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martedì 30 maggio 2023

Bari (parte due), Magda

 

                                             Bari (Seconda parte) , Magda.


Percorro a ritroso la strada che ho appena fatto, con l'intenzione di visitare un altro dei luoghi del ricordo, in questo caso di tipo gastronomico, che risalgono agli anni a cavallo fra l'85 e il  '91. Mi riferisco a Magda, storico panificio barese che ha deliziato da tempo immemore i palati di migliaia di studenti ( e non solo studenti) con la sua fcazz( la focaccia) fatta secondo regola, alla barese. Percorsi 200 metri, superato il parco di piazza Umberto, sulla destra, immortale e immarcescibile, seppur ristrutturato e reso in design ultramoderno, il panificio “Magda”, mi appare in tutto il suo splendore pavlovianamente foriero di salivazione pregustativa. Entro e mi metto in coda. All'ingresso, sulla destra, c'è un'anziana cassiera bionda che dev'essere una sorta di caporale di giornata in salsa rosa. Lo deduco da come osserva le lavoranti dietro al bancone, mentre tagliano e pesano la focaccia e da come approva o disapprova col capo. Prendo due pezzi di focaccia al pomodoro (rigorosamente e Gerini muta) e una bottiglietta di acqua naturale, dico alla dinamica ed esoticamente mediterranea, mora, che armeggia dietro al bancone come una prestigiatrice, abituata a sorridere davanti e accoltellare con morti e stramorti, una volta che si collocherà fuori da tuo focus , ed esco. Scelgo una panchina di pietra dietro il tronco striminzito di una palma e sotto quel sole malato che stenta a filtrare dalle nuvole, addento la mia fecazza ( o fcazz) alla barese, che qualcuno vorrebbe a giusta ragione includere nell'elenco delle bellezze ritenute patrimonio dell'umanità. Ad ogni morso, cambia il sapore, a seconda che si addenti la parte più bruciacchiata o meno. Questa focaccia è stata messa in forno appena fatta, senza che potesse ulteriormente lievitare e consumata così, calda, appena uscita, con i pomodorini ciliegino che ti ustionano il palato. Condizioni perfette! Finito il fiero pasto, su quella panchina, con la certezza che nessun ristorante avrebbe potuto trasferirmi quel sapore e quella circostanza di consumo faninaceo “alla crudele”, come amava dire mio padre delle situazioni culinarie spartane nelle quali prevale la voglia irrefrenabile dell'assaggio alla situazione di comodità intorno, proseguo dritto verso via Melo. Verso un altro dei luoghi del ricordo miei preferiti: La Feltrinelli.


Continua...


lunedì 29 maggio 2023

Bari ( parte uno), ricordi de La pantera

 

Bari (Prima parte)


Scendo alla stazione di Bari, un pomeriggio di maggio 2023, ore 15 circa. Fa caldo ma il sole è coperto da strane nubi attraverso le quali riesce con fatica a filtrare rendendo le immagini che mi si parano davanti sotto un effetto seppia, quasi in bianco e nero. Uscendo dalla stazione, davanti, al centro della piazza che si chiama Aldo Moro, c'è una fontana che zampilla e un vento caldo grecale ne vaporizza gli spruzzi facendo sembrare le auto che passano veloci degli ectoplasmi in fuga dagli umani. Sui lati della piazza ci sono alcuni giardini cintati da alcune siepi con al centro delle palme altissime che rendono l'approccio con la città molto africano. Sotto le palme le panchine di pietra sono affollate di giovani multietnici che bevono Peroni piccole e fumano sigarette Winston Blue. Proseguo dritto di fronte a me, la stazione alle spalle, e mi infilo in una strada ammattonata grigia con vari bar sui lati ed al centro panchine stilizzate postmoderne con su seduti vecchi con cappelli tipo panama ma di paglia. Subito mi trovo di fronte a Piazza Umberto, costituita da un'ampia strada pedonale al centro e un mucchio di siepi contrappuntate da palme africane altissime , distribuite geometricemente. Sulle panchine molti africani, nigeriani, senegalesi. Abitano nei pressi e forse il parco è il loro giardino personale sotto casa. Invece di proseguire dritto per il parco della piazza, viro a sinistra, voglio andare a vedere la mia vecchia facoltà, dove mi sono preso una laurea più di trent'anni fa, con il professor Matteo Pizzigallo e Franco Cassano, grande sociologo, in commissione a farmi domande, curioso...tanto per parlare di due grandi menti che non ci sono più. A destra il parallelepipedo d'epoca dell'Università degli studi di Bari, le facoltà di Lettere e Filosofia. Cento metri più in là, sempre sulla destra, la facoltà di Giurisprudenza. Davanti ci sono transenne e lavori in corso e i soliti giardini con degli alberelli striminziti. Non li ricordavo. Salgo le scale del vasto palazzone, tutto sommato in stile tutt'ora moderno, non senza una certa emozione. Davanti c'è una vetrata che reca una scritta che recita così: Facoltà di Giurispudenza e, accanto, Dipartimento di Scienza Politiche. Sono un cronista del pianeta Terra, con gli occhi filmo, con il cervello registro e filtro. Le emozioni mi assalgono all'improvviso. Nello spiazzo interno che si apre fra le ali del palazzone c'è la statua di Minerva. E già all'epoca ti dicevano di non fissarla troppo se volevi laurearti. Sui lati , di fronte alla statua, ci sono delle scale metalliche a vista che portano ai piani superiori. Non le ricordavo. Salgo sulla scala destra e, in cima, sul pianerottolo, ci sono 4 ragazze androgine che discutono animatamente di amori e disamori. Entro scostando la porta a vetri. A sinistra un corridoio con aule chiuse e una invece aperta. E' piena di studenti e si sta tenendo un esame. Due o tre di loro hanno le gambe incrociate ed un principio di dissenteria incipiente. Ridiscendo dalla scala metallica, fra gli sguardi perplessi di alcuni studenti che si stanno chiedendo come mai uno con i capelli bianchi e la faccia da professore che evidentemente non è il bidello, si stia aggirando furtivo per i loro corridoi. Una volta ridisceso dalla scala, mi dirigo a destra, dove c'è Scienze Politiche, una facoltà che rifarei tutta la vita, nonostante non sia foriera di sbocchi professionali certi. Il bidello, molto più giovane di quello dei miei tempi, che si chiamava Gazzillo era tarchiato ed era di Adelfia, mi osserva anche lui con sospetto. Questo è più magro ma ugualmente tarchiato. Entro nella mia ex facoltà e le emozioni tornano ad assalirmi. Sono passati più di trent'anni, ma non è cambiato niente, sul piano laterizio. L'aula “Samarcanda”, all'epoca l'avevamo chiamata così, sempre piena di studenti e diretta promanazione del movimento studentesco “La Pantera”, la seconda a sinistra, è chiusa. Le porte chiuse marrone chiaro bardate di liste metalliche sono il simbolo di un passato che non tornerà più. Non tornerà più quel movimento animato da giovani pugliesi di tutte le province, ma anche lucani, che, emanazione del più vasto e nazionale movimento che prese nome “La Pantera” in onore di un felino scappato da un circo e mai più ritrovato, scesero in lotta contro una legge che voleva privatizzare le università ed emanata dall'allora ministro della pubblica istruzione, socialista, Ruberti. Una quantità assurda di ricordi mi si affolla nella mente, quasi da scriverci su un libro, per quantità e qualità: ricordo le assemblee, durante le occupazioni, con gli atenei di tutt'Italia che ci comunicavano momenti e risultati della lotta via fax ( allora internet non c'era). E ricordo che ci fu un corteo , a Roma, il cui spezzone più numeroso fu proprio il nostro, quello pugliese. E ricordo che sul palco a parlare per tutto il movimento salì, non senza qualche remora ed emozione, un giovanissimo Dario Ginefra ( che diventerà anni dopo deputato del Pd). Ricordo anche, fra le altre cose, che vennero ad osservarci molti giornalisti, lungo il corteo, fra i quali scorgemmo Giuliano Zincone, editorialista di punta del Corriere della sera, di quegli anni. Zincone, avendoci osservati e avendo parlato con noi, in seguito, si accorse che noi dell'università di Bari eravamo i più numerosi e i meglio organizzati. E lo scrisse. Scrisse che la Pantera aveva la testa al sud e che gli atenei che sarebbero stati più penalizzati dalla privatizzazione sarebbero stati quelli meridionali. Ricordo che avevo portato con me il tamburello e che suonai pizziche durante tutto il corteo. E infine, non per importanza, ricordo la faccia d quel lucano che pose a simbolo del movimento della Pantera di Bari, la frase di Corrado Alvaro, che recitava così: la più grande disperazione che possa impossessarsi di una società, è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”. La ricordo ancora a memoria. E Google muto! Che faccia che aveva, quel mio amico. Ma non ne ricordo più il nome, come se il vento del tempo ne avesse scolorito i caratteri, di quel nome, scritti con spray rosso su uno dei muri della mia scatola cranica.

Esco dalla facoltà e ritorno in strada.


domenica 7 maggio 2023

Anatomia dell'irrequietezza, quasi una recensione...

Anatomia dell'irrequietezza, quasi una recensione.


Sabato, maggio, fuori quasi trenta gradi. Oggi non lavoro e non posso proprio perdermi questa splendida giornata di sole. Da Corsico prendo l'autobus per Romolo. Da lì, dalla fermata della metro, scenderò in stazione centrale, a Milano. E' il giro classico che faccio quando vado a Milano e voglio fare il turista pur abitandoci a uno sputo. E fin qui, nulla questio. Ma voglio fare un esperimento. Porto con me il libro di Bruce Chatwin, Anatomia dell'irrequietezza. Lo leggerò in giro, sui mezzi, seduto su panchine di strada, in mezzo al bailamme della città. Un po' leggerò e un po' osserverò. Sarà come portarsi con sé un amico. A Corsico salgo sull'autobus 325. Ho atteso seduto su un muretto, che regge un' inferriata di un piccolo giardino di palazzi anni '50. Il caldo improvviso ha immediatamente passerellizzato i marciapiedi e puoi vedere un mucchio di ragazze che vestono mise provocanti e decisamente al risparmio di stoffa. Mentre sono seduto inforco gli occhiali da vista, tirandoli fuori dal marsupio verde militare. Apro il libro di Chatwin e inizio a leggere: “ In collegio avevo la mania degli atlanti e venivo regolarmente messo a bando per le storie incredibili che raccontavo. I ragazzi erano tenuti ad essere tanti piccoli conservatori, ma io non ho mai capito, né allora né adesso, le motivazioni del sistema di classe inglese. E nemmeno perchè, nel Guy Fawkes Day, del 1949 i maestri esortassero a bruciare in un falò l'effige di Clement Attlee, il primo ministro laburista. Io mi rammaricavo per Attlee e, mai, neanche nella mia fase capitalista, mi sono indotto a votare conservatore”. Potrei dire che sottoscrivo, penso. Richiuso il libro sono salito sull'autobus. Lungo il naviglio mi dirigo, sul mezzo, verso viale Cassala. Dall'altra parte del naviglio, in mezzo le acque popolate di imbarcazioni del famigerato circolo canottieri Olona, una stretta striscia di asfalto affollata di podisti, camminatori, ciclisti...alcuni a torso nudo. Sull'autobus affronto la prima parte del libro, dove Bruce narra tramite una lunga e meticolosa ricostruzione delle origini della sua famiglia. Ma lo scopo non è affatto quello di accreditarsi provenienze da lombi nobiliari. Viene da uomini e donne che sono state ai vertici della società ma anche ai margini e soprattutto da avventurieri e in particolare parla delle zie , zitelle, una delle quali, Jane, che aveva fatto l'infermiera, era stata un'artista. Pittrice , ritrattista e soprattutto grande lettrice di letteratura moderna. Diceva che l'inglese con cui scrivevano gli americani era più limpido di quello degli scrittori inglesi e che adorava la parola “arse”( culo), letta per la prima volta su un libro di Hemingway. La zia Gracie invece era amica della scrittrice Eleanor Dorly, che le aveva fatto conoscere il Circolo di Dublino. In viale Cassala devo scendere e l'autobus è affollatissimo. Due nere in abiti succinti e occhiali da sole alla Black Panthers fuori stagione, mi precedono nella discesa dall'autobus. E una ragazza mora, capelli fluenti, rossetto viola e cappello da strega con un abito dallo spacco vertiginoso che mostra un tatuaggio sulla coscia sinistra quasi del tutto scoperta.

Sceso nell'antro metropolitano, passo il tornello punzonando il biglietto e scendo sotto verso i treni. Resto in attesa in mezzo ad una Babele di asiatiche e peruviane. Osservo le asiatiche e le peruviane, le peruviane e le asiatiche...e alla fine non ne distinguo più la provenienza, dato l'esotismo dei visi alquanto confinante. Guardo le ragazze perchè sono più fantasiose nel vestire, più ardite, osano di più, in mezzo ad un nugolo di ragazzi maschi che vestono tutti uguali e anonimamente.

Arriva il treno per Stazione Centrale. Mi siedo appena il treno si ferma, nel primo sedile entrando a destra. Tutti si siedono nel sedile che almeno su un lato non confina con nessun altro essere umano. Potrebbe in questo caso derivare dalla giornata calda e dall'eccessivo affollamento dei treni dovuto al "Liberi Tutti" lanciato proprio oggi da tutti i media, riguardo al Covid. Riapro il libro a cui ho fatto un'orecchia, come ai vecchi tempi e senza improbabili segnalibri.

Per qualche tempo diedi ascolto al consiglio di seguire la tradizione familiare e studiare da architetto;ma essendo negato ai numeri avevo probabilità molto tenui di superare gli esami. L'ambizione di calcare le scene fu stroncata con garbo dai miei,” Direi che quanto ad assonanze con il sottoscritto, ci siamo in pieno. Mai sopportata la matematica. E non c'è insegnante che tenga: proprio negato. Ritorno indietro di qualche pagina per rileggermi con gusto Chatwin che parla di sua nonna, di Aberdeen, grande giocatrice alle corse dei cavalli , diceva che i cattolici erano pagani ed aveva un modo molto incisivo di esprimersi. Una volta di uno che si era affacciato a guardare nella cabina telefonica mentre telefonava disse che aveva la faccia come il culo di un bue senza lacoda a separarla. Sorrido di gusto e tutti intorno mi guardano come un pazzo. Intenti come sono a non ridere di un cazzo di niente compulsando i propri telefonini.

Per arrivare in Stazione Centrale è un lungo viaggio. Lungo le fermate salgono e scendono a decine. Presto l'aria all'interno del vagone si fa irrespirabile e l'odore acre del sudore diventa dominante. Non senza frammischiarsi ai profumi intensi con cui amano farsi il bagno la maggior parte di coloro che il bagno non lo fanno. E nemmeno la doccia. Nel frattempo leggo che Chatwin, poco interessato ai libri per ragazzi che gli capitava di leggere, tentò di scrivere un libro a sei anni. Il titolo era “sono una rondine” ma non sapevo ancora scrivere “fili del telefono”, aggiunge. In seguito frequentò biblioteche che gli schiusero le porte di libri di scrittori di viaggio: Baudelaire, Li Po e altri vagabondi cinesi, l'immancabile Rimbaud, Nerval e Blake.

Le fermate dove sale più gente sono Cadorna e Garibaldi, perchè lì si trovano gli snodi per le linee della metro di altri colori. Sono l'unico che legge un libro di carta. Una signora seduta a fianco sta scorrendo sul cellulare il rullo delle notizie che mischiano impietosamete l'Isola dei Famosi alle Bombe russe in Ucraina. Ad un certo punto resto folgorato da un pensiero di Chatwin. Mi pare chiaro che il libro è una raccolta di scritti, articoli, pagine di diari e racconti che vanno a formare una sorta di biografia letteraria dello scrittore, ma è questo pensiero che mi fa affezionare e mi fa capire la modestia dell'uomo, nonostante i successivi successi letterari: “A poco a poco l'idea di un libro cominciò a prendere forma. Doveva essere un'opera sfrenatamente ambiziosa e intollerante, una sorta di “Anatomia dell'irrequietezza”, imbastita intorno al detto di Pascal sullo starsene quieti nella propria stanzetta. Il discorso grosso modo era questo: l'uomo , umanizzandosi, aveva acquisito , insieme alle gambe dritte e al passo aitante, un'istinto migratorio, l'impulso a varcare lunghe distanze nel corso delle stagioni; questo impulso era inseparabile dal sistema nervoso centrale; e quando era tarpato da condizioni di vita sedentarie trovava sfogo nella violenza, nell'avidità, nella ricerca di prestigio o nella smania del nuovo. Ciò spiegherebbe come societa' mobili come gli zingari siano egualitarie, libere dalle cose e restie al cambiamento; e anche perchè, nell'intento di ristabilire l'armonia dello stato primigenio, tutti i grandi maestri-Buddha, Lao Tse e San Francesco- abbiano messo al centro del loro messaggio il pellegrinaggio perpetuo e raccomandato ai loro discepoli, letteralmente, di seguire la via.” Ma poi, successivamente Chatwin spiega che il libro pur lievitando, fu considerato impubblicabile e si sentì frustrato e fallito come scrittore. Già si manteneva lavorando nell'arte, per la precisione per la prestigiosa casa d'aste Soteby's. Per fortuna, pare dire. Perchè non si sente affatto competente. Ricordando, anzi, che si sentiva pervaso di un insano godimento, tutte le volte che individuava negli oggetti d'arte che i possessori volevano vendere a peso d'oro, che erano falsi. E questa attività alla casa d'aste, per il fatto stesso di esaminare centinaia di tele al giorno, secondo lui stesso, gli procurò un problema al nervo ottico e una temporanea cecità. Che fu attribuita a problemi psicologici . In particolar modo alla mancanza di sguardo sui grandi orizzonti. Fu così che cominciò a viaggiare. “Un pomeriggio dei primi anni settanta, a Parigi, andai a far visita a Eileem Gray, architetta e designer, che a novantatrè anni lavorava come niente fosse 14 ore al giorno. Abitava in Rue Bonaparte e nel suo salotto era appesa una carta della Patagonia. -Ho sempre desiderato andarci-, dissei. -Anch'io-, fece lei,-ci vada per me-. -Andai.-”. E fu la sua fortuna, con uno dei più bei libri di viaggi:” In Patagonia”.

Scendo in Stazione Centrale ed ho letto, rapito, un bel po' di pagine. Salgo in superficie su Piazzale Duca D'aosta, trovandomi alle spalle l'opera littoria della stazione con in cima leoni ruggenti paralizzati nel marmo. Nella mia mente ancora la scena di poco fa, mentre leggevo Chatwin:”(passando a Timbuctu) Il visitatore di passaggio si fa solo due domande: dove troverò da bere la prossima volta e perchè mai sono qui. Eppure mentre scrivo ricordo il vento del deserto che frusta le acque verdi; il cielo rivestito da una lamina di azzurro violento; le donne enormi che dondolano per la città nei boubous di cotone indaco chiaro; le imposte delle case dello stesso azzurro violento contro i muri grigio fango;gli uccelli del paradiso arancioni che tessono i loro nidi a cestello nelle acacie piumose; i lustri giardinieri neri che schizzano acqua dagli otri, amorosamente, su filari ci cipolle verdazzurre; i magri, aristocratici, tuareg, dall'aspetto soprannaturale, con scudi di pelle colorata e lance lucenti, le facce incorniciate nei veli indaco che come carta carbone tingono la pelle di un blu temporalesco; i mori selvaggi con i riccioli a cavatappo; le fanciulle dai seni sodi, fanciulle bela della vecchia casta schiava, nude fino alle vita, che pestano nei mortai segnando il tempo con un canto monotono; e le monumentali dame songhai con grandi orecchini a canestro, simili a quelli portati dalla regina di Ur più di quattromila anni fa...” e avevo alzato la testa e davanti avevo un nero del Mali in costume tradizionale che guardava il telefonino sorridendomi....come se mi stesse leggendo nel pensiero.

Due senegalesi mi si avvicinano chiedendomi se voglio qualcosa, qualsiasi cosa , dalla coca a donne , persino uomini. Imbocco via Vitruvio diretto verso corso Buenos Aires e a metà circa, una ragazza molto giovane , in calze a rete da film porno, piena di piercing, bionda, occhiali da sole, si sta specchiando in un negozietto di cannabis light.

Una volta in Corso Buenos Aires, la via dei negozi, una folla di persone mi sommerge impedendomi quasi di caracollare sul marciapiede. A metà circa del corso ,siedo su un sedile di legno che fa da corona a una pianta esotica ornamentale. Accanto a una donna peruviana con due bambine che strillano giocando con degli album da disegno. Intorno schiamazzi e traffico. Affronto un racconto di Chatwin, l'ennesimo, seduto lì: intorno un traffico pazzesco e chiasso insopportabile. Mi sono abituato da anni a leggere e scrivere in qualsiasi situazione. Il racconto dal libro in parola, Latte, narra di un americano che capita da qualche parte in Algeria e in un mezzo bordello conosce una donna bellissima ma male in arnese, Gerda, ex giornalista poi abbandonata dal suo giornale lì, licenziata. Diceva che odiava neri ed ebrei e che anche De Gaulle era ebreo e che amava solo gli arabi. In quel momento mi si siede accanto un marocchino, con i denti anneriti, fuma una sigaretta. Alzo lo sguardo sotto gli occhiali da sole a specchio e lui sgombra con tanto di scuse perchè si rende conto che mi sta infastidendo con il fumo. L'arabo rispettoso, lo battezzo all'istante. Ricorda i tanti neri africani con i denti colorati masticando noci di cola o altro. Per le strade dell'Algeria, Jeb, l'americano protagonista del racconto, beve latte da una donna nera macilenta che allatta il suo bambino. Latte di capra non sterilizzato, a rischio brucellosi. E poi ne chiede dell'altro, la donna fa sparire la moneta che le dà Jeb sotto il vestito blu cobalto. Che voglia di latte di capra. Lo trovo all'In's di solito e lo compro sempre, tutte le volte che faccio la spesa. Mai bevuto nulla di più dissetante. Mi rimetto in cammino e vicino al Mac Donad, quasi piazzale Loreto, due gay giovani si scambiano effusioni. Proseguo per la fermata della metro, dove , di lì a poco, prenderò il treno per tornare a casa....giusto il tempo per finire il libro e avere a che fare con i suoi fantasmi viventi.




 

venerdì 21 aprile 2023

Guerre Stellari, terza parte

 


Il viaggio ( terza parte di Guerre Stellari)


Comincia a sgranocchiare patatine, le chips, le più rumorose e siccome ha già infilato nelle orecchie gli auricolari, non sente che fa il rumore di 1000 scoiattoli che attaccano un noceto. Un'ora così. Nietzsche non mi è mai parso così condivisibile nel giudizio sulle donne come nella lettura che sto facendo nei frangenti in parola. Verso le due (notte) ci fermiamo per una pausa di un quarto d'ora. L'autogrill verso Parma è strapieno e io faccio appena in tempo a terminare la coda in cassa con la mia scatola di chips ( oh vendetta, tremenda vendetta!) che il quarto d'ora è bello che terminato. Ripartiamo. La mia compagna di viaggio è già seduta e sbuffa perchè deve ruotare le sue natiche rinsecchite per farmi passare. La gonfiacuscini sta finalmente dormendo e sogna Lucia che si gode la credit card dell'ex fidanzato; mi siedo e inizia “l'operazione pan per focaccia”. Apro la scatola di chips e inizio a sgranocchiarli. La mia vicina ha dismesso per un attimo gli auricolari e fa segno di coprirsi le orecchie per il fastidio sonoro. Ci metto più di un'ora a finire le chips, assaporandole lentamente, mentre lei ha finito la batteria agli auricolari e non può finire di vedersi la sua maledetta serie tv. Morale della storia, chi di chips ferisce di chips perisce. Lei riceve un'altra telefonata e giù insulti ai suoi “amici” e conoscenti, uno era coglione, un'altra una troia fottifidanzati, poi doveva andare a Parigi con tutto il suo corredo verbale da parrucchiera. Siamo seri. Non ce la può fare. Mi ricorda sempre tutte quelle volte che sbarco ad Ostuni e con chi parli parli vengono fuori nomi di gente che è emigrata ed è diventata dirigente. Sono tutti dirigenti, Nessun facchino. Certo, adesso Ostuni è la nuova Silicon Valley. Come no. Se gli facessero la macchina della verità la farebbero esplodere! L'imperativo categorico è diventare dirigente o niente. Be', alcuni sono diventati entrambi, mi pare. Alle 4 ci fermiamo a Tortoreto. Scendiamo. Entriamo nell'Autogrill dove ci siamo fermati e per fortuna il posto è vuoto. Dopo aver fatto colazione e aver constatato che pure in Abruzzo i cornetti li chiamano brioche, come a Milano, girovago per l'area prodotti antistante il bancone del bar. C'è di tutto di più. Ma non ci sono libri: neanche Fabio Volo e l'immancabile Manuale sui benefici dell'Aloe Vera. Ripartiamo dopo 15 minuti e mentre salgo sul mezzo do un'occhiata alla luna piena che si erge lassù in mezzo alla lavagna del cielo. La mia amica è già seduta, mezza addormentata e sbuffa, perchè deve di nuovo ruotare e spostarsi sul sedile per farmi passare. Miss Uffa, si potrebbe chiamare. Il prossimo tema della telefonata ( ma a questa qui le telefonano in piena notte, devo dirlo a Lucia, se conoscessi Lucia) a Parigi i coiffeur parlano di libri, che città strana. Ripartiamo. Lei si addormenta, io vado avanti con Nietzsche.


L'alba del tavoliere ci coglie con un paesaggio di nubi frastagliate che assumono le forme più disparate. Una delle poche cose che assumono da questa parti. A parte gli africani che raccolgono pomodori per 18 ore al giorno. Per questo uno se ne va. Poi parliamoci chiaro, con duemila e tre, fra affitto, spesa, aperitivi e qualche vestitino all'H&M , che ci resta? Due dita negli occhi. Per questo devi comprati gli occhiali da vista stilizzati di tartaruga. Dici, ma tu anche sei un'emigrante. No. Io sono un viaggiatore, sono andato a Milano per amore. E poi quand'è finito, sono rimasto e ho vissuto.


Cominciamo a fermarci nei vari paesi del barese e i passeggeri scendono. Recuperano dal bagagliaio enormi valigie vuote. Che riempiranno con ogni ben di Dio alimentare al ritorno. A questo servono le valigie quando torni.

A Ruvo di Puglia la mia compagna di viaggio non salutante e sconosciuta, finalmente scende. Prima di lasciare l'autobus, sbuffa, Uffa è il suo saluto. Stiamo tutti morendo lontani dalle nostre radici, eppure c'è chi pensa di morire meglio degli altri. Aver compagno al duol scema scema scema....






mercoledì 19 aprile 2023

Guerre stellari, seconda parte

 




Il viaggio (Parte 2 di Guerre Stellari)

Uno degli autisti, che poi si danno il cambio alla guida , chiede dove andiamo. Ad Ostuni, dico. Mi invita a seguirlo e metto il mio trolley nel portabagagli posteriore sull'autobus. L'altro autista, un tipo ageè corpulento e brizzolato controlla con lo scanner del telefonino il mio biglietto: Posto 27, in alto, afferma con accento barese. Salgo da una scaletta interna all'autobus bipiano, individuo il mio posto e mi siedo. Le poltrone sono comode e , per il momento, il posto a fianco a me è vuoto. Individuo sotto la poltrona la presa del carica batterie del cellulare e lo collego. Buio, ora, 20,30 circa. Pochi minuti dopo l'autobus parte e mentre siamo in movimento serpeggiando col mezzo in mezzo alla panoplia di altri autobus, l'autista in seconda passa a contare i passeggeri. Metà posti sono vuoti, ma dobbiamo fermarci a San Donato dove ci aspetta un altro carico umano. I passeggeri sono variegati, giovani, di mezz'età, qualche anziano, due o tre gender fluid ( il look è quello, perlomeno) orecchini a naso e orecchie e quei terribili auricolari senza fili che ti danno la possibilità di parlare al telefono sembrando pazzi che parlano da soli. Lungo la tangenziale trafficata, andiamo lenti e già accumuliamo ritardo. Saranno dodici ore di viaggio circa, prima di arrivare a destinazione. A San Donato imbarchiamo l'altro carico e io conoscerò il mio compagno o compagna di viaggio del posto accanto. E' una ragazza sui trent'anni, bionda, molto magra, occhiali da vista stilizzati, auricolari senza fili infilati nelle orecchie, pantaloni da tuta e maglioncino a maniche verdi. Ha con sé uno zainetto e vari apparati elettronici che non capisco come riesca a tenere tutti insieme, tipo cellulare e ipad. Si siede senza alcun saluto e convenevole, osservandomi come un insetto un insettofoba, con fastidio, quasi. Lo noto dalla sua espressione scocciata/imbronciata. Dopo essersi seduta dà un'occhiata nei due sedili a fianco, in meszzo c'è il corridoio. Lì sono sedute due ragazze, una, sul corridoio, sui quaranta e con a fianco una ragazza molto giovane che ha preso a gonfiare un cuscino che presumibilmente infilerà tipo collare post colpo di frusta, per avere un giusto confort durante il viaggio, preludente una pronosticabile dormita. Poco dopo l'autobus riparte e ci infiliamo nella tangenziale e poi passato il casello, in autostrada. L'orologio a datario iridescente nel buio incipiente in cui è sceso l'autobus, mostra giorno e ora completamente sballati( cosa che ho notato sempre in tutti gli autobus della Marino presi in tutti questi anni migratori su è giù tra Milano e Puglia e viceversa). Nel prosieguo del viaggio accendo la lucetta per leggere un libro che ho con me, “Al di là del bene e del male”, di Nietzsche. La mia compagna coscritta di viaggio mi osserva come uno pterodattilo. Sono l'unico che ha acceso la lucetta da lettura e si dà da fare a sfogliare un libro cartaceo. Lei per tutta risposta accende l'Ipad e comincia a guardarsi un film. Per fortuna ha gli auricolari per cui non mi disturba. Ma poco dopo iniziano le telefonate di rito poco prima della partenza. La giovane accanto al finestrino opposto al mio, che anche io sono sul finestrino, quella del cuscino gonfiato, riccia, occhialuta anche lei, ad alta voce, inizia una conversazione con un'amica che inizia con : “adesso cerco di spiegarti che problemi ha Lucia”. Si preannuncia un trattato orale di shampismo verbale militante spacciato per trattato di psicologia....Tutto l'autobus ascolta i fatti suoi...o meglio, di Lucia. E ci vuol poco a capire che questa Lucia non è una santa, nonostante il nome da santa, perlomeno nella disamina della sua pseudoamica. La mia compagna di viaggio, a fianco, riceve una telefonata, per cui risponde e continua, contemporaneamente a seguire il film. All'inizio, risponde annoiata. Sembra sia una sua amica. Parlano di lavoro, di design week, e del fatto che durante le vacanze pasquali, per un giorno, deve andare a Roma, da un cliente. Io la guardo di proposito dopo che dice “cliente”, così, per misurare il disagio di un fraintendimento...che volete, sono fatto così. Lei si schermisce e finge di posare lo sguardo su un film del quale non sembra importarle molto. Io torno a Nietzsche. Dopo un po' la giovane gonfiatrice di cuscini è impegnata nel racconto di Lucia e ormai tutto l'autobus sa che questa Lucia le ha soffiato il ragazzo, del quale, mi pare di capire, la gonfiatrice di cuscini rimpiange il patrimonio familiare, mentre dalla mia vicina sono venuto ad apprendere che è di Molfetta e che sta per andare a Londra in missione e poi a Parigi...Mi mette a parte malgrè moi dello stipendio del suo ragazzo, sui duemila e due e di una sua amica che vive e lavora a Parigi ma è costretta da quel coglione (testuale) del suo ragazzo, che accetta solo lavori saltuari e mal pagati, a vivere in un quartiere di negri e morti di fame ( testuale), mentre lei viene da Bevery Hills (Molfetta), quest'ultima cosa la aggiungo io mentalmente. E già a continuare con una spatafiata di critiche agli stipendi di gente che conosce e che definisce amici e che sarebbero degli sfigati che non accettano i suoi consigli, che, udite udite, l'avrebbero portata sui duemila e tre ( e sticazzi?). Poi finalmente, dopo aver lanciato due o tre altre frecciatine, si tace, non senza prima concludere col dire che ora avrebbe finito di vedere la serie tv che stava guardando. Finalmente portò leggere Nietzsche in santa pace, penso.


martedì 18 aprile 2023

Guerre stellari

 



Guerre stellari (prima parte del racconto di un viaggio)



Stazione della metropolitana, Lampugnano, Milano. Ci arrivo dopo un viaggio in metro tra linea verde e rossa della metropolitana milanese. All'uscita dei tornelli senegalesi vendono borse e altro, il tutto posato su teli pronti per essere richiusi in un batter di ciglio all'arrivo della Polizia Locale. Tutti i neri inforcano occhiali da sole, 18,30 di un giovedì. Devo prendere un autobus della Marino per andare ad Ostuni, in Puglia, per una manciata di giorni di ferie pasquali. Fuori da questo edificio di mattoni rossi della fermata della metro di Lampugnano che fa molto case di mattoni rossi di Lowell di Kerouachiana memoria, un caravanserraglio, un suk, di passeggeri in attesa di enormi autobus che li porteranno in giro per l'Italia presso i rispettivi affetti familiari e non... e comunque affetti. Sembrano i dintorni di un quartiere di una città di un pianeta sperduto preso a prestito da Guerre Stellari: arabi, africani, est europei, italiani del sud...siedono su panchine sotto le pensiline, poco fuori, in attesa dei potenti mezzi gommati che come balene d'acciaio ci accoglieranno come tanti minuscoli Giona in ventri cetacei popolati di vertebre di poltrone di pelle che non mancano di tavolini e prese per immancabili smartphone. Una ragazza orientale, Thay o Filippine, mangia spaghetti al sugo seduta su una panchina circondata di trolley che paiono robottini di Star Wars. E lo fa con piacere, appetito, avidità, come fosse l'ultimo pasto di un'ultima cena di un leader di una qualsiasi religione in cui credere. A cui aggrapparsi. Un autobus albanese scarica alcune peruviane che ne devono in seguito prendere un altro per chissà dove. Fuori, di fronte alle pensiline, palazzoni di uffici della metropolitana e intorno cortei volanti di rondini riapparse miracolosamente da anni in una Milano ormai patria degli storni e dei piccioni. Vago con il mio trolley al seguito e registro tutto con lo sguardo e una memoria visiva, filmica quasi, di cui la natura mi ha dotato: posso osservare un volto a Barcellona per cinque minuti e riconoscerlo anni dopo sotto la Fontana di Trevi. Conosco solo uno scrittore che era capace di questo: si chiamava Jack Kerouac. Gli autisti della Marino confabulano tra loro. Complessioni robuste e accenti di ogni parte della Puglia. Spuntano look fluid gender, capelli lunghi raccolti in codini e metrosessualismi di maniera, più che di sostanza, conditi da accenti baresi che per le loro intonazioni posso assimilare a partecipanti di gay pride parigini. Rientro dentro l'edificio di mattoni rossi, zigzagando in mezzo ad un gruppo di africane dai somatici mascolini e dai capelli caratteristici a trecce che ci vuole una vita a farseli fare, mentre guardano una sitcom senegalese o nigeriana ambientata in case alla Bevery Hills con tappeti di pelli di leopardo in terra, fra poltrone e divani in pelle e tamburi d'immaginazione... Dentro l'edificio c'è un bar che vende caffè e cornetti in stile american bar, dietro il bancone c'è un indiano che dispensa sorrisi in stile Bollywood. Accanto, poco fuori, tavolini ospitano abitanti del pianeta delle più disparate razze e favelle. Al centro, seduto ad un tavolino, un clochard con in testa un cappellino di lana giallorosso tipo del Lecce. Fuma una sigaretta handmade, fuori c'è ancora il sole, ma fa freddo. Un arabo con un vespino con sul retro una cassettina per asporti, si muove fra i passeggeri in attesa offrendo pizze e kebab a costi stracciati che giura essere ancora caldi e appetitosi come appena fatti. Fuma una sigaretta in attesa si piazzare la sua mercanzia. Più indietro, percorrendo uno stretto budello fra pareti di mattoni rossi, si giunge ad un altro bar, più traditional, con il solito corredo del mordi e fuggi alimentare da viaggio di pizze pizzette e focacce, ben esposte sotto un vetro davanti al bancobar. Sta per chiudere, quasi, ore 19,30. Ritorno verso le pensiline. Un'africana carina con le gambe arcuate fasciate da jeans attillatissimi, capelli lunghi trecciati, molla una valigia a rotelle ad un giovane africano seduto ad un tavolino all'aperto facendo segno di dover andare in bagno e che badasse lui al bagaglio, nel mentre. Non so quanti italiani farebbero la stessa cosa. Ma lei lo fa all'insegna del “we trust in you.” Torno verso le pensiline e ascolto, pur nel vociare tremendo, in sottofondo, lo stridìo delle rondini che si rincorrono in cielo lassù in alto su alberi striminziti di una specie di giardino sullo sfondo del quale intravedo un camioncino che vende panini caldi. Chiedo ad un uomo in divisa blu della Marino, cappellino di lana calato in testa, occhiali oscurati anche da vista, dove portò prendere il mio autobus. Vado ad Ostuni, dico. Marciapiede b è la risposta sintetica. Ha in mano una cartelletta in cui immagino siano segnati tutti gli autobus, annotati con dovizia. Deve essere una sorta di organizzatore di terra che non salirà a guidare alcun autobus...per questa volta, per questo giorno.


lunedì 3 aprile 2023

Lettera aperta allo Stato italiano che tassa i piccoli scrittori!

 


Non tassate i piccoli autori. Lettera aperta allo Stato Italiano!



Eccoci qui, cari amici e compagni di strada. Siate o meno social, le urla di chi vuole comunicare al mondo vi giungeranno comunque, in qualche forma. Seduto davanti al mio portatile, fuori giornata di sole. Il grande Henry Miller definì l'atto di mettersi a scrivere “ una meravigliosa tortura”. Scrivere serve a molte cose. Innanzitutto a liberarsi dei pensieri, che se restano vaganti nella scatola cranica diventano a lungo andare molesti e in qualche senso innescano un'implosione emozionale. Scrivere vuol dire comunicare a se stessi e al mondo o agli amici o a chiunque voglia leggere e ritrovarsi nelle parole di chi scrive o perdersi definitivamente. Ma come diceva il buon Kerouac, a proposito del perdersi, se non sai dove stai andando come fai a dire che ti sei perso? Qualcuno potrebbe dire, ma quand'è che dici qualcosa di tuo? Quando la smetti di parlare con frasi di altri? Le frasi, cari miei, sono di chi le usa molto più che di chi le ha scritte. Ecco come stanno le cose. La filosofia non serve a niente, dicono in molti. Certo non dà risposte definitive, piuttosto semina dubbi. E noi dei dubbi abbiamo bisogno. Sono le certezze che poi quando si sgretolano ci mandano in pezzi. Chi non è sicuro di niente è in realtà più sicuro di chi è sicuro di tutto. E' questa la sua sicurezza. Ci sono filosofi e scrittori che dopo anni di anonimato sono diventati popolari. Popolari fra il pubblico dei lettori, chiaramente. Che è sempre più in diminuzione. Ma perchè dovremmo cessare di scrivere, se non scriviamo bestsellers? Noi parliamo ai noi stessi disseminati nel mondo e questa potrebbe essere una delle maggiori forme di libertà. Il successo, secondo Pasolini (altra citazione, tieh!) potrebbe essere l'altra faccia della medaglia della persecuzione. Vogliono tutti avere successo. Ma poi odiano le masse. Il successo nasce dall'odio delle masse che non si accorgono che chi scrive di esse le disprezza profondamente e usa il loro clamore per elevarsi su di esse. Personalmente credo che quando crei qualcosa con passione vera, autentica, senza pose e con l'ego che tira il freno a mano, beh, che dire...questa cosa arriva. Ma deve essere un processo spontaneo e sincero, non una tattica o una strategia. Spesso il senso dell'essere artisti viene dalle parole di artisti non ritenuti tali a tutto tondo o superficiali o mainstream e quindi , perciò, poco credibili. Sentii dire a Elodie, dopo aver cantato a Sanremo parole da incorniciare circa la sostanza dell'essere artisti, dell'essere creativi. Ho lavorato con passione, disse, e dato tutto, con molta serietà e dedizione. Tutto ciò che accade dopo è frutto dei maghi che truccano e dei pubblicitari e dei clown vestiti a funerale. Quello che importa è aver fatto un buon lavoro che soddisfa te stesso. Se soddisfa anche il pubblico va bene. Se non lo soddisfa , rispetti il pubblico, ma non cessi di rispettare te stesso. Non l'ha detto un filosofo, ma una cantante di musica leggera. La filosofia , ecco, potrebbe servire a isolare, in una nuvolaglia di parole e proclami senza senso, il senso compiuto dell'attività creativa. Perchè, in definitiva, creare è parte essenziale dell'essere felici. Tutto ciò che ne consegue in termini di allori e premi e riconoscimenti, sono contorni. Ma il piatto forte è e resta: creare. Burroughs disse che creare ,e, in definitiva, scrivere, determinava, nello scrittore, un senso di colpa. Perchè è come se scippasse il meccanismo della creazione al creatore per antonomasia, in altre parole a Dio. Scrivere è servito ai filosofi, per cercare di definire il mondo, agli scrittori per raccontarlo, ai comici per scrivere i testi che avrebbero recitato, agli attori di teatro, persino ai deejay, i cui più seri scrivono un canovaccio dell'intera trasmissione che deve andare in onda. Ma anche leggere serve e forse più che scrivere. E lo dice uno che scrive e che pensa che siano molti più quelli che scrivono di quelli che leggono. Ma scrivere senza aver letto e senza leggere non porta lontano. Avere mai visto un uccello senza coda? Un canarino muto? Un Pappagallo che dice cose originali? Un pesce che va in bicicletta? Puoi andare avanti quanto vuoi nella vita, e spesso succede, senza leggere. Ma arriverà un momento in cui quella cosa ti mancherà. E non potrai fare lo scatto e il balzo definitivo per compierti come essere umano. Non potrai per esempio dirmi a commento di quello che scrivo, ma che stai dicendo? Ecco, appunto, me lo puoi dire perchè mi hai letto. E' così che si sviluppa la mente. E forse si sviluppa meglio la mente di chi legge di quella di chi scrive più di quanto legga. Non lo so. E' un dubbio. E' una delle domande che pone l'essere filosofi...senza laurea ( sono molto modestamente laureato solo in Scienze Politiche e ho fatto un solo esame di Filosofia della Scienza). Senza la panoplia di
scrittori che ha scritto senza studiare e laurearsi, ma vivendo di stenti e di lavori precari, ingegni che hanno mosso l'economia di migliaia di stamperie, editori, Università, giornali , tv e internet, la cultura non esisterebbe. Vaglielo a dire a un paese che tassa i profitti derivanti dalla vendita di libri a un piccolo scrittore come me! Ci sono paesi in cui gli scrittori ricevono uno stipendio dallo stato. Io non anelo a questo, ma perlomeno, caro STATO ITALIANO, non tassare i pochi profitti che guadagno e che reinvesto in nuove pubblicazioni. Equivale ad una censura sulla circolazione delle idee. Equivale a dire, possono pubblicare solo quelli (raccomandati e non) autorizzati da editori ricchi che faranno scrivere solo ciò che conviene e chi ricco lo deve restare.