolge tuttora tutti i giorni, mi dicono), io ufficiale dell'esercito (di complemento), guidai il mio plotone. Guidai i movimenti classici di un plotone in modo perfetto(mi dissero poi i comandanti). All'ammainabandiera il trombettista non volle aggregarsi. Lo lasciai in caserma. Andò tutto bene. Il Colonnello comandante del Battaglione a cui ero aggregato , il giorno dopo mi chiamò. Come mai non c'era il trombettista all'ammainabandiera, chiese. Non è voluto venire, dissi. Perchè non l'ha punito? Lo osservai bene in viso:”ci sono punizioni peggiori che essere puniti. Sa, in caserma, questi ragazzi si annoiano a morte. Fare qualcosa come presiedere ad un alzabandiera, provare i movimenti e ripeterli dal vivo in una piazza splendida come quella di Trieste, perlomeno è un diversivo. Impiegano membra e mente per qualcosa di utile per se stessi”.
“Perchè non l'ha punito? Ora io dovrò punire lei!”, disse il Colonnello.
“Faccia come crede. Per me la punizione ,il ragazzo, l'ha già avuta. Mi è bastato osservare il biasimo con cui i suoi commilitoni lo hanno guardato di ritorno dall'ammainabandiera. E lui si è vergognato. Non è questione solo di bandiera, signor Colonnello: è questione di essere tutti nella stessa barca. Questo dovrebbe essere un concetto patriottico, credo”.
Il Colonnello non mi punì. Anzi. All'alzabandiera in caserma, il mattino dopo, mi elogiò davanti al battaglione. Perchè sia pure senza trombettiere, era andato tutto bene. E il silenzio dell'assenza della tromba, per sentito dire, era stato più rispettoso della litania del silenzio suonato con la tromba. Dopotutto si trattava di un'ammainabandiera. Non del funerale della nostra bandiera. E il giorno dopo si sarebbe innalzata ancora una volta, garrula nel vento. Con me mezz'assonnato imprecante in silenzio.
Ho raccontato questo episodio perchè in questo momento mi sento come davanti a quel Colonnello. Bisogna parlare con il cuore al paese. Bisogna sentirsi nella stessa barca: lasciare le ataviche furbizie levantine nello scantinato della nostra storia, passata e recente. Educare il popolo, si diceva una volta. Con l'esempio dei più pronti di spirito. E senza aneliti disfattisti. Benchè nel criticare gli altri siamo campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo (cit Martellini).

Solo per la maglia

SOLO PER LA MAGLIA.
In casa. Nulla da fare. Fuori impazza il virus, sia pure in fase calante.
Si pensa molto. Si ricorda molto. I ricordi fluttuano nella mente. Secondo i buddhisti la mente non risiede nel cervello, ma altrove. Non oso immaginare in quale parte del corpo risieda la mente di taluni politici. Me ne farò una ragione.
In questi giorni mi tornano in mente parecchie cose. Una di queste è il calcio. Da ragazzo un po' ho giocato, ma non sono riuscito a fare carriera. Ma poi volevo veramente fare carriera?
Comunque il calcio giocato mi è servito moltissimo. Ero un ragazzo un po' introverso, sempre perso nei miei pensieri, nei miei sogni. Non interagivo molto con gli altri. Sotto questo aspetto sono stato sempre un isolazionista. Il calcio mi ha aperto verso il mondo. Il calcio è uno sport collettivo e al fine del conseguimento del risultato di squadra ti costringe a collaborare anche con chi magari non ti sfagiola troppo. Poi a fine partita e durante la settimana, nemici come prima. Fino a qualdo, lentamente, le tenebre nel rapporto si diradano e o si addiviene ad una scazzottata salutare o cambi aria. Poichè al calcio non si rinuncia facilmente, perchè è la forma d'arte plastica più popolare che esista dalla notte dei secoli, solitamente , con quelli che ti stanno sul groppone, si stabilisce un modus vivendi accettabile per entrambi. Nel calcio metti da parte la tua individualità al fine di conseguire il risultato. Segnare e vincere. Nessun grande campione ha mai vinto nulla senza un portatore d'acqua. Nonostante il talento. Questo mi ricorda molto il fatto che noi come squadra Italia, pur se torneremo ad odiarci, detestarci e criticarci, al fine del conseguimento del risultato finale (battere il Coronavirus), dobbiamo stare al gioco di squadra. Rispettare le regole e stare in casa! Lasciamo la nostra individualità creativa alle mille forme di autoprotezione con maschere per snorkering o ricavate da mutandine di mamme ,sorelle , mogli o fidanzate ( e viceversa, pensando al femminile)...non vogliamo mica lasciare i nostri psicoterapeuti privi di lavoro?
Per me il calcio è il Lecce . Trattandosi di squadra dovrebbe declinarsi al femminile. Si chiama Lecce, al maschile, perchè la società si chiama U:S. Lecce, ossia Unione Sportiva Lecce. Deduzione aristotelica.
Mio padre , nato a Milano da genitori entrambi leccesi ed emigrato al contrario verso la Puglia Salentina, a dodici anni, è stato sempre un grande tifoso del Lecce. E anche del Milan. Poi quando i successi della squadra della città in cui era nato hanno cominciato ad essere usati al fine di giustificare eclatanti carriere politiche, è rimasto con l'unico vero amore che aveva sempre avuto(posto che quando si giocava Milan-Lecce tifava comunque per i giallorossi), il Lecce.
Nel corso degli anni vissuti insieme, ma anche quando per studio o lavoro, rientravo in terra appula da ognidove, si andava a vedere il Lecce. Spesso in B, ma anche in serie A.
Si parcheggiava l'auto dove si riusciva e si percorreva Via Del Mare. Lo stadio, l'infuocato catino che prende il nome dall'omonima via presso cui sorge, lì ad attenderci. Ricordo ogni tipo di sciarpa, cappellino, venduto sul percorso per lo stadio da vari ambulanti con le loro facce olivastre e ridanciane. Ricordo i suffumigi di marijuana salentina dietro i drappelli di tifosi diretti alla mitica Curva Nord. Ricordo l'ingresso nello stadio. Ricordo gli ambulanti con il caffè Borghetti che passavano tra gli spalti. Ricordo il sole che rendeva il verde del prato erboso incandescente prima dell'inizio della partita.
Ricordo, ero ragazzino, il bomber Sergio Magistrelli, barbuto capellone comasco, negli anni '80, avvicinarsi alle aree di rigore avversarie a testa bassa come un muflone impazzito.
Ricordo tifosi e giocatori listati a lutto dopo l'incidente stradale che tolse la vita a due grandi giallorossi, Lorusso e Pezzella.
Ricordo un 3 a 2 in B tra Lecce e Genoa (stagione 2006-07), con un gol spettacolare al '90 del brasiliano Juliano, tutto lo stadio in piedi impazzito e Zeman, allenatore del Lecce, seduto in panchina che fumava impassibile l'ennesima sigaretta come se niente fosse accaduto.
Ricordo gli argentini Barbas e Pasculli quando tolsero lo scudetto dal petto della Roma, andando a vincere all'olimpico, pur essendo il Lecce già retrocesso, guadagnandosi l'ammirazione perenne dei tifosi.
Ricorso Pietro Paolo Virdis che dopo una carriera nei massimi club di seie A ha giocato nelle file del Lecce alcune delle sue migliori stagioni (da stagionato).
Ricordo il bomber uruguagio Ernesto Chevanton che giocò una delle migliori stagioni del Lecce in serie A segnando 19 gol, nel 2003. Tornò poi a giocare a Lecce nel 2012, visto che il suo cuore era stato rapito dalla figlia di uno degli stopper più rocciosi di sempre: Sergio Bruno..leccese doc anche lui.
Ricordo la dolorosa retrocessione in serie C a causa del calcio scommesse. E la pittoresca figura del barbutissimo attaccante italo-belga Davide Moscardelli (ancora in circolazione in B con il Pisa a 40 anni suonati). Memorabile l'episodio di Papini nel campionato Lega Pro 2015, che segna al Benevento ed esulta infilandosi la maschera barbuta di Moscardelli (immagine indimeticabile che ha fatto il giro del web) , in quel momento squalificato e simbolo di fratellanza e unione di gruppo.
Lunghi anni di purgatorio , poi la risalita in B (2017). Oggi in serie A, agli ordini del “Comandante” Liverani.
Con mio padre e mio fratello ci siamo visti tutte le partite di vari campionati nell'inferno della serie C (Lega Pro) , su internet. E c'è gente che da Lecce è andata in trasferta nei mille campi del purgatorio calcistico italico nazionale.
Sicuramente ho dimenticato tanti particolari, tanti bravi calciatori e allenatori, perchè ho scritto questo racconto pescando a caso immagini dal mio caleidoscopio mentale ( uhm, spero che la mia mente fosse nel posto giusto), vai a capire come seleziona i fotogrammi il cervello.
Ma era un omaggio dovuto. Al Lecce e ai suoi colori.
Sapete, io lavoro in un mobilificio e una volta avendo a che fare con un cliente svizzero, mi ha raccontato che suo figlio , nato in Svizzera da genitori svizzeri e senza alcuna origine italiana, teneva per il Lecce. Ma proprio fanatico, aggiunse piccato il padre, non comprendendo la ragione di tanto affetto. Ma io non mi meraviglio. Sono i colori che ti scelgono. Il calore dei tifosi : e i loro mille gruppi e striscioni, compreso il caratteristico “Afrika sballata” e i mille slogan scritti con lo spray e le bandiere giallorosse...Giallo e rosso, i colori della nostra Giamaica nazionale: IL SALENTO!
Ho scritto questo racconto perchè, recluso e tenuto in ostaggio dalla pandemia, nell'ovest milanese, volevo rendere omaggio a mio padre, recluso ad Ostuni, altosalento pugliese. Mi manca molto.
Già, mio padre che mi ha trasmesso il morbo giallorosso. Con i suoi 87 anni il Lecce è rimasta una delle sue poche gioie di vivere. Ho scelto per lui quello striscione in curva che vidi quella volta e che recitava così:” solo per la maglia”. Ed è così che rispondo a tutti i salentini che incontro a Milano e tifano per Milan, Inter o Juve. Dovreste ricordare da dove venite, non foss'altro che : SOLO PER LA MAGLIA.

Seduta spiritica

Seduta spiritica
Mai creduto all'esistenza di un mondo parallelo. Agli spiriti. Credo solo a ciò che vedo. Quando sto male credo a tutto. Ma immagino che ciò derivi dalla vigliaccheria dell'uomo comune. Bene, archiviamo il fatto che io sia un uomo comune e andiamo avanti.
Intorno al '91 svolgevo il servizio di leva come Ufficiale di Complemento in quel di Trieste. Bellissima città, Trieste. Ci hanno vissuto Svevo, Saba e Joyce. Ma anche Elisa, la cantante, Gianni Cuperlo, Cesare Maldini e, di recente, il povero Giulio Regeni. Belle ragazze, una di loro poteva sembrare due ragazze una sull'altra, tanto erano alte. All'epoca c'erano ancora le Osmize, trattorie tipiche dove potevi mangiarti tagliatelle al sugo di capriolo. Il vino era ottimo e la Slovenia era ad un tiro di fionda con le sue aragoste tirate dietro a pacchi a due lire in croce. Nonostante la guerra dei Balcani. Ma era una questione tra Serbi e Croati.
Svolgevo il servizio in San Giusto, battaglione di Fanteria. Addestravo le reclute a marciare a fare giuramenti, sorvolando, complice, sul fatto, che al momento giusto avrebbero gridato “l'ho duro” al posto del patriottico “lo giuro”. Già allora pensavo che il patriottismo si dimostra nella SOSTANZA. E infatti avevo, nonostante la mia giovane età (26 anni), conosciuto abbastanza gente, nella mia vita, ineccepibili nella FORMA, che al momento giusto se la faceva nelle mutande. Mi importava che marciassero evitando che marcissero. Facevo anche qualche lezione di educazione civica. Erano nel programma ma ero l'unico ufficiale a tenerle.
Il resto del giorno si bighellonava e si spendevano i soldi dell'Esercito in cene luculliane o per andare nell'unica discoteca decente della zona. Che era a Monfalcone e si chiamava Hippodrome. Faceva parte di una catena di discoteche internazionali. Un'altra disco della stessa catena dove ci andrò dopo qualche anno era a Londra.
Gli ufficiali che provenivano dalle varie Accademie, di carriera, inizialmente tendevano a non mescolarsi con noi. Noi eravamo ritenuti di serie B. Dovevamo stare un anno e andare via. Loro invece erano destinati a fulgide carriere di attenti e risposo, stipendi consistenti e rischi quasi nulli. In tempo di pace. La cosa più rischiosa che avevo visto fare a qualcuno di loro era pagare una “boccia” (solitamente bottiglie di whiskey) al Circolo Ufficiali (ogni caserma ne aveva uno) per qualche cappellata capitata durante gli addestramenti formali.Parlo sempre in tempo di pace. I veri ardimentosi, si sa, qualche conflitto lo hanno poi affrontato. Ma verso la fine del servizio eravamo diventati amici e fuori dalle mura della caserma si faceva bisboccia insieme. E si scoprivano gli altarini di tutti. Eravamo terribili, noi del complemento. Paradossalmente eravamo molto più abituati alla guerra della vita civile che all'ovattata guerra di chi aveva trascorso gran parte della propria vita in un caserma.
Ma come detto, avevamo molte ore libere. E quando non si usciva avevamo dei locali, noi Ufficiali di Complemento, dove ci riunivamo a cazzeggiare. Specie la sera.
E una di queste fatidiche sere, non ricordo a chi venne in mente, ci mettemmo a fare una seduta spiritica. Non vi dico il mio scetticismo. Decisi che lo avrei preso come un gioco di società. Del resto cosa potevo temere? Le uniche entità spiritiche che avevano popolato il mio alloggio erano state una serie di flatulenze conseguenti ad una dieta a base di leguminose.
Non ricordo adesso in quanti fossimo. Eravamo noi tutti Ufficiali di Complemento. Smontanti, chi stava per congedarsi e montanti, chi era arrivato da poco a sostituirli. Ma per qualche mese si conviveva. Uno di loro, di Alberobello, macilento di natura e nero di carnagione come il carbone, che soprannominavamo “Lo SMILzo”, si incaricò di organizzare la cosa. Scrisse delle lettere su degli appositi foglietti di carta e li dispose sul tavolo. Al centro pose un bicchiere. La seduta si darebbe dovuta, a suo dire , svolgere in questo modo: Due di noi avrebbero messo una mano sul bicchiere e altri avrebbero formulato delle domande. Qualsiasi domanda sarebbe stata lecita.
Cominciammo. Chiedemmo un pronostico calcistico. Il bicchiere sotto la mia mano e quella dello SMILzo cominciò a muoversi verso alcune lettere componendo delle parole. Vi assicuro che il dannato bicchiere, si muoveva.
All'inizio venne fuori che lo spirito che ci rispondeva fosse un avo di uno di noi. Un ufficiale degli smontanti di cui diverrò molto amico in seguito e che adorava la sua ragazza, fissato col fetish del fumo di sigaretta, florido, ridanciano, siciliano, studi di chimica farmaceutica, che chiamerò Germando, sbiancò in viso. L'entità, o quel che era, o lo SMILzo che muoveva il bicchiere disse di essere un suo trisavolo. Componeva parole in latino. Io conoscevo il latino. Lo SMILzo no. Io non avevo mosso il bicchiere. Il bicchiere si era mosso. Ma non poteva essere stato Lo SMILzo. Non conosceva il latino.Io comunque cercavo una spiegazione razionale. Germando continuava a sbiancare. Le parole componevano frasi che per lui e per le sue origini avevano un senso. Tutti ci facemmo seri. Poco dopo le parole diventarono italiane. Una serie di parole che riportavamo su un foglio di carta. La mano mi faceva male. Il bicchiere girava. Che girava era sicuro. Magari eravamo noi che inconsciamente lo muovevamo. Non l'ho mai capito . Venne fuori che in quel luogo in cui eravamo c'era un INSEPOLTO. Chiedemmo spiegazioni. Io guardavo Lo SMILzo sperando che scoppiasse a ridere. Ma non rideva affatto. Un giovane, disse il nome, intorno ad un qualche anno del 1500, in quel luogo era morto bruciato. Ecco perchè INSEPOLTO, disse Germando. Già dissi io. Lo SMILzo non disse niente.
Ve beh. Finimmo la seduta spiritica. Germando tornò negli alloggi tra il perplesso e il sospettoso. Immaginava che io e lo SMILzo gli avessimo fatto uno scherzo. Io e lo SMILzo andammo verso i nostri alloggi. E così altri che non ho citato perchè avevano partecipato alla seduta sonnecchiosamente o sghignazzando, comunque di straforo.
Lo SMILzo mi guardò e disse:” è tutto uno scherzo, ero io che muovevo il bicchiere”.
“Ma tu conosci il latino?”, dissi.
“No, pensavo che in quel momento il bicchiere lo muovevi tu”.
“Io non ho mosso un cacchio”.
“Uhm”, disse.
“Comunque hai visto le facce degli altri. All'inizio ridevano, poi seri, drammatici”, aggiunse.
“Già. Qualcuno però aveva la stessa faccia anche nella versione da normale”.
Lo SMILzo non rise. Strano, pensai.
Il giorno dopo seppi che si era chiuso a chiave nell'alloggio e non si era presentato all'alzabandiera dandosi ammalato. Lo vedemmo due giorni dopo.
Era sorridente. Mi venne incontro:” sei un figlio puttana, ci hai fregati a tutti, con quello scherzo della seduta spiritica”, disse.
“Ma se io non sapevo nemmeno come si faceva, una seduta spiritica”.
“Basta, dai, lo scherzo è finito”.
“Già”,dissi.
Poi lo SMILzo mi guadò e disse:”dai , stasera ne facciamo un'altra?”.
“No, dissi.
“Perchè?”.
“Perchè non ho abbastanza tempo per rompere i coglioni agli umani, figuriamoci se devo pure farlo con gli enti soprannaturali”.
“Serio, dici?”.
Non dissi niente.
Da allora non ho più partecipato ad alcuna seduta spiritica. Ed ho l'impressione che a LORO vada bene così...

Ciao Luis...

Ciao Luis.
Ebbene, Luis Sepulveda non ce l'ha fatta. Ho letto quasi tutti i suoi libri. “Un nome da torero” mi è piaciuto tantissimo. Ma in “Patagonia Express” ci sono alcuni passi per me immortali. Sepulveda incontra Chatwin in un caffè a Zurigo, prima di recarsi in viaggio in Patagonia, una regione che occupa un vasto lembo meridionale del continente sudamericano: “un inglese e un cileno. E come se non bastasse, due tipi con scarso affetto per la parola 'patria'. Un nomade e un esiliato. 'Dio mio'! Qualcuno dovrebbe proibire questo genere di incontri, o per lo meno assicurarsi che non avvengano in presenza di minorenni”. I due restano in silenzio ad osservarsi. E poi, in sequenza:”come fanno due cani quando si incontrano per la prima volta? Non latrano, non uggiolano, non dicono nulla, si limitano ad annusarsi il posteriore, a volte fermi, altre girando.”
Luis Sepulveda ha avuto una vita avventurosa. Dal Cile, dov'era nato, andò in Unione sovietica dalla quale fu cacciato perchè trovato a letto con la moglie di pezzo grosso del Politburo. Tornato in patria, si infervorò alle idee di Salvador Allende e divenne una delle sue guardie del corpo personali. Imprigionato e torturato dagli sgherri del dittatore Pinochet, fu costretto ad espatriare. Poi partecipò alla guerriglia sandinista, in Nicaragua, infine militò in Greenpeace. Prima di diventare uno degli scrittori mondiali più conosciuti.
Un uomo di cui avere rispetto. E che ha vissuto molte vite. Una cosa non ho detto, che invece va detta:scriveva bene. Scriveva degli ultimi. E in qualche modo , evangelicamente, li ha riscattati, facendoli diventare protagonisti dei suoi libri. Gli ultimi saranno i primi. Già, almeno ne ha parlato nei suoi libri.
Metto la testa fuori dalla finestra del bagno. Una signora , mascherina e guanti, apre il cancello elettronico. Seguono due infermieri vestiti e bardati come i soldati di Dart Fener di Guerre Stellari. Uno di loro due spinge una carrozzina sulla quale è seduta una donna anziana. Probabilmente la madre della donna che ha aperto il cancello. Lentamente si avviano verso un'autoambulanza.
La signora anziana è vigile. Sembra lucida. E anche lei indossa una mascherina chirurgica. Le linee nemiche indossano travestimenti familiari. E' un nemico che indossa i panni del tuo vicino di casa. Non puoi far altro che aspettare. E rendere la vita dura “al nemico”.
Rientro dentro e mi metto sul portatile. Ho bisogno di scrivere. Scrivere è la terapia dell'attesa.
Mia madre ha letto sul giornale di Bukowski. Finalmente abbiamo visto una sua foto, mi raccontava al telefono. Poi è andata nella mia stanza. Ha cercato un libro di Bukowski. E si è messa a leggerlo: “A sud di nessun nord”, è il titolo.
Si può entrare in contatto con i propri cari in molti modi. Persino con i libri preferiti di chi, per il momento, non c'è.
Scrivere è magia, per me.
Tempo fa fotocopiai una frase da un libro di Bukowski, “Factotum”, sullo scrivere. La porto piegata nel portafoglio. Fa così:”Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo. Altrimenti non cominciare neanche. Potrebbe voler dire perdere la ragazza, la moglie, i parenti, il lavoro, e forse anche la testa. Potrebbe voler dire non mangiare per tre, quattro giorni. Potrebbe voler dire gelare su una panchina del parco, potrebbe voler dire la prigione, potrebbe voler dire la derisione, lo scherno, l'isolamento. L'isolamento è il premio. Tutto il resto è un test di resistenza, per vedere fino a che punto sei veramente disposto a farlo. E tu lo farai. Nonostante i rifiuti e le peggiori probabilità di successo, e sarà meglio di qualunque cosa tu possa immaginare... Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo. Non c'è una sensazione al pari di questa. Sarai da solo con gli Dei, e il fuoco incendierà le tue notti. Cavalcherai la tua vita dritto verso una risata perfetta. È l'unica battaglia buona che ci sia.”
Ogni tanto la tiro fuori dal portafoglio e la rileggo. E' il mio talismano. Mi tira su, mi riempie il cuore.
La scrittura deve riempirti il cuore e farti sorridere. Ridere sarebbe meglio...
Anche leggere mi riempie il cuore. Ma devi leggere gli scrittori giusti. Come lo capisci? La pagina che stai leggendo è come se prendesse fuoco. Ecco, i libri di Sepulveda sono così. Persino le sue fiabe, fanno prendere fuoco alle pagine: e senza averci draghi dentro.
Caro Luis, ti immagino seduto in un bar dell'al di là, a fianco a Bukowski. Mentre tutte le altre divinità della terra trapassate cercano di leccare il culo agli Dei intorno per un posto di rilievo anche da quelle parti. Fumate e bevete una birra. Seduti. In silenzio. Mi mancherai molto. Non mi mancheranno le bacheche dei social piene di condoglianze di chi non avendo mai letto un tuo rigo, scaccia la paura del virus, con la gloria del santino della celebrità.

Tecnoleso

Tecnoleso
Eccoci qui. C'è il Coronavirus in giro, ancora. Non possiamo mollare proprio ora. Anche se gli italiani ricordano la barzelletta del pazzo che scavalcando il novantanovesimo cancello dei cento verso la libertà, dice al suo compagno d'evasione: “sono così stanco che torno indietro”.
Ci si organizza per uscire il meno possibile. Uno dei supporti che dovrebbe aiutarti, in questo, è la tecnologia.
Un vecchio libro , “L'uomo a una dimensione”, di Marcuse sosteneva che la rivoluzione industriale ci avrebbe reso schiavi dei consumi. Stiamo parlando del 1964! Naturalmente aveva ragione. Oggi non sappiano rinunciare alla pastasciutta, che innesca un ciclo biochimico insulinico che crea dipendenza. Il colesterolo è alle porte. Ma ci sono I FARMACI! Altre spese. Farmaci per metabolizzare la pastasciutta e combattere il colesterolo. Ma i farmaci hanno effetti collaterali. Che problema c'è? Ci sono I PROBIOTICI, che fanno meno male (ma non costano meno)...e poi c'è il movimento fisico. Non la camminata in campagna. Troppa grazia. PALESTRA...sottotitolo, ABBONAMENTO IN PALESTRA. La palestra è quella catena di montaggio ludica dove devi fare la fila per usare la CHEST PRESS. O come diavolo si chiama. E nel frattempo devi bere un'ENERGIZZANTE. Sennò che FIGO sei? Mentre ti guardi allo specchio(sperando che qualcuna posi il tuo sguardo sulla tua muscolatura da copertina)...Tra parentesi, dove sono le palestre di una volta dove con solo panca e bilancieri si diventava campioni del mondo? Roccky Balboa contro Ivan Drago: tutta la vita BALBOA!
E I GUANTINI? Non vorrai mica che ti vengano i calli usando le macchine da palestra! Poi ti viene uno strappo perchè esageri: che problema c'è? C'è Voltaren. Altre spese. Ma ci vuole una dieta bilanciata ! (per i bilancieri). Ci vogliono CIBI BIOLOGICI! Quelli che costano di più. Ma hanno maggiori componenti nutritive! Ah, dimenticavo: e GLI INTEGRATORI? Mai più senza gli integratori. Dopo tre mesi sei più o meno quello di prima. Con un conto in banca in rosso e nessuna bellona che ti guarda attraverso lo specchio. Quando scopri che più che ai muscoli mira alla tua Credit Card, beh, sei già in protesto!
Ovviamente, dovendo restare a casa, ripeto, ci si attrezza per uscire il meno possibile. Provi a fare la spesa con la carta di credito. Macchè...i circuiti sono intasati, i supermercati non riescono ad evadere gli ordini. Vabbeh, c'è la Cassa Integrazione. L'anticipo. Ma lo devi richiedere. Apri il pc portatile (che fare tutte queste operazioni con lo smartphone ci si sente come King Kong che smanetta sul telefonino di Big Gim in cravatta), scarichi i moduli. Fotografi i documenti. Compili i moduli. Non li puoi compilare. Non hai il dato programma per la compilazione direttamente sul Pc. Cerchi di scaricarlo. Ma è A PAGAMENTO. Ma non mi dire. Paghi, lo scarichi. Non funziona. Due ore per attivarlo. Chiami il numero verde della Banca per un aiuto. Dopo un'ora risponde un'operatrice. Ma va, dice, lo compili a mano, poi lo scannerizza e ce lo invia. NON HO LO SCANNER. Scarichi il programma, dice. A PAGAMENTO. Quello gratis non funzionava, ovvio, ma che... ci provo pure?
Dopo 8 ore forse ho fatto e mando la mail di richiesta per l'anticipo sulla cassa integrazione. La tecnologia libererà l'uomo dagli affanni quotidiani. Ditemi chi lo ha detto che lo metto nella lista dei miei NEMICI! Più tardi devo pagare la rata del condominio. IDEA: bonifico da casa. Scarico l'applicazione della banca sullo smartphone. Ma, indovinate un po'? Ci vuole un PIN e gli unici che possono darti il PIN sono quelli della tua banca. Telefono alla banca. Dopo due giorni risponde qualcuno. Una voce dall'oltretomba. Si può venire in banca solo su appuntamento. Ok, dico. Tra tre giorni, dice. LA TECNOLOGIA LIBERERA' L'UOMO DAGLI AFFANNI QUOTIDIANI.
Esco , vado all'edicola. Compro la Repubblica. Trent'anni che leggo Repubblica. Sul cartaceo. Prendo in mano il giornale. Ne saggio la consistenza, il numero di pagine. CHE BELLA COSA. UNA COSA VIVA. L'ODORE DEL PETROLIO MI INEBRIA LE NARICI.
LA TENOLOGIA, A VOLTE, SPINGE L'UOMO A CAPIRE QUANT'E' BELLO ANDARSI A COMPRARE IL QUOTIDIANO.
Ecco, direi che suona meglio...