Sabato pomeriggio, ho già letto qualche brano del Dhammapada, scritto il capitolo di un giallo che sto scrivendo e le gambe mi fremono, richiedono movimento. Bevo un paio di mate memore della biografia di Guevara dove l'argentino appare sempre con questo necessario tiramisù droga benefica in mano mentre lo succhia in una cannula, mentre mi bardo di tutto punto, pantaloncini imbottiti, un paio di magliette cotonate, guantini , calzettoni ritensivi e casco e occhiali da sole alla Blade, vampiro diurno.
Poi vado nel box delle bici del condominio, la mia bici presa dal Decathlon dieci anni orsono che ha resistito a tutto, intemperie e inattività, nel tempo in cui correvo a piedi e basta, come aerobica salutista, la inforco ed eccomi fendere un insospettabile vento, per questi lidi, parliamo di Corsico, hinterland milanese e western meneghino. Di qui a poco salgo sul ponte che da Corsico mi porta verso Cesano Boscone e traffico accettabile, mentre penso , lo penso sempre in bici nel traffico, al classico rapporto costi benefici che implica che andare in bici nel traffico fa molto meglio alla salute che non andare in bici nel traffico, ed eccomi giunto al cospetto dell'Ipercoop La Torre, nei pressi di Baggio, già Milano e già popoloso quartiere foriero di linguaggi periferici che arricchiscono gli intricati rimati testi dei nostri rapper da parchetto e canna serale(che hanno sostituito noi che eravamo, a quell'età, i ragazzi dl muretto e delle pomiciate oceaniche), svoltare verso via Bisceglie, capolinea della linea rossa della metropolitana , mentre due ragazzine in età scolare tentano il suicidio attraversando la strada da parte a parte in superficie, per non volerlo fare dal sottopassaggio, forse per godersi, in definitiva, questo sole improbabile di marzo .Taglio Baggio nel mezzo e mi dirigo verso l'Ospedale San carlo, sto pedalando sostenuto da un quarto d'ora e ho in mente di arrivare fino al parco di Trenno, in via Novara, che con questo sole sia pur velato effetto abat-jour coperto da sottana precoito, deve essere uno spettacolo unico di uomini e donne che nulla hanno a che vedere con "Uomini e Donne" di canale 5. Taglio a destra e faccio un leggero dislivello che mi porta verso via Novara , attraversando via Carlo Marx , in mezzo a palazzi che ricordano, guarda caso, kombinat dell'ex DDR o padiglioni d'allenamento di una mitica squadra di calcio della Germania comunista , nei pressi dell Karl Marx stadium dove giocava il Karl Zeiss Jena che seppellì la Roma decenni fa sotto una valanga di reti inopinatamente definite dopate. Pedalare ti fa viaggiare nel viaggio e la mente vaga alla ricerca di immagini del passato fiutando immagini non ancora verificatesi o avvenute in mondi inesistenti o in altri mondi ancora, è l'effetto dopamina dello sforzo aerobico. Eccomi in via Novara, attraverso un semaforo vicino ad una chiesa, in via Sant'Elena, dove si sta svolgendo un funerale, poco dietro in ultra strada un mercato è in via di disallestimento, sullo sfondo di una casa d'epoca che ha sulla facciata la ragnatela di un edera che si fa verde solo in inverno.
Entro nel parco e percorro la stretta linea d'asfalto rabberciato alla meglio ma che ancora tiene, sul lato estremo , seguendo altri due bikers che hanno la pedalata decisamente più fluida, ma io mi godo il paesaggio, lungo la linea di alberi senza foglie, verdi d'inverno anch'essi, scheletriti, sotto i quali la linea di panchine ospita ,ciascuna, degli anziani probabilmente gay(da come guardano ammiccanti) che godono di immaginazione nel veder passare giovani virgulti joggers o bikers , come se l'immaginazione fosse l'eiaculazione del più potente organo sessuale, che è la mente, nel tramonto delle loro vite che mai nessun viagra risveglierà, perchè questi rimedi raddrizzano membri senza ridar libidine...
Continuo lungo la lingua d'asfalto, per circa tre chilometri, pur non essendo giovane e pur non essendo virgulto, ma con la passione per l'osservazione rotante e svolto poi, una volta al termine del parco, tornando indietro dalle viette centrali, zigzagando fra scenette che mi si mostrano, che testimoniano la varietà multiculturale di questa città: due russi o ucraini, chi lo potrebbe dire, in campo neutro dove sono, mangiano seduti su delle panchine di legno e tracannano le loro birre in santa pace, mentre dei ragazzi pachistani e indiani , poco dietro di loro giocano a cricket e più avanti su uno dei campi di calcio con porte, bandierine e persino linee delimitanti bianche, ci si accinge ad una sfida fra arabi e centrafricani e più oltre, campi da tennis, dove giocano delle ragazzine bionde nordeuropee, attigui a campi da basket pieni di ragazzi cinesi, persino alti, ennesimo luogo comune sfatato, mentre incontro bikers e joggers nati ognidove su questo pianeta terra e soprattutto restando con addosso questa sensazione incredibile di accettazione e tolleranza e anzi di curiosità di incontrarsi e confrontarsi, magari mescolarsi, anche , al termine , restando ognuno con le proprie convinzioni, credo religiosi e politici, come se stessi attraversando una Repubblica Democratica Multiculturale dello Sport, ulteriore testimonianza che lo sport unisce persino chi non fa sport, o è spettatore, come questi latinamericani vicino ai quali passo andati al parco a fare un barbecue(ma comunque osservano e osservando partecipano) , o studenti universitari stesi su un plaid nell'erba, a prendere il sole mentre studiano o la signora matura con gli occhiali che sta godendosi un libro di Sveva Modigliani, seduta sotto il sole velato, di questo Sabato pomeriggio trascorso in bici.
Con nella mente queste belle immagini mi accingo a tornare, ma solo dopo essermi fermato una decina di minuti per qualche serie di addominali o trazioni calisteniche, giusto per mantenere un minimo di tono muscolare un po' dappertutto, su questo tronco cono bitorzoluto che sembro essere diventato con gli anni e l'ernia del disco.
Ripasso da via Carlo Marx ed ho già quasi un'ora nelle gambe, ma non sento alcuna stanchezza, la pedalata è ancora fluida, sincronizzata alle armoniche immagini già viste e all'armonia che si diffonde semplicemente osservando il piacere di chi ti guarda, tu, anziano pocopiù che cinquantenne coi capelli brizzolati che si intravedono sotto il caschetto protettivo nero, mentre non ti sogni minimamente di barcollare, ma sembri un tutt'uno con il tuo cavallo metallico, sfrecciando sull'asfalto urbano, mentre ti infili nel budello di calcestruzzo come un vecchio pazzo senza tempo.
Nessun commento:
Posta un commento