Henry Miller è stato per me uno dei più grandi scrittori del '900. Ormai è un classico, se definiamo classici tutti quegli scrittori i cui libri hanno retto alla prova del tempo. Si tratta di uno scrittore anomalo, lui stesso diceva di sé che era costituzionalmente incapace di scrivere un best seller, ma che la scrittura poteva implicare lo scrivere una lettera ad una persona sola, e che la passione che avesse sorretto quello scritto doveva essere in grado di ripagare completamente l'autore dello scritto, senza un riscontro di pubblico buono solo a solleticare il proprio ego. E lo si capisce , Miller, in questo viaggio fantastico attraverso la sua scrittura, dalle prove iniziali, "Il tropico del cancro", scritto a Parigi, narrazione autobiografica delle sue esperienze di esule americano in terra francese, squattrinato, scandaloso, per l'epoca, parliamo degli anni 30, censurato come opera pornografica in Francia e ripubblicato e ricensurato 30 anni dopo negli Stati Uniti, scandaloso per la descrizione di scene di sesso esplicito, scandaloso per l'ideale di vita libertino, scandaloso per l'uso colto e raffinato delle parole associato, chissà perchè, al ragionamento in base al quale il sesso deve essere associato ai ranghi linguistici più bassi delle società umane-quando le culture da cui veniamo avevano creato Dei che avrebbero fatto arrossire Jean Genet-, via andando con, "Il tropico del capricorno", compendio delle esperienze americane, tornando indietro a prima della sua esperienza francese, in un paese, come gli Stati Uniti, che non gli piace, perchè non ha cultura e non è in grado di trasmettere nient'altro che" il Vangelo del lavoro", che per Miller , anarchico, colto, artista puro, non è altro se non "la dottrina dell'inerzia", inerzia mentale, culturale, spirituale, la morte degli individui ridotti a meccanica di braccia e gambe ai fini produttivi. Poi vennero , "Sexus","Plexus", "Nexus", trilogia della Crocifissione Rosa, circa tremila pagine autobiografiche che mettono in scena il rapporto fra il grande scrittore americano, di origine ebraica, e per questo meno sospetto riguardo alla denigrazione della propria cultura di provenienza, figlio di un sarto di lusso Newyorkese, con sua moglie June, una bellissima donna di origine austriaca che sognava di fare l'attrice ma finì per fare l'entraineuse, mantenendo il marito, allorchè si era accorta che la sua scrittura lo avrebbe reso celebre. E con lui anch'essa. C'è tanto sesso in quelle pagine, anche sesso fedifrago, ma anche tanto amore, per la letteratura, per l'arte, per l'uso disinvolto dello strip-tease psicologico della galleria dei suoi personaggi, ben più pornografico della descrizione pur cruda delle scene di sesso, ne denudava l'anima, ai suoi personaggi,Miller, come Dostoevskij, ma in modo più moderno, parlando per esempio delle tendenze bisessuali della moglie come di una normale opzione presente in molti esseri umani, "senza omofobia restando macho alfa", aspetto questo suo estremamente affascinante, di chi ha assimilato la cultura come portato di più culture e non ne resta schiacciato ma arricchito. Ad ogni modo June Miller , sua moglie, contribuisce alla sua ascesa come artista, garantendogli una relativa sicurezza economica, in attesa di diventare un vero artista...anche se Miller già sapeva di esserlo. Un artista vero lo sa se lo è, al di là di ogni goffa autocelebrazione, se è una persona seria che sa ridere di sé e degli altri. Nel 1939 Miller viaggia in Grecia e ci resta un anno intero, con la scusa che va a trovare Gerald Durrell, poeta inglese. Ne uscirà fuori , "Il Colosso di Marussi, "che prede il titolo da George Katsinbalis, splendida figura fisicamente taurina di poeta greco (presentatogli da Durrell) che lo affascina con le sue opere ma soprattutto con i suoi racconti di vita. La Grecia lo conquista, gli ispira fra le pagine più belle che abbia scritto. I Greci sono poveri ma sono felici, tranne alcuni che soffrono dell'abbaglio consumistico nei confronti degli americani, sanno riconoscere il genio, hanno capito che il genio non sta nella celebrità e nel denaro, ma nell'intelligenza e nella sicurezza del sé, nell'assoluta inequivocabile consapevolezza dell'avere un valore artistico a prescindere da un riconoscimento commerciale. Le sue pagine descrittive dei vari luoghi, delle varie città greche, sottolineano la luce che è sempre presente, laddove lui proviene dal buio francese e dalla tetraggine americana- i francesi gli piacciono ma non si concedono, gli inglesi hanno sempre una scopa nel culo, gli americani li detesta, i greci li ama, perchè pur nella stupidità ignorante di alcuni di loro conquistati alla tenzone bellica mondiale che sta per scoppiare, sono assolvibili in quanto privi degli strumenti di difesa critica che il continente europeo o gli americani hanno. Un capolavoro, in cui non sono presenti scene di sesso, se non con altri, non con l'autore, come protagonisti, lui cinepresa di parole che accarezza mirabilmente le immagini che gli passano davanti, dando il meglio di sé, sul piano della narrazione. Sempre intervallata da riflessioni sull'idiozia del genere umano che, capitalista, comunista, islamista, non sa far altro che trascorrere la propria esistenza combattendo, muovendo guerre a vicenda. "Abbiamo visto due guerre mondiali e ne vedremo una terza e una quarta e forse più. Non ci sarà una speranza di pace finché il vecchio ordine non andrà in pezzi. Il mondo deve ridiventare piccolo com'era l'antico mondo greco, tanto piccolo da includere tutti. Solo quando sarà incluso fino all'ultimissimo uomo, ci sarà una vera società umana", scrive un Miller vaticinante. Importante per la vita e la carriera di Henry Miller, fu la sua relazione con l'intellettuale francese Anais Nin, immortalata in un libro di lettere, "Storia di una passione". Anche Anais Nin ha velleità artistiche e al contrario di Miller, ma con intenti simili, da francese, per alcuni periodi, vive negli Stati Uniti, in attesa di sfondare come scrittrice. Io ho letto i sui diari, in cui parla anche di Miller e posso affermare che sono dei capolavori: pensate, una scrittrice scrive dei diari in cui racconta la propria vita e gli sforzi fatti per affermarsi come artista ed essenzialmente vivere economicamente della propria produzione artistica e diventa il capolavoro della sua vita. Anche lei pensa che Henry Miller sia un genio; forse l'unico che non lo pensa è lui, distaccatosi, con il tempo, la scrittura e l'esperienza, dall'ego dell'artista e arresosi all'evidenza pura dell'arte per se stessa. "Il tempo degli assassini", "Riflessioni sulla morte di Mishima", "Il giudizio del cuore", sono lavori di critica letteraria ma scritti da scrittore, non da critico letterario, e perciò più interessanti, in cui , un Miller maturo letterariamente e più sicuro della sua vasta enciclopedica cultura, lascia che la sua penna pennelli squarci illuminanti di esistenze spesso ignote, pur parlando di altri autori, pittori, artisti." Incubo ad aria condizionata," invece è un altro capolavoro scritto da Miller di ritorno dall'esperienza francese, in patria, che poi patria non poteva avere, come tutte le persone colte che sono esuli culturali. In questo testo mette in scena il miller-pensiero anticonsumistico: Miller non ha una macchina (non gli interessavano-io penso che si nasca così, nemmeno a me hanno mai interessato e quelli a cui interessano di solito sono stupidi), va in bicicletta o a piedi, per scelta culturale, oltre che per perenne squattrinamento ( il genio resta genio anche quando non si sa vendere-anche se Hemingway diceva il contrario e si vede la differenza di scrittura, piatta e insulsa e monotona, quella di Hemingway, "genio" mainstream), odia il traffico e l'inquinamento che in quegli anni vengono invece percepiti quasi come diamanti di sviluppo e gioielli di progresso, percependone, come tutti i poeti veggenti, le potenzialità malefiche, ama la cultura che la maggior parte della gente identifica con i giornali, che invece Miller intuisce essere solo un portato propagandistico al servizio del mercato dei loro editori, osserva schiere di disoccupati in fila davanti ai cantieri di lavoro e capisce che l'America è brava soltanto a vendere il proprio sogno. Ne "I libri della mia vita", libro introvabile, ormai (io però ce l'ho), Miller parla dei migliori libri letti, che hanno contribuito alla sua formazione culturale o che lo hanno ispirato nel suo percorso artistico, ma anche di "libri viventi", scrittori e artisti da lui incontrati e frequentati, dedicando fra le pagine più belle della sua carriera di scrittore, allo scrittore francese, Blaise Cendrars ( introvabili i suoi libri tradotti in italiano), che scrisse i suoi capolavori con la mano sinistra, pur non essendo mancino, a causa di una ferita di guerra rimediata nella sua esperienza come legionario. Henry Miller scrisse più di trenta libri e poco più della metà sono stati tradotti e pubblicati in Italia. Ha ispirato migliaia di scrittori e artisti, anche se molti di loro lo hanno negato: Bukowski per esempio, che parlò di interesse, rispetto a lui, quando Miller scrive di sesso, e noia quando filosofeggia, lo riecheggia nei suoi scritti, e anche negli scritti di altri che dicono di snobbarlo, si evince chiaramente che lo hanno copiato mutandone lo stile, e quando non in quello, nello spirito ribelle e di artista puro, che incarnava. Miller non ha desinato prefazioni persino ai sopravvalutatissimi scrittori della Beat Generation ( che grazie al marketing americano sono arrivati a noi cercando di convincerci che erano degli scrittori e non dei clown ciarlatani, Burroughs in testa), che invece , pur essendo contemporanei, hanno finto di ignorarlo. Oggi Miller sta comodo con molti dei suoi libri, negli scaffali dei classici della letteratura e interessa e continuerà ad interessare schiere di lettori attenti, appassionati di letteratura, artisti, ma anche e soprattutto, a ispirarci come esseri umani, continuando a donarci quel suo certo modo di guardare il mondo con l'incanto di un bambino pronto a usare la propria fionda, se vede qualcosa di storto...
Nessun commento:
Posta un commento