java

giovedì 15 settembre 2022

Sulla 325, generazione z.

 

Sulla 325, generazione z

In autobus sto tornando a casa a Corsico, la 325 sobbalza sull'ammattonato del naviglio, che si trova sulla destra. Mi siedo davanti a due sbarbati. Avranno 15 anni. Una coppia. Lei pantaloncini neri, maglietta nera, occhiali da sole e cuffietta da smartphone infilata nelle orecchie, piuttosto bassa. Lui, coetaneo, sull'uno e settanta e questi orribili capelli a visiera , lunghi davanti a tettoia e corti dietro. T-shirt del Bayern Monaco e pantaloncini. Entrambi scarpe da tennis nike all'ultimo grido: quello dei genitori quando hanno visto il prezzo. Pomeriggio di sole. Parlano della scuola appena iniziata. Devo stare attento perchè usano un gergo incomprensibile, un italiano tutto loro.Spesso non capisco cosa si stiano dicendo. Si vede lontano un miglio che a quell'età le ragazze dominano i ragazzi in lungo e in largo. Poi i ragazzi recuperano. Non sempre, ma ci provano. Lei ce l'ha in pugno e conduce la conversazione. Non vanno nella stessa scuola e cianciano di uno sciopero che metterà in crisi gli spostamenti con i mezzi del giorno dopo. Domani dall'una alle tre c'è sciopero. Resterò tre ore senza sapere cosa fare, dice lui. L'autobus ci mette 40 minuti di solito, se andassi a piedi ci metto 4 ore, fino a Romolo, dice. Evidentemente il senso delle proporzioni non gli appartiene e a piedi non gli deve proprio andare di farsela, prima della fermata della metro Romolo, linea verde. Anche lei è preoccupata dello sciopero. Io non faccio religione e l'ultima ora si fanno o accoglienza umanitaria o nulla, ci fanno uscire prima, fa lei.Ci sta, dice lui. A scuola mia Religione non c'è proprio fra le materie, dice lui. E neanche italiano. Io italiano ancora non l'ho fatto, fa lei, solo spagnolo, scienze umanistiche e storia e geografia. Ridono a crepapelle. Non ci sono ancora gli insegnanti, di questa materia, sembra. Ma non si preoccupano affatto. Tanto basta la matematica, dice lui, a farti sbroccare la testa. Già, fa lei e pedagogia e psicologia ti shekerano la cabezza, esci dalla lezione che sei un cocktail, dice lei. Non me lo dire, conferma lui. Mentre parlano lei, contemporaneamente chatta sul cellulare, tutto con un solo pollice e ci manca anche che se lo infili nel naso, non fosse per la buona creanza di guardarsi intorno prima e accorgersi che è osservata. Questi della generazione z trasmetteranno geneticamente pollici lunghi un chilometro. E' l'unico organo che ci tengono a sviluppare, sembra. Io porto occhiali da sole alla Lebowski e mascherina e atteggiamento alla Lebowski. Di uno che è lì per caso, sull'autobus per caso, un giorno per caso, una vita a caso. Per cui sono mimetizzato meglio di un marines, come antropologo urbano. Questo li autorizza a proseguire fitto con le loro discussioni. Lui ha una pronuncia blesa e non si sente molto a suo agio, per questa cosa. Il fatto che una ragazza carina come quella che ha di fronte gli abbia rivolto la parola con chiaro intento di stabilire un'amicizia, lo mette in imbarazzo. La blesità aumenta. Rilassati, baby, penso fra me e me, Jovanotti ci ha costruito un marchio, sulla blesità. Ce la puoi fare anche tu. Alle varie fermate sale di ogni, il colorato popolo dei mezzi urbani di Milano e hinterland. Sei accompagnato?, spara lei ad un certo punto. No, dice lui con una certa titubanza. Perchè? No, dice lei, era così per sapere. Io il mio da mò che l'ho mandato a inculandia. Mi stava troppo addosso e io sono una che mollami proprio. Lui incassa l'info e non dice niente. Tace per un lungo interminabile minuto. Poi lei fa, questo non ti autorizza a mollare gli ormeggi, bello. Lui diventa rosso in viso. Si guarda intorno come pensando, ma ce l'ha con me questa qua? Giunti a Corsico city centro, i due scendono. Proseguono insieme. Lei un passo avanti a lui e lui poco dietro. L'invisibile guinzaglio in mezzo, tirato da lei.

venerdì 9 settembre 2022

Il racconto della 90

 Il racconto della 90

La mia macchina è ricoverata per un tagliando. Poco male, farò un giro per la città. Milano, strano settembre del 2022. Decido di andare da Corsico al Portello, dall'altra parte di Milano, zona viale Certosa. Lì c'è ancora una libreria Feltrinelli. Darò un occhiata ai libri. Sono pochi ormai i libri che mi interessano: Duras, Arancia Meccanica di Burgess, in una nuova traduzione. Cose così. Bisogna pur avere delle passioni. Invecchiando devi avere dei punti fermi. I libri che scrivo sono i figli che non ho avuto. I libri di alcuni scrittori, quelli che ho adottato. La mia mente scrive in continuazione. Anche ora che guardo fuori, seduto, dall'autobus 325 che da Corsico mi sta portando verso Romolo, fermata della metropolitana della linea verde. Di lì prenderò la 90, circolare destra, che attraversa tutta la città, 24 ore su 24. Una linea famigerata, leggendaria, direi, i cui autobus sono enormi serpentoni autorticolati che paiono dinosauri meccanici che strisciano sull'asfalto della città, sui suoi torrenti di asfalto. In questa giornata di sole laterale che si insinua dai vetri di queste balene arancioni dell'Atm che solcano la città che si è ripopolata all'improvviso di gente tornata dalle vacanze tutti negli stessi posti, pollai marini, in cui hanno trovato le stesse dinamiche stressogene da cui sono fuggiti. Eccoli qui, sotto il sole, sui marciapiedi, migliaia, multietnici multitasking, sgambettare nevrotici, cellulare in mano, senza più il coraggio di guardarsi in faccia. Per scoprire che le facce sono facce da display. Scendo in Romolo, dopo aver percorso un tratto di naviglio dove un mucchio di gente ancora in semiferie corre, suda, va in bici, cammina, senza dare un'occhiata all'unico display che dovrebbe guardare, affascinata, quello della natura sopravvissuta, che è quello dello specchio d'acqua dei navigli, gravidi di cavedani che saltano fuor d'acqua a catturare zanzare, mosche, libellule e altri lepidotteri del caso. Attendo la 90, serpentone metallico, il display alla fermata ( e qui i display sono decisamente in aumento) dice che mancano tre minuti al suo arrivo. Do un occhiata intorno. Osservo una ragazza di 15 anni, pantaloncini di jeans, canotta corta, ombellico fuori con piercing in bell'evidenza strappato senza troppe difficoltà alle resistenze di una famiglia che non ha più tempo per niente....perchè deve lavorare e la produzione incombe. Dietro di lei una ragazza araba con l'Hijab, più o meno coetanea. Le guardo in soprapposizione e penso, ecco qualcuna che si ricorderà le farfalle nella pancia , a lungo, dopo i primi amori. E forse l'hijab se lo toglierà quando sarà il momento. Forse solo dalla mente. Forse solo nella mia , di mente. I talebani hanno ancora qualcosa da raccontare, rudi, duri, medioevali, come sono...ma autentici. Forse sono ancora in grado di dare amore e amicizia, al termine del loro sembrare preistorici di primo achito. Salgo sulla 90. Alcuni portano la mascherina altri no. Non ci bado più, ormai. Più quelli che non la portano di quelli che la portano. Su questo autobus leggendario che solca la città da parte a parte, non c'è un solo essere umano uguale per cultura, nazionalità, tratti somatici, sesso, età, religione, forse gusti sessuali...è il tempio della diversità, un'ambientazione alla Blade Runner che infatti, solo uno scrittore, come Philippe K. Dick, poteva anticipare nei suoi sogni vaticinatori. Riesco a sedermi, 3,30 del pomeriggio, e ancora si riesce. Mano mano che le fermate si alternano salgono in tanti: thailandesi, srilankesi, indiani, arabi, flippini, cinesi, sudamericani...italiani...sì, ci siamo anche noi. E una volta tanto i marziani sembriamo noi. Una signora anziana, italiana, sale ad una fermata. Una trans thailandese avanti con gli anni si alza per farle posto. Di 10 giovani virgulti della generazione z, seduti svaccati intorno, nessuno fa neppure l'atto di sollevarsi per farle posto. Io sono troppo lontano e sono lì in qualità di osservatore. Stilo le mie cronache contemporanee della città del futuro, con la penna dei miei occhi e la carta del mio cervello. Man mano che l'immenso autobus, taglia la città, un graffito sulla parete di una casa a un piano, a destra, raffigura il volto di un'infermira e rende omaggio alla categoria dei recenti combattenti contemporanei, che hanno combattuto e combattono il virus del Covid, unici combattenti rimasti nella massa indistinta dei “mi sono rotto il cazzo della mascherina”, che mai si interrogano dei calci nel culo che si beccano da capi, politici, burocrazia e tutto il circo equestre del male da cui si fanno sopraffare. Per abitudine, inerzia, due ore libere nel week end per la partita e la pizza, il sushi con le amiche impiegate d'ogni sorta, che si sbellicano allegramente cianciando di misure penieni dei rispettivi partners, mentre gli oceani si svuotano e i pesci in faccia sono per loro carezze. Fuori il sole penetra fra i pochi alberi sopravvissuti alla siccità di tutto l'anno, filtra fra i vetri e accarezza i volti dei passeggeri diretti verso un inferno clandestino in quanto inconsapevole. Una donna si siede davanti a me, dopo aver cacciato in malo modo una bambina egiziana con hijab in testa e leggins, un piccolo skatebord sottobraccio, ennesimo ogm della moda contemporanea possibile ventura. La bambina si alza senza fare storie. Sua madre, lì dietro, la guarda con compiacimento, perhè è stata educata. Più di sicuro della signora di mezz'età, che l'ha guardata con odio e continua a fulminarla con gli occhi, neanche , la piccoletta, fosse un teppista e il posto sull'autobus, suo di diritto. Che problema c'è nel guardare così, dice la madre della bambina, richiamadola a se', sotto la sua ala protettiva. La donna, un'italiana dal volto triste come un allocco a lutto, non risponde. Attacca subito a digitare sul suo cellulare. Digita compulsivamente e mi guarda con un preventivo e cagnesco disprezzo. Poi , ad alta voce, mentre tutti nel grande mezzo, nel ventre di questo capodoglio di vetrometallo che ricorda la balena di Pinocchio, restano silenziosi, impegnati dal chiasso dei propri pensieri, comincia a declamare un audiomessaggio.” No, guarda, non penso che mi incontrerò mai più con voi, non ho niente da spartire con voi, io per voi non esisto e tantomeno voi per me esistete, per cui non insistete a mandarmi messaggi, non abbiamo nulla da spartire noi, fra noi, preferisco starmene a casa a vedermi un film piuttosto che uscire con voi e starmene tutta la sera in un angolo completamente ignorata mentre voi fate capannelli fra di voi, magari mi leggo anche un libro, ecco, che è comunque meglio che trascorrere la serata con voi”. Poi chiude il messaggio e lo invia. “ L'hanno capita, adesso, spero”, dice ad alta voce rivolta a me che le sto di fronte. Io non faccio una grinza. La guardo senza accennare né ad approvazione né a disapprovazione. Ma non posso non pensare al concetto di “ leggere un libro è comunque meglio che uscire con voi”. Rifletto sul fatto che le persone a cui ha inviato l'audiomessaggio devono farle persino più schifo che leggere un libro. Devo proprio essere campione mondiale di gommoni che si schiantano contro transatlantici se mi ostino a scrivere libri in un mondo a cui ormai fa schifo leggere. Alla fermata successiva, scende. Il traffico intorno è mostruoso. Siamo bloccati. Salgono di continuo passeggeri con magliette, sciarpe, bandiere dell'Inter. Dev'esserci una partita, deduco. Uomini e donne di tutte le età, tranquille casalinghe e travet d'agenzia che di qui a poco scaricheranno tutto il loro livore su un arbitro. Ad una fermata mi si siede davanti un giovane. Magro, t-shirt nera recante la scritta “Narcos”, porta quegli orribili capelli tagliati come a tettoia davanti per rondini o pipistrelli per la mia immaginazione sarcastica. Sniffa in una sigaretta che di lì a poco, una volta sceso, spera di accendersi e gustarsi. Ad un tratto il mezzo si ferma. Deve dare la precedenza a moto dei vigili urbani e volanti della polizia, che fanno segno di togliersi dalla strada. Poco dopo seguono due pullman della Mercedes con sui lati un'enorme scritta: Bayern Munchen. E' la squadra del Bayern. Un nero seduto al mio fianco è estasiato. Vestito in giacca e cravatta, mascherina, smartphone su cui fino a quel momento stava guardando una serie tv senegalese, mi guarda e mi dice:”che potenza, che forza, persino la scorta della polizia” e mi guarda in cerca di assenso. “Già, mezzi di una società privata che hanno la precedenza nel traffico con i miei soldi di contribuente”, dico. “Come, scusa?”. Niente, replico, è troppo lunga da spiegare...e poi è solo la punta dell'iceberg. Sto zitto un minuto. Che poi all'iceberg, se gli togli la punta, magari affonda. Ma mi accorgo che parlo a me stesso. Arrivato all'altezza della Mediaword che incrocia con Viale Certosa, decido di scendere. Il Portello, area commerciale dove c'è la libreria, è lì in zona. Sulla sinistra c'è il palazzone di Casa Milan, con l'enorme schermo in cima che manda immagini di calciatori di questa Repubblica Popolare Democratica fondata sul pallone. In Korea del Nord i display mandano i rap di Kim Il Sung, qui le immagini ridanciane di Paolo Maldini, il nostro Che Guevara della fascia sinistra( qualcosa di sinistra c'è rimasto). Scendo e faccio due passi a piedi. La teoria di auto è infinita. Quando una metropoli contemporanea sembra quello che deve sembrare. E' tutto a posto, tutto in ordine, ogni cosa è al suo posto, andrà tutto bene...l'Inter sta per giocare, i ghiacciai si stanno sciogliendo, non piove da anni...ma non c'è da disperarsi. Bisogna solo aspettare di mandare l'arbitro affanculo.






lunedì 29 agosto 2022

Emily L. di Marguerite Duras, una recensione

 


Si possono fare migliaia di recensioni, di un libro e nessuna sarà uguale all'altra. Ognuno resta catturato nel libro che legge da alcune specifiche frasi, pensieri o altro. Marguerite Duras in questo racconto inquietante dedicato ad Emily Dickinson, grandissima poetessa inglese, imposta la narrazione partendo da un viaggio con un suo immaginario amico-amante-scrittore, un viaggio ripetuto più volte per raggiungere un albergo in una sperduta località balneare francese che dà sul mare di fronte all'Inghilterra. E dall'osservazione, di lei e di lui, di una coppia inglese, in cui lui , detto Il Captain , di condizione umile, comandante di uno yacht arenato lì nei pressi, e di lei, la moglie, una misteriosa donna inglese, bella, affascinante e malinconicamente sfuggente, di condizione invece nobiliare, immagina le loro vite. I due consumano, lui birra Pilsner scura. e lei bourbon, seduti ad un tavolo di quell'albergo francese, sotto gli occhi dell'albergatrice, profondi e indagatori e di sua figlia, superficiali e non all'altezza dei materni, alcolizzando se stessi e le proprie coscienze. Lui ancora invaghito di lei, dopo tutti quegli anni passati, seppur destabilizzato da un complesso di inferiorità sociale e culturale, che in realtà, disturba più lei ( che al marito disturbi). Attraverso l'osservazione di questa curiosa coppia la Duras, in compagnia del suo compagno, immagina la vita di una sua sodale di letteratura, della Dickinson, divenuta poetessa per caso, per via del padre che fece pubblicare le sue splendide poesie, iniziate a scrivere, si evince dal racconto drammatico, a causa del dolore causatole per la perdita di un figlio nato prematuro, successivo all'ulteriore dolore per l'opposizione dei genitori al matrimonio con suo marito, il Captain, di condizione inferiore, ripeto, e che avvenne alla morte degli stessi, dopo dieci anni di convivenza nella stessa tenuta, nella sperduta e affascinante campagna inglese nobiliare. E del fatto che suo marito non capisse le sue poesie, perchè in quei versi non si accennava mai di lui e del fatto se l'amasse. Fu lui a ricopiare le sue poesie ed a passarle al padre di lei, quand'era ancora in vita , facendole poi ,il genitore di lei, pubblicare, rendendola così famosa, da grande. Quando ormai non scriveva più nessun verso, meravigliata di tale successo e di folle di giovani che volevano conoscerla. Lei non aveva più scritto perchè aveva perso una poesia che non aveva mai finito e che suo marito, il Captain, aveva fatto sparire bruciata nel fuoco del caminetto della sua stanza, disturbato dal suo doloroso e drammatico significato e da quell'immagine straordinariamente drammatica e filmica, potremmo dire, di raggi di sole che penetrano in una chiesa come lame che feriscono il suo corpo, il corpo di Emily, senza lasciare cicatrici. Come fosse una condanna di Dio, che le aveva tolto un figlio. E che successivamente le toglierà l'amore del Captain, in luogo di un giovane guardiano, di cui si era invaghita in un'ora trascorsa nel suo salotto, discutendo delle sue poesie, con lui. Con questo giovane che sembrava averle capite, una volta lette. Giovane che scompare per anni, viaggia, si fa una vita, moglie e figli, e una volta, dopo molto tempo, anni, si è detto, come in una fiaba, ritorna per cercarla, per ritrovare la magia di quell'ora trascorsa in un salotto a discettare di versi poetici...con Emily, la poetessa che non aveva più scritto, immagina Marguerite Duras, perchè non aveva più ritrovato quella sua poesia incompleta, sui raggi di sole come lame che colpiscono senza lasciare segni di ferite nel corpo ( ma nell'anima?)...non aveva più scritto nulla, tranne una lettera d'amore al guardiano, che un notaio suo amico, a conoscenza della storia, aveva custodito, nonostante lei gli avesse chiesto di distruggerla. E' una narrazione intensa, quella della Duras, in cui mescola alcune sue idiosincrasie sposandole con quelle di una grande poetessa che aveva scritto per se stessa, divenendo, per caso, famosa e apprezzata nel mondo, come deve essere la scrittura, in definitiva, pare dire la grande scrittrice francese; scrittura di cui traccia un curriculum definizionale, sul finale del libro, drammatico, intenso, ma pieno di grazia proprio perchè privo di pietà, e in cui dice, appunto ,che bisogna scrivere quasi senza correggere, ma senza fretta, con un proprio ritmo, seguendo una propria musica interiore...come doveva aver fatto la Dickinson. E scrivere per se stessi, incurante di se stessi, incuranti degli altri, senza poter fare a meno di farlo, indipendentemente dalla fama, ma per poi rileggersi e stentare a riconoscersi e riconoscere che non ci si conosce mai, veramente, fino all'ultimo giorno e che un poco ci si arriva, nel confronto con gli altri. In letteratura e nella vita, dico io, soprattutto.



domenica 7 agosto 2022

Chi si accontenta gode...così così...

 

Chi si accontenta gode...così così...

Domenica mattina, ore 8,30, Corsico, ovest di Milano. In pantaloncini e canotta esco di casa. Mi avvio verso il naviglio per camminare. Non fisso mai un tempo definito, può essere 40 minuti o un'ora. Durante la camminata faccio qualche esercizio di Qi Gong in memoria di qualche corso fatto in passato tenuto da istruttrici italiane... che poi chi sa se gli antichi centenari cinesi li facevano proprio così , quei movimenti lenti e fluidi che ricordano Bruce Lee frizzato alla moviola, e di solito mentre mi fermo e fingo di combattere con le ombre, gli altri frequentatori domenicali del naviglio, joggers, camminatori come me, ciclisti, pattinatori, mi guardano pensando ad un modo arcaico e originale per scacciare le prime zanzare della giornata. Non ci bado, dopo aver superato il Ponte della Musica, sui muri estremi dei pilastri che lo reggono il comune ci ha fatto realizzare dei graffiti con i volti di grandi cantanti italiani e internazionali, e stranamente stanno resistendo al vandalismo, cammino lungo il naviglio, corso d'acqua che separa una stradina stretta sul limine della quale c'è qualche albero sparso di gelso o pioppi o ciliegi e dall'altra parte, del corso d'acqua, la strada che porta alla tangenziale o a Milano, verso Porta Genova, sempre trafficata, sempre chiassosa, rumorosa, piena di  scappamenti di gente che vorrebbe scapparsene a vivere in un altro mondo , ma siccome non può si fa masochisticamente piacere quello che vive...finendo col dire che Milano è meglio di ognidove e che c'è tutto. Tanto omettere che c'è tutto per chi ha i soldi, è un attimo, e nessuno se ne accorge...tranne chi l'ha volutamente omesso. Camminare lungo il corso d'acqua è rilassante, guardi le acque placide del corso d'acqua, separato da te da una bassa ringhiera di rugginoso metallo e scorgi pesci che guizzano, attraversando da parte a parte il corso o pinnando controcorrente, con qualche alga in bocca, tipo uccelli che s'apprestano a fare i nidi, ucceli d'acqua , verrebbe quasi da dire o beccano mosche o zanzare o libellule, in volo, come minuscoli delfini di piscine immaginarie...giorni fa girai un piccolo video con il telefonino e lo postai su Facebook, intitolandolo “supertrote sul naviglio” e ricevendone in cambio sequele di commenti tutti uguali e ripetuti a mò di stupide eco del tipo, “ ma sono cavedani, come si fa a dire che sono trote”, oppure, “ma come si fa a scambiare un cavedano per una trota”, ma comunque non ho cambiato titolo al video, lasciando supertrote sul naviglio, a titolo di questo video in cui si vedono questi pesci enormi che mettono le loro bocche a pelo d'acqua sperando che qualche insetto si suicidi entrandoci dentro, e, d'accordo, non saranno trote ma cavedani, ma venite a farvi il bagno dalle parti da cui provengo, altosalento, Puglia, e scoprirete che “cazzo di re” non è un omaggio alla minodotazione del nostro storico re sciaboletta, ma la posposizione dell'unica risposta possibile al nugolo di haters della porta accanto che si aggiungono al coro del linciaggio commentativo, come per dire, venite a distinguere i pesci di mare e scoprirete che neanche “cazzo di re” sapete cos'è, così imparate a ritenervi “re del cazzo” delle trote e dei cavedani del naviglio. E comunque mentre cammino, di fronte incontro una ragazza magra, bionda, in divisa d'atletica, che marcia come un'autentica marciatrice olimpica, sculettamenti e oscillazione delle braccia, e quando mi sorpassa e le do un'occhiata in tralice, scopro che “shakerando”,refrain estivo della canzone rap dell'estate, è quantomai indicato, come termine, per questi casi di bacini agitati come cocktail lavorati da baristi cocainomani. Il naviglio, sulla sinistra, lo osservo, e l'acqua con quelle alghe che ondeggiano sul fondo limpido, sottofondo delle evoluzioni dei cavedani, mi fa lo stesso effetto rilassante di un acquario in casa, solo che è meglio di un acquario in casa, perchè le creature d'acqua qui si sentono più libere, pur enrtro le pareti laterali, comunque carcerarie, dei limiti del corso d'acqua...ed è consolante avere un naviglio d'acqua vicino a dove abiti, per darci un'occhiata quando ci cammini vicino, di quando in quando...è...catartico, rilassa, dentro si agita la vita che combatte contro la morte, ma ti sembra normale, mentre dall'altra parte del naviglio, dove c'è il traffico, la morte combatte per la morte, nel regno degli uomini che si credono vivi perchè respirano polveri sottili. E comunque m'insegna che le cose belle le devi centellinare, cercare dove credevi non ci fossero e godertele a spizzichi e bocconi, laddove invece, chi ha il mare sotto casa, saturo di bellezza, resta bianco cadaverico tutto l'anno, perchè non sa più che farsene, del mare sotto casa, se non usarlo per uno stupido revanscismo in spregio ai migranti d'ognidove, dimentico del fatto, che si può andare via dalle terre natie anche solo per compiersi come esseri umani lontano dalla mammella avita, per vedere se uno ce la fa senza doping familista.E intanto cammino, pattinatrici avvenenti, signore milf d'antan scollacciate e nike fluorescenti ai piedi, ciclisti filippini, mountain bikers metropolitani, ciclisti a pedalata assistita, monopattini elettrici, joggers, borracce strette in mano, una trans nera con i muscoli alle cosce di un Ben Johnson dopato sfreccia liquefatta dal sole incipiente di prima mattina, il popolo dei forzati sportivi della domenica, come in un neo quadro di Quarto Stato di Pellizza Da Volpedo, sfila sulla parte del naviglio interdetta al traffico. Alla mia destra scorgo il tempio Buddhista di Corsico, che si presenta come un'immensa arca dalle pareti metalliche, circondata da laghetti trapuntati di ninfee galleggianti. Sul retro un prato e al centro del prato un albero che dovrebbe ricordare l'albero della meditazione del Buddha, quando il sant'uomo ebbe un'illuminazione al termine di enormi prove ascetiche e fondò una filosofia, più che una religione...lo vedo, il tempio buddhista , popolarsi di domenica per l'esecuzione del rito, il parcheggio pieno d'automobili d'ogni luogo lombardoveneto e dai veicoli scendono i buddhisti d'Italia, che con i Buddhisti dei paesi d'origine c'entrano come il salmoni con le biciclette. Al ritorno attaverso il Ponte della Musica. Le facce dei musicisti sono ancora lì, immortalati sulle pareti, miracolosamente intonse, solo tre piccole scritte sulla faccia di una di loro-devono essere le firme degli autori, credo. Rimetto la maglietta e mi immergo fra le strade di Corsico, quartiere giardino. Attraverso la strada ora più popolata d'auto e persone. Dall'altra parte della strada, con Il Quadrato, di fronte, un vecchio spazio che una volta era una pista per pattirare cintato di passamano di metallo dove di quando in quando marocchini e italiani giocano al pallone cimentandosi in sfide infinite. E incontro Gennaro, il pizzaiolo, magro come un chiodo, che inforca fra le labbra la prima delle infinite sigarette della giornata, dopo che ha appena preso il caffè. -Ueh, uoagliò, hai fatto sport, oggi? Dice. Sì, una camminata sul naviglio, giusto per capire se sono ancora in grado di stare in piedi e mettere un passo dopo l'altro, dico. -Ah, fa, gli sport miei songhe a pala e a pizza...e i ssegarette, dice. Lo conosco da 20 anni, da quando sono venuto ad abitare a Corsico. Fa delle pizze supersoniche. Sorrido e lo saluto. Un po' di sole l'ho preso, qualche pesce l'ho visto, guizzare a pelo di naviglio, prima di andare al lavoro. Per oggi ci possiamo accontentare. Anche se Ligabue dice, che chi si contenta gode, così così...










mercoledì 3 agosto 2022

Dio piange ma l'inferno può attendere!

 

Dio piange ma l'inferno può attendere

Centro commerciale ex Auchan, Cesano Boscone, ora Bennet. Un falansterio enorme nella periferia ovest di Milano. Niente da fare e nell'epoca del sempre da fare è un vero lusso. Caldo tropicale e il Centro ha l'aria condizionata rotta. Passeggio tra i corridoi semideserti e do un'occhiata distratta ai negozi vuoti. Sono al piano superiore dove c'è il cosiddetto Padiglione Goloso, che termina in una spianata di tavolini popolati di fantasmi, circondato a raggera da fornitori di fast food: Mac Donald, Old Wild West, Spontini, Kfc, La Piadineria, un banco che vende pesce tipo sushi di un'altra catena misconosciuta e un Bar-Prima ero stato nel supermercato, al piano inferiore a cercare la birra Raffo, la mia preferita, che quand'era Auchan c'era. Ma non ce n'era...per me potete chiudere. Niente fame, con questo caldo. E poi niente sa di niente, in questo mondo del fast food che vende carne di vacche anabolizzate, pesche d'acquario e pizza di farina al glutine che se prima di mangiarla sei Franco Franchi dopo sei Oliver Hardy. Mi fermo al bar, l'unica cosa decente, e chiedo una birra alla spina. Una Forst. Secondo Vinicio Capossela, l'ha scritto in un suo libro che abbiamo letto in pochi intimi, la migliore del mondo. La ragazza, sui 25, capelli castani a coda, in carne, abbronzata da lampada e lievemente accaldata me la serve con un gran sorriso quasi d'invidia. L'invidia di chi deve lavorare e di fronte ha mister un cazzo da fare. Dal bagno prospiciente arriva un tizio, sui sessanta, magro, jeans a ginocchio, camicia aperta a mostrare il petto glabro, con in faccia e sulle gambe numerose escoriazioni. Si avvicina al bar e anche lui chiede una birra alla spina: una Tennent's. Non va certo per il sottile, con quel liquido da dieci gradi, pur se fresco. Cerca di intortare la venticinquenne che lo osserva con sguardo piuttosto accondiscendente. Il tizio prende una birra e viene a sedersi vicino a me. Attacca bottone, con la scusa di alzare la birra e brindare a questa giornata Bukowskiana. Gli chiedo se è caduto, così, giusto per parlare. Una parola tira l'altra e verso Milano, l'altra sera, ce le siamo date di santa ragione: cinque contro venti: loro erano sudamericani. E chi ha vinto, dico per smorzare. Nessuno ha vinto, nessuno, dice lui. Sulla carta loro, per me noi...eravamo in cinque, loro in venti. Sorseggio la mia Forst e lui la sa Tennent's. Mi osserva, mi sta studiando. L'altro giorno, fa all'improvviso, c'era una di fronte con il vestito con lo spacco e si vedeva tutto, lì davanti proprio. Mi osserva. Osserva la mia reazione. Io non dico niente. Bevo. Se c'eri anche tu, erano in due loro, andavamo a beccarle, dice. Chi, chiedo. Loro. Quella con lo spacco e l'amica. Mi osserva. Io bevo. E' davvero buona la birra. Fresca. Birra Forst. Secondo Vinicio Capossela...ma questo l'ho già detto. Dev'essere la birra. Comunque io sono Giuseppe, fa. Gli rispondo con il mio nome. Poi si alza e va dalla ragazza che gli aveva servito la birra, che era dietro al bancone del Bar e ne ordina un'altra. Per lui. E'un'altra per me. Sono stato prima al Bar xxx, quello del quartiere xxxx ed era chiuso. Ecco perchè sono qui, dice. Anche io lo sto studiando. Scommetto su me stesso che non è un malavitoso. Nonostante le sue tendenze alla rissa. Sai cosa vendono al Bar xxx del quartiere xxxx? No, dico io, ma ho l'impressione che presto lo saprò. Lui sorride. Deve decidere se fidarsi o meno. Perchè sta per dirmi una cosa pericolosa, secondo lui.Io sorseggio la mia birra e aspetto. Raccolgo storie e le scrivo, ecco cosa faccio, gli dico. Dove le scrivi? Sul computer, a volta su quaderni...dico. E dove le pubblichi. Su internet e a volte anche neo libri che pubblico. Sei uno scrittore? Fa. Diciamo che scrivo, dico. E sei conosciuto? Chiede. Credi che se fossi conosciuto potrei starmene qui con te a raccogliere la tua storia? Mi sorride. E' incerto. Sai, fa, rompendo gli indugi e finendo la Tennent's, al bar, vado ogni tanto a prendere quella polverina che si tira su con il naso. Cocaina, dico. Ma sei pazzo? Abbassa la voce. Come dovrei chiamarla, bamba? Sssssshhhhh, abbassa la voce, bamba è peggio, dice a bassa voce. Però ho detto basta, ora a quella cosa. Ho chiuso. Meglio così, dico. Non capisco cosa ci trovi la gente di buono in quella merda, dico. Perchè? Fa, guarda che quando la prendevo mi sentivo invincibile. Devi essere invincibile sempre, dico io. Oppure vinto sempre. Se hai bisogno di supporti per sentirti invincibile sei vinto sempre, dico. Cosa sei un prete? Mi fa ad un certo punto. Un prete di periferia, dico io. Senza tonaca e senza Dio, se preferisci. Dì, ma ti piace la figa? Fa ad un certo punto. Certo, dico, perchè non dovrebbe? No, perchè parli come un prete, dice. E comunque fai esempi sbagliati: anche ai preti piace quella roba lì, dico. Lui sorride. Sei un osso duro a parlare, dice. Faccio quello che posso, dico. Sono alla seconda Forst. Sono stato sposato 28 anni, dice. Perchè è finita? Chiedo. Non ne voglio parlare, fa. Non ne parliamo, allora, replico. Ora sono in pensione. Facevo il magazziniere, c'ho sessantatre anni, ma nessuno mi da sessantatre anni. Infatti, io gliene avrei dati 80. Ma non puoi sempre dire quello che pensi a tutti anche a costo di far loro del male. E lui era uno che stava soffrendo. Mi hanno licenziato e sono andato in pensione, dice. Mi danno 1000 euro, fa. Mi osserva. Lo so, dice, non ci pago nemmeno l'affitto, con mille euro. Potresti andartene in Portogallo, dico, lì con la tua pensione ci camperesti bene. No, fa , dopo un momento di riflessione. Non sono mai andato all'estero. L'Italia è il miglior paese del mondo. Mai andato all'estero? Faccio. Mai, risponde. Ma non mi è mancato, dice. I miei figli ci vanno. Andare all'estero è una roba per giovani, io sto bene qui. Con la mia birra e una bella figa davanti con lo spacco. Solo che davanti aveva il vigilante del Centro. Quando c'è, aggiunge in fretta per non essere frainteso. Draghi mi piaceva, dice ad un certo punto...ci ha tolto la mascherina...aggiunge. Io non dico niente, al riguardo. Tanto più che io ancora la mascherina la porto. Sono stato il primo a mettermela fra gli sguardi di scherno di tutti e sarò l'ultimo a toglierla. Se me la tolgo. Per me è diventata una sorta di cosa tipo essere islamico senza essere islamico e senza far capire se sto ridendo o meno. Puoi ridere del mondo e nessuno lo saprà mai. Pensa che spettacolo! Si alza per andare a pagare le birre, ma la ragazza gli dice che è tutto a posto. Ci avevo pensato io. Scusa, fa, sono stato io a invitarti. E io a offrire, siamo pari dico. Sei un osso duro a parlare, dice. Dà un occhiata ad un'araba che contemporaneamente gestisce tre bambini, dando da mangiare patatine a due e da bere ad un altro tramite un biberon. Porta il velo solo in testa. Cura quei bambini con una naturalezza sconcertante. Giuseppe osserva la scena. Mai stato con un'araba, dice. Io sì, dico. E com'è? E con una cinese ci sei stato? Dicono che ce l'abbiano orizzontale, fa. Sono donne come tutte le altre, dico. Anche lì? Chiede. Non rispondo. Non rispondo mai alle domande idiote, persino se me le pone qualcuno che soffre. Poi Giuseppe si alza e dice, andiamo a fumare. Usciamo dal Padiglione Goloso. Prima di uscire scambio qualche parola con l'araba. Si chiama Fatima ed è egiziana. Mi informo su quale  sia la parte dell'Egitto da cui proviene, e me lo dice. Non conosco il posto. Giuseppe conosce solo Sharm El Scheikh. Ci sono stati i suoi figli. Lei lo osserva abbassando lo sguardo. Come per dire, non sanno niente di noi. Non sanno niente dell'Egitto. Sanno solo di Sharm El Sheikh, collanine di occhi di Allah, barriera corallina e buffet al ristorante...La saluto e lei ricambia sorridendomi. Giuseppe mi dice, come mai ti ha dato confidenza? Sono donne come tutte le altre, dico. Basta essere educati, aggiungo. E' l'unica donna che non ha tramestato nello smartphone nemmeno per un minuto in tutto il Centro Commerciale. E infatti rappresenta il futuro. No. Il sistema non può reggere. Presto torneremo all'età della pietra e allora sopravvivranno i più attrezzati a vivere. Lo dico a Giuseppe. Lui non dice niente. Non ha un'opinione al riguardo. Tranne che vuol fumare una Marlboro rossa. Fuori dal Centro, di fronte al parcheggio, caldo infernale, 38 gradi, sembra come avere la febbre, ci sediamo su una panchina. Mi offre da fumare e fumo. Normalmente non fumo, ma se mi offrono una sigaretta, fumo. Il fumo è la consolazione degli afflitti, penso. Bere è la consolazione degli afflitti, penso. E lo stato ci lucra su. Pensate che bell'esempio di paternalismo. Lo stato Papà ti dà da fumare e da bere, dopo che ti ha preso per una vita a calci nel culo. Restiamo seduti sulla panchina. A fianco, su un'altra panchina, c'è una signora napoletana, sulla sessantina anche lei, bionda. Giuseppe la saluta amabilmente. Lei mi guarda e senza conoscermi mi dice (come a ribadirlo a se stessa)-sto cercanne un monolocale a Fuorigrotta, ma io tengo la minima, non c'ha faccie...Coraggio, dico, la cosa più importante è avere programmi. E tu ce ne hai. Mi sorride, si alza, schiaccia la sigaretta in un posacenere gigante lì davanti e si immerge nel parcheggio semivuoto. Inizia a piovere. Dio piange ma l'inferno può attendere. Viviamo è moriamo e nessun politico parlerà mai con i suoi elettori.

lunedì 25 luglio 2022

Facebook, il virus del linguaggio

 Facebook, gli haters...


E' indubitabile che social come Facebook e Twitter hanno creato un aumento dell'aggressività. Il linguaggio, come diceva Bourroghs, è un virus. L'uso indiscriminato, superficiale e volgare dei social, Facebook in particolare, sta modificando il modo di rapportarsi tra le persone. Le sintesi sloganistiche, dovute al fatto che non leggiamo messaggi troppo lunghi, costringono chi posta a ridurre questioni complesse in opinioni sintetiche che, per la  superficialità con cui sono trattate, rischiano di sminuire la complessità di tali questioni e di ridurle a volgari barzellette da ragazzi del muretto. Tutti inevitabilmente, persino fior di intellettuali, uomini politici di rango, scrittori e artisti, stanno finendo per essere vittime di questo modo di comunicare insulso e indotto dal mezzo che si usa, impoverendo il linguaggio e portandolo a bassezze tartufesche. Io stesso mi sono accorto che poi si riporta quel linguaggio nelle conversazioni dal vivo, rischiando di sminuire gli argomenti trattati e di ridurli al linguaggio dei primati. Attraverso l'altisonanza dei termini usati, inoltre, si arriva, durante le veloci conversazioni, molto facilmente all'insulto, anche personale. Sempre alla ricerca del modo più efficace e offensivo per chiudere la conversazione a proprio vantaggio. E l'argomento che si trattava? Non c'è più, sparito. Ridotto all'insulto personale. E uno dei miei motivi di disaffezione a Facebook risiede proprio in questo: e cioè nel fatto che dopo si esporta questo modo di scrivere e di esprimersi nella realtà, trascinati verso il basso da folle di ignoranti che hanno imparato a insultare bene attraverso un linguaggio scarno e volgare. Un linguaggio che ci sta impoverendo tutti, me compreso. Mi metto io sul banco degli imputati. Ci sono cascato. Ma io almeno me ne sto accorgendo e lo ammetto. Immaginiamo che lo stesso linguaggio venga usato per la risoluzioni di problemi del paese da politici o intellettuali e avremo la misura del pollaio globale che stiamo diventando. D'ora in poi me ne fregherò altamente dei likes e scriverò cose dignitose in modo adeguato. E non mi importerà se neanche sarà letto, quello che scrivo. Sarà la mia opinione elettromagnetica in eredità infilata nella bottiglia dei miei pensieri lanciata nel mare, che dico, nell'oceano, internetiano. Di questo passo anzichè mostrare una versione migliore( e comunque falsa), di noi stessi, rischiamo di mostrare invece quella peggiore ( altrettanto falsa), un te stesso bullo che bullizza altri bulli perchè a sua volta si aspetta di essere bullizzato.

domenica 3 luglio 2022

Il nipote del partigiano!

 Carlo, un mio quasi trentennale collega di lavoro, nonchè amico è anche, insospettabilmente, un uomo di montagna. Ricordate una cosa, non si è uomini di montagna se non si ama la libertà e non si è uomini di montagna se non si ama la giustizia. Sono cose che la montagna, la vita di montagna, insegnano. Ogni tanto, compatibilmente con gli impegni familiari e di lavoro, chiedo a Carlo quando è libero, per andare a farci una camminata in montagna. Ci incontriamo sul ballatoio dell'Ikea e ci salutiamo. E' un uomo di poche parole, Carlo, schietto e sincero, pratico e stringato, come si addice ad un uomo di montagna. Ci incontriamo e solitamente gli chiedo-quando andiamo in montagna? La risposta è sempre cordiale e immediata, quando vuoi, non hai che da chiedere. Poi scorriamo su un foglietto i turni di lavoro e decidiamo. Non sempre è facile riuscire a trovare un turno libero coincidente. E questa è uno dei tanti inconvenienti del vivere in un mondo cosiddetto libero e democratico. Il lavoro prima di tutto, se vuoi campare. La montagna deve  aspettare. Ma tanto lei aspetta, è imperitura e immortale e ci sarà per sempre. Riscaldamento climatico o meno. Anche perchè costruire da quelle parti costa troppo e il gioco non varrebbe la candela, per sedicenti speculatori edili.

Qualche giorno fa è accaduto, ci siamo incontrati sul ballatoio e gli ho detto-quando andiamo in montagna? Sabato sono libero. Sabato andiamo, è stata la sua risposta. Ti mando il percorso su whatsapp stasera, ha aggiunto. Lo cerco adeguato alle tue caratteristiche. Scoprirò poi cosa volesse dire, adeguato alla mie caratteristiche e scoprirò cosa significa essere uomini di montagna. La montagna è una scienza, non proprio esatta, ma per affrontarla devi essere preparato, non è una cosa da prendere sotto gamba. 

Un'altra cosa, io e Carlo siamo coetanei, abbiano entrambi 57 anni. Lui non conosce le mie abitudini ginniche, ne' se ne ho, mi ha studiato a vista morfologicamente e poi ha deciso il percorso. Non esistono pagamenti, per queste cose, non esistono compensi, perchè sono cose che non generano profitto, ma dovrebbero essercene. Eppure il premio che ne deriva è , come vedremo, impagabile.

A sera mi manda un link su whatsapp con il percorso. Più o meno sei ore di camminata tra andata e ritorno. Da Culmine San Pietro ai Piani di Artavaggio. L'idea è di arrivare verso l'ora di pranzo presso un rifugio ai piani di Artavaggio, Valsassina, provincia di Lecco, consumare un pasto di montagna e ridiscendere poco dopo. Si parte in macchina da Arese, dove abita. Si arriva in quota, sino ad un certo punto. Si parcheggia e via, si sale verso il cielo azzurro infinito. Ci mettiamo una quarantina di minuti, ad arrivare nel punto previsto, nonostante il traffico intenso. Fa molto caldo e nel week end i milanesi si spostano verso laghi e montagna. L'ultimo tratto, prima di parcheggiare, è costituito da una strada stretta dove a stento le auto che si incontrano, ci passano incrociandosi, se non con una certa prudenza e accortezza. Cosa che la maggior parte degli spericolati frequentatori automobilistici del tratto, non posseggono. Vanno come matti.

Giunti nei pressi di una curva a gomito, Carlo mi invita a parcheggiare tra due altre auto, sul limine di un tratturo che si apre in mezzo ad un bosco. Una volta scesi dall'auto ci prepariamo. L'equipaggiamento è leggero, zainetto, con necessario ricambio, meglio se c'è anche un k-way o un maglioncino più pesante, borracce piene d'acqua, scarpe da trekking, cappellino e occhiali da sole: cruciali, questi ultimi, perchè il sole di montagna acceca e ne fanno preferire, degli stessi,  la funzione protettiva a quelle del carisma e  sintomatico mistero. Una volta pronti si parte. Sono entusiasta. Partendo da Corsico, dove abito, c'erano, già alle 7,30 di mattina, ben 35 gradi. Qui ci saranno 15 gradi. Tanta roba, come dicono maldestramente i giovani di oggi.

Sulla sinistra prendiamo una sterrata che ci porta ad attraversare un bosco di abeti, molto fitto, che digrada verso la valle. E' così fitto che in fondo alla scarpata è quasi buio, da non distinguere quasi nulla. Ed è fresco. Inizialmente non usiamo le bacchette da nordic walking, perchè ancora la salita non è ripida e ci godiamo la camminata semplice e il piacere della compagnia, nel silenzio rotto solo da gruppi di ciclisti che ci superano con le loro mountain bike elettriche a pedalata assistita. Ci si saluta tutti, in montagna e tutti ringraziano per aver loro ceduto il passo. Camminiamo per circa un'ora e ancora non vediamo alcun camminatore bipede come noi...solo queste bike a pedalata elettrica assistita che sembrano essere la moda del momento. Una moda che è in sintonia con l'italianità media, conquistata ormai dal consumismo all'americana, che ha nella pigrizia la pietra angolare di nuove generazioni completamente arresesi al godimento da ottenere col minimo di fatica...e senza preoccuparsi troppo della linea, tanto ci sono sempre le scorciatoie di dietologi e farmaci per dimagrire. Entrambi, io e Carlo, conveniamo su queste impressioni.

Andando avanti nel cammino, quasi non ci accorgiamo, che siamo circondati da panorami mozzafiato, casupole lontane circondate di greggi di pecore, che sembrano sfondi di quadri di pittori olandesi, verde accecante, rocce minerali...ogni tanto una stele di madonnina e abbeveratoi per armenti. Dico quasi non ci accorgiamo, perchè parliamo fitto, ci diciamo finalmente e di persona quello che non si ha mai il tempo di dirsi nelle scarse pause di lavoro e meno che mai sui socialmedia che falsano la percezione reale di qualsiasi racconto dal vivo. Carlo mi racconta che lui , intorno ai vent'anni, stava per diventare un alpinista professionista e che un brutto incidente, in cordata, mentre scalava un 4000 metri, gli ha quasi tolto la vita. Un moschettone si è staccato, mentre era in cordata con altri ed è rimasto appeso alla corda, salvato da un altro moschettone di sicurezza, svenuto, dopo che ha sbattuto la testa...Si è poi ritrovato dopo alcune ore in ospedale, ancora vivo. La vita è fatta di  attimi e ne basta uno storto che non ci sei più, commenta. Oggi non sarei più qui a parlare con te, dice. E mi colpisce il fatto che non accenni a Dio. Dopo quell'episodio, arrampicare non è più stata la stessa cosa...ho perso la sicurezza...aggiunge. Ma la passione per la montagna, quella gli è rimasta. La montagna è stata e sarà sempre la sua palestra. Salire sulle sterrate con le bacchette...per alcune ore...Non hai bisogno di alcuna palestra. 99% dei muscoli sollecitati, nemmeno il nuoto, dice, sorridendo debolmente.  

La giornata è solatia, ma la temperatura è fresca e soffiano brezze montane. Nonostante ciò l'impegno si sente e mi porta a sudare molto. Comincio ad usare le bacchette più spesso. Mano mano che saliamo , l'altitudine, agisce beneficamente sulla mia pressione, avendola, io, tendenzialmente bassa. Silenzio assordante, rotto solo dalla nostra conversazione fitta. In lontananza, ad un certo punto, il verso delle marmotte e quello di un aquila, che passa in volo così speditamente, che non riusciamo a scorgerla.

A tre quarti del percorso è il momento, per Carlo, di sciorinare i racconti su suo nonno...Il partigiano. Durante la guerra contrabbandava  il talco con la Val D'Aosta e insieme ai partigiani, produceva il sapone. Dalla vendita del sapone si finanziavano le organizzazioni combattentistiche antifasciste. Ne parla con ammirazione, Carlo, come uno di quei personaggi usciti da un romanzo sulla Resistenza. Anche suo nonno, uomo di montagna, non c'è che dire.Tra i tanti aneddoti che mi racconta me ne rimane impresso uno, goliardico e significativo, al tempo stesso. Dopo la guerra, suo nonno, osservando com'erano fatti i saponi commerciali, pieni di petrolati e sostanze chimiche dannose per la pelle, foriere di cistiti e irritazioni, ebbe a dire una volta a lui, a Carlo: vedrai che, prima o poi, faranno un sapone col profumo della fica, pur di venderlo. Ridiamo a crepapelle, perchè dietro questa storia c'è un'intera filosofia di vita.

Nell'ultimo tratto, prima di arrivare ai piani di Artavaggio, facciamo un percorso non in ombra, sotto un cielo d'un azzurro mai visto, trapuntato di nuvolette sparse come un immaginario gregge di pecore. Scenario incantevole. Incontriamo qualche camminatore, finalmente e io chiedo a Carlo se questi sono venuti prima di noi. La risposta è sarcastica e stringata, come sempre: questi sono saliti in macchina fino a pochi chilometri da qui. A piedi sarà un'oretta...O sono venuti in funivia. Ricordati che sono italiani...dice. Poi fa, ti ricordi quando ti ho portato sulla Grigna, al rifugio? Sì, gli dico, perchè so dove vuole arrivare: pieno di camminatori. E soprattutto di camminatrici, svizzere e tedesche. Che poi uno pensa che una donna che va in montagna, debba essere rustica e poco avvenente. Nient'affatto, questi sono luoghi comuni triti e ritriti buoni per puttanieri di provincia.

Giunti ai piani di Artavaggio, c'è una spianata e sulla spianata, di prati erbosi, in lontananza, si notano tre rifugi. Visti così, da quella prospettiva, sembrano ad un tiro di schioppo. Carlo sorride ironico e dice: l'ultimo è il rifugio Nicola. Quello lì su. Un'altra mezz'ora di camminata. Te la senti? Se no ci fermiamo qui. E' quasi l'una  e un certo appetito si sta già facendo sentire. Ma io amo le sfide, per cui dico che proseguiamo.

L'ultimo tratto è molto ripido e io uso le bacchette come un forsennato, per aiutare l'azione della gambe. E' un tratto durissimo. Superiamo una coppietta  giovane, che, senza bastoni, arranca. Carlo è uno spilungone, capelli brizzolati, corti, molto magro. Aziona le gambe con la grazia di una gazzella, sembra non provare alcuna fatica. Ad un certo punto mi distanzia. La salita si fa ancora più ripida e io sono costretto a fermarmi un paio di volte. La montagna insegna molte cose, una di queste è che ti mette davanti ai tuoi limiti. E io avevo forzato troppo senza mantenere un passo costante. Comunque alla fine, non senza troppo distacco, ce la faccio a raggiungere il rifugio. Lo si vedeva già con la sua struttura piramidale, costruito così per ricordare il vicino monte Sodadura, visibile non lontano ad est del rifugio.

Giunti davanti al rifugio, un grande spiazzo erboso, ospita panche e tavolini, non ancora del tutto pieni di gente che sta mangiando. Ci fermiamo vicino ad uno di questi tavolacci. Ci cambiamo subito, asciugandoci il sudore. Io bevo un pò d'acqua dal mio thermos  prelevata poco prima da una fontana di montagna vicino ad una chiesetta che e' simile ad una dacia russa. 

Una volta riassettati, saliamo da una scaletta per entrare nel bar ristorante del Rifugio. Davanti avevo notato che il rifugio si è anche attrezzato con ricariche elettriche per le bici a pedalata assistita. Però, dico, c'è molta più gente qui seduta a mangiare, di quella che abbiamo incontrato in giro. Carlo sorride e non commenta. Ha già detto la sua , al riguardo.

Entriamo. Dentro ci sono dei tavoli lignei tipici della baita di montagna. Dietro al banco del bar c'è un tizio sulla quarantina che prende le ordinazioni. Una volta pagato, si passa a fianco al self service, dietro il quale c'è un anziano che serve i pasti. Carlo mi dice che si tratta di Angelo, colui che aveva fondato il rifugio, intitolandolo a suo padre, Nicola Esposito, morto in un incidente di montagna nel '67. Che ironia della sorte, l'ospitalità  della montagna, affidata a gente dal cognome tipicamente napoletano. E dire che  che sono tutti nativi della zona. 

Io prendo un tris , costituito da, polenta taragna, funghi, salsiccia e cervo in salmì. Carlo una pasta al pomodoro. Con il nostro vassoio, riscendiamo dalla scaletta e ci sediamo al nostro tavolo, occupato dai nostri zaini. Mentre mangiamo, all'aperto, sotto quel cielo azzurro, e comincia a fare freschetto, tanto che ci muniamo rispettivamente di k-way e maglioncino, chiedo a Carlo come mai non ha preso il mio piatto. Tipico piatto di montagna, con polenta  e cacciagione. Sono vegetariano, mi annuncia. Per motivi etici e salutistici. Ma non ho nulla contro chi mangia la carne. Non sono un fanatico intollerante. Altra cosa che non sapevo. Passano gli anni e tu devi fare una camminata in montagna per conoscere particolari dei tuoi amici. Mentre mangiamo un cagnolino ci fa le feste e Carlo gli lancia dei pezzettini di pane. Il mio piatto è favoloso e il sapore della polenta ineguagliabile. Una giusta ricompensa allo sforzo delle tre ore di camminata. 

Una volta consumato il pasto, diamo un'occhiata in giro, risaliamo verso il bar dalla scaletta esterna per un caffè e via. Ci prepariamo alla discesa. Tornando all'essere vegetariani di Carlo gli cito un libro di Safran Foer in cui lo scrittore americano racconta con orrore   di ciò che ha visto infilandosi clandestinamente in allevamenti intensivi di polli e altri animali. Non ricordo il titolo, però. E aggiungo, da animista quale mi ritengo, non posso non pensare che mangiare la carne di un animale costretto a vivere in due metri quadri non possa che portare conseguenze nefaste anche sull'anima di chi mangia quella carne. C'è chi dice, i miei amici indigeni, lo dicono, che se mangi la carne di un animale che ha sofferto, non può non trasmetterti parte di quella sofferenza, dico. Che tradotto scientificamente, aggiungo, ci porta alla constatazione che le sofferenze dell'animale potrebbero aver portato a produrre delle tossine che alla fine incidono sulla qualità della sua carne. Carlo annuisce con il capo, interessato. 

Ripassiamo a lato dell'Albergo sciatori, un albergo enorme in mezzo ad un prato, ora completamente abbandonato. Se scrivi un pezzo sul tuo blog, dice Carlo, puoi citare questo albergo come esempio di monumento ai disastri che sta producendo il cambiamento climatico. Non posso che confermare che l'esempio è calzante. Lì non nevica più come prima e l'albergo non è più frequentato da anni. Il cambiamento climatico fa fuori anche posti di lavoro. E be', si, se sto scrivendo questo pezzo oggi è anche perchè l'idea me l'ha data Carlo. Mio fraterno amico. Il nipote del partigiano. Qualcuno che in un giorno trascorso insieme mi ha insegnato più cose di interi tomi di storie e antropologia. 

Il ritorno, in discesa e' piu' semplice.  Ed è foriero di nuovi ragionamenti e di dialoghi sempre intensi e interessanti. Carlo mi parla del concetto di riuso. La più grande battaglia che puoi combattere contro un nuovo e piu'insidioso fascismo: il consumismo. E anche questo concetto non puo' non venire dal nonno partigiano.

Sono davanti al pc.  Fa caldo. Scrivo questo pezzo e rivivo la gioia dei momenti trascorsi. Scrivere è rammentare e reinventare. Pure se quello che ho scritto è tutto vero. Parola per parola. Ma non potrò mai scrivere quello che si vive, quello che si è vissuto insieme. Perchè la vita vissuta è una scrittura fatta per i ricordi della mente. Che muoiono con te. O forse non muoiono mai.

Link del percorso creato da Carlo:

https://www.komoot.it/tour/828813863?ref=wtd-m