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domenica 27 agosto 2023

La Navi, di Antonio Lobo Antunes


 


Le Navi, di Antonio Lobo Antunes.


Lobo Antunes è uno scrittore portoghese molto particolare. Nato a Lisbona, nel quartiere Benfica, che ha dato il nome ad una delle squadre di calcio più importanti del Portogallo, e di cui Lobo Antunes, non a caso è tifoso, ha studiato da psichiatra ed ha partecipato alla guerra coloniale negli anni '70 in Angola, ex colonia portoghese africana. Esperienza, quest'ultima che lo ha segnato indelebilmente tanto che gli echi di quella guerra accompagnano moltissime delle sue narrazioni. Una guerra , quella coloniale del Portogallo contro i ribelli dell'Angola che ha consolidato in lui alcune delle idee che spesso espone nelle sue rare interviste: il regime salazarista dittatoriale che si riempiva la bocca di patria e nazione e paese, lo faceva in modo oltremodo retorico e falso, e abbandonò di fatto le truppe coloniali ad affrontare una guerra sporca e orribile le cui memorie in Lobo Antunes, tracciano nostalgici ricordi per i suoi compagni d'armi che spesso cita come coraggiosi, preparati militarmente e con i quali, ancora oggi, con i sopravvissuti di essi, periodicamente si incontra per delle reunion gravide di rimembranze e affetto reciproco. In questo libro, Le Navi, con la sua scrittura concentrica, per immagini, metaforica, spesso barocca, ma scorrevole nella sua partitura addirittura musicale, racconta il dramma dei coloni portoghesi che ritornarono in patria, a guerra finita e colonie perse, trovando un Portogallo povero, miserabile, terra di iene e sciacalli umani, trasformato da una guerra dispendiosa in una terra di reazioni avverse, spesso eccessive, come quasi sempre accade quando dopo anni di potere di una dittatura le forze contrarie prendono il potere scatenando vendette...una terra in cui la rivoluzione socialista diviene terreno di vendette personali, sotto le bandiere di un socialismo espropriativo di facciata. I vari personaggi sono descritti nei loro percorsi di sopravvivenza ai cambiamenti, spesso dopo trent'anni di vita in Africa, Mozambico, Angola, Guinea Bisseau o a Macao, colonia portoghese in Asia. Dall'uomo che sbarca a Lisbona con la bara del padre morto e non ha i soldi per seppellirlo finendo per venderlo come concime per piante medicinali di un tizio che le coltiva in casa e la sua casa è una foresta, in piena Lisbona, a chi torna a casa e la trova occupata da altri in nome di una rivoluzione socialista di cui a costoro non importa se non nella misura dell'avergli procurato una dimora, e c'è un uomo che vende la propria donna, mulatta, per ricavarne un biglietto per il traghetto diretto a Lisbona, ad un vecchio di ottant'anni affetto da paludismo e una volta ripensato all'iniquo scambio la sua donna si è ormai affezionata al vecchio,e poi ancora c'è chi arriva a Lisbona con la moglie mulatta ed un figlio e non può pagarsi l'albergo , così cede la moglie all'albergatore , e poi c'è chi trova una prostituta olandese e se ne innamora e proprio lì sul molo per partire per chissà dove con lei, mentre cerca di convincere un prete a sposarli, guarda la donna allontanarsi con un marinaio belga largo di spalle come un armadio e impazzirà per ricercarla in tutta Lisbona. Una Lisbona descritta quasi in modo fantasmatico e metafisico, con i suoi luoghi tipici pieni di umanità piangente, risate alcoliche, spacciatori di droga, albergatori imbroglioni, prostitute multietniche, eppure avvolta nel suo fascino decadente e imperiale, di un impero oramai inesistente. Un libro affascinante, la cui bellezza malinconica sta nei gorgheggi bizantini di Lobo Antunes , che non disturbano questa meravigliosa sensazione che comunque vadano le cose, pur nelle difficoltà estreme, la vita va avanti e cambia sotto gli occhi magici, spietati, sghignazzanti e sorridenti, della capitale lusitana, una città di disperati che non sanno dove altro andare, perchè per loro tornare a Lisbona è stato come ritrovare una madre vecchia e paralitica, che è capace ancora di posargli una mano sulla spalla, trasmettendo tutto il calore possibile che una madre può dare ad un figlio. Questo libro mi ha insegnato che cosa vuol dire scrivere, perchè sicuramente Lobo Antunes, ci avrà messo tanto a scriverlo. Mi sembra di vederlo piegato sulla sua scrivania in rua Conde Redondo, a Lisbona, dieci ore al giorno, fumando sigarette una via l'altra,nonostante abbia vinto un cancro ai polmoni, a correggere , correggere, correggere, finchè il libro non accetta più correzioni...ed è allora che è finito un libro, come ama sempre dire. Mi sembra di sentirlo, se gli chiedi che scrittori gli piacciono e lui dice: Tolstoj, Conrad...hanno scritto i loro libri con la fatica di minatori e ci hanno messo molto tempo, perchè la scrittura è fatica e il lettore non riesce ad immaginare la fatica che c'è dietro un libro. Il successo non ha niente a che fare con lo scrivere, con la letteratura. Be', scusate se è poco, unire il successo alla buona scrittura, di questi tempi, non mi pare poco. Consigliatissimo specie ai lettori che non riescono più a sentire la musica nei libri degli scrittori contemporanei.





giovedì 17 agosto 2023

Diario estemporaneo


 

Diario irregolare.


Non tengo un diario quotidianamente. Diario è tutto quello che scrivo, libri, pezzi, tutto quello che faccio, vignette, video di sit down comedy. Sit down comedy l'ho inventato per parafrasare il più celeberrimo stand up comedy, capite bene che si può stare anche seduti a cercare di dire cose che fanno ridere e riflettere, leggendole. Un po' Morettiana come cosa, ma ciascuno fa quello che può, in attesa di diventare un attore scespiriano. E in fondo la vita che cos'è se non un'attesa. Quando sei arrivato non hai più nulla da chiederle.


Osho Rajneesh diceva di non credere in Dio perchè in quanto essere perfetto aveva terminato la sua spinta a crescere. Non è male come concetto, perlomeno è più sincero dei cosiddetti atei per contrasto. Gente che in fondo ci crede ma fa finta di essere atea dichiarandolo coram populo mentre stringe il crocifisso in una mano e la mano nella tasca.


Con buona pace dei puri di spirito, delle anime belle che non si sporcano mai le mani e che sempre sono nel giusto, dopo quasi un anno di guerra, a me appare chiaro lampante palmare che questo conflitto sia nato per indebolire economicamente Russia ed Europa e  che chi trae giovamento dal conflitto sia l'Amministrazione americana ( il popolo non lo dirò mai). Lo diceva Lenin, sempre, guarda a chi giova e troverai il vero colpevole!Ci stanno affossando economicamente rendendoci quantomai dipendenti. E questo per un debito di riconoscenza di 70 anni fa?


In Venezuela fanno il pieno di benzina con 50 centesimi. Noi cammineremo con la benzina a 10 euro al litro. In attesa della beneamata auto elettrica, che, diciamola tutta, non risolverà il problema ambientale, se ad usarla saranno milioni di persone. Il problema ambientale consiste nel fatto che per andare dal salotto al bagno sentiamo l'esigenza di prendere la macchina. Di questo passo la prenderemo, oh, sì, quella per l'elettrocardiogramma!


D'altra parte per Putin non si può minimamente simpatizzare, pregno com'è di un'ideologia da uomo delle caverne. Ha paura dei transgender eppure non capisce che è lui il primo transgender della storia: ha il cazzo nelle gambe e la figa in testa! Più transgender di così...Ma a parte gli scherzi quando , l'uomo, imparerà ad aver rispetto per le persone non convenzionali? Quando avrà capito che non serve lenire le proprie frustrazioni , anche sessuali, perchè no, con un supposto senso di superiorità verso le persone non convenzionali? L' organo sessuale più potente è il cervello. E infatti a dare un'occhiata a Rocco Siffredi si capisce enormemente.


Il pensiero del giorno viene da Diogene: guarda quanto sono fortunato, diceva attraversando il mercato, guarda quante cose di cui non ho bisogno. E questo è collegato al discorso del consumismo sfrenato: avete mai fatto un trasloco? Io sì, diversi...avevo 72 paia di forbici che nemmeno sapevo di avere. Perchè comprare serve a riempirci del vuoto di cui siamo pieni...peccato che non siamo buddhisti. Per loro il vuoto è il punto massimo d'arrivo. Pensa che differenza.






































domenica 18 giugno 2023

Il sol dell'avvenire, di Nanni Moretti

 


Il sol dell'avvenire, di Nanni Moretti.


Dunque, trovate un paio d'ore libere, al Cinema Centrale, in via Torino a Milano, sono riuscito a vedere l'ultimo film di Nanni Moretti. Devo dire che sono entrato un po' prevenuto, perchè le ultime prove di Moretti, il Moretti de “La Stanza del figlio” e “Tre piani”, non mi avevano convinto pienamente. Forse perchè ero abituato al Moretti autobiografico di “Caro Diario” e “Palombella Rossa”, ero abituato al Moretti che, piacesse o meno, metteva in scena il suo sguardo sulla vita, sulla società, persino sulla storia, dal punto di vista di un intellettuale militante del Partito Comunista Italiano . Dato che la mia famiglia viene da quel milieu, un ambiente sociologico base di un partito che ha rappresentato un' affascinante utopia nel panorama dei partiti comunisti del mondo occidentale, capace di produrre quadri dirigenti intelligenti e colti e preparati, che hanno avuto la forza ed il coraggio di tagliare il cordone ombellicale con l'Unione Sovietica, capace di rompere con l'idea che il riferimento del comunismo mondiale dovesse essere quello sovietico, scegliendo una via riformista e originale che, sotto la guida sapiente di Enrico Berlinguer, fatto unico, questo, divenne il più votato partito comunista in occidente ed il primo partito in Italia, all'inizio degli anni '80. Tanto da costringere Aldo Moro a prendere atto di questa forza ed a cercare di coinvolgerlo nella gestione e nel governo del paese. Ma veniamo al film. Giovanni, il semiautobiografico protagonista del film , si prepara a girare un film sulla rivolta in Ungheria, nel '56, quando il popolo ungherese insorse contro il governo filosovietico e i comunisti sovietici invasero il paese nel tentativo, purtroppo riuscito, sanguinoso, molto sanguinoso, di ristabilire l'ordine. Protagonista del film di Giovanni , il regista, è un redattore dell'Unità, organo storico del Pci, interpretato dal bravissimo Silvio Orlando e la sua compagna, militante del partito da tempo immemore, interpretata dalla fantastica Barbora Bobulova. Il redattore comunista riesce ad invitare nel quartiere dove è anche segretario di sezione, un circo Ungherese. Durante lo svolgimento degli spettacoli circensi, la tv trasmette le drammatiche immagini della rivolta in Ungheria e i componenti del circo si schierano con i ribelli ungheresi. Questo fatto pone la moglie del redattore in contrasto con lui, dal momento che gli ideali dei comunisti italiani sono democratici e ben lontani dall'ortodossia sovietica. La sua compagna, quindi, lo spinge a prendere posizione contro il partito. Il film prosegue con il racconto delle vicende biografiche del regista che mentre gira il film si trova alle prese con una crisi matrimoniale. Sua moglie, interpretata dall'ottima Margherita Buy, che è anche sua produttrice, ritiene che lui sia un uomo troppo rigido, troppo impegnativo, troppo autoreferenziale e va da uno psicanalista perchè lo aiuti ad avere il coraggio di lasciare il marito. Qui entrano in scena tutte le idiosincrasie e le ossessioni di Moretti , per i sabot da donna , per esempio, che detesta, perchè il piede della donna se è coperto davanti deve esserlo anche da dietro, la fissa per identificare quartieri romani come scenari ideali per riprodurre la Budapest del '56, segue la moglie che sta producendo il film di un regista giovane di quelli in voga che girano film violenti e ferma una scena , davanti ai finanziatori coreani del film, che doveva prevedere un omicidio, come scena finale, con un colpo di pistola sparato in fronte ad uno dei personaggi. Cita “Breve Film sull'Uccidere” di Kieslowski in cui avviene l'omicidio di un taxista con modalità lunghe e truculente, tali da indurre lo spettatore ad abbandonare per sempre l'idea della violenza, per contro alle facili esecuzioni con pistole automatiche che non fanno altro che esaltare l'amore reale per la violenza dei registi della nouvelle vague del cinema contemporaneo. Scena lunga, intensa , esilarante a tratti, ma che fa riflettere e illustra la posizione di Moretti e la sua idea sulla violenza nel cinema. Ad un certo punto Pierre, un francese che doveva finanziare le riprese del suo film viene arrestato per bancarotta. Il film sulla rivolta d'Ungheria del '56 con le ripercussioni sui comunisti italiani, mostrate nella dinamica di coppia Orlando-Bobulova, rischia così di non essere concluso. La crisi di Giovanni con la moglie nel frattempo si aggrava e lei va a vivere da sola. Ma i due continuano a frequentarsi, perchè lei lo vuole aiutare a concludere il film, nonostante tutto. La scena del dialogo fra i produttori di Netflix, giovani rampanti che parlano quel gergo contemporaneo mix di italiano tecnico e inglese americanizzato e Giovanni, mentre cercano di dirgli che sono disposti a finanziare il suo film con delle modifiche che introducano, per esempio, un momento “what the fuck”, mi ha fatto quasi cadere dalla poltrona in una saletta del cinema completamente vuota, eccetto che per una signora in là con gli anni che a fine film ha detto che si sentiva in stato confusionale, è paradigmatica di quanto alla fine certe idiosincrasie accomunino Moretti con persone come me, per esempio. Non certo per questioni ideologiche ma per decenza linguistica. E questo a prescindere dallo schieramento politico di appartenenza. L'ipotesi Netflix, quindi, tramonta e Moretti si trova a fronteggiare una nuova situazione tragicomica, che vede la sua giovanissima figlia, esecutrice , tra l'altro, delle musiche del suo film, fidanzarsi con un console polacco sessantenne che di nome fa Jerzy. Nonostante tutto sembri andare per le terre, la moglie di Giovanni convince i coreani a finanziare il suo film. Un film che doveva avere un finale drammatico ma che Giovanni cambia in corso d'opera con un capolavoro di contenuti e immagini a dir poco commuovente. Che ha il potere di riconciliare Giovanni e Moretti, con la storia, con il mondo e con tutte le sue inaspettate variabili. Ripeto, un Moretti ai massimi livelli, comico, polemico, satirico, autoironico, in un film dove le risate incontrano le lacrime di commozione con una scena finale catartica. Assolutamente da vedere.




giovedì 8 giugno 2023

Bari parte 4, Basilica di San Nicola, conclusione

 Bari (parte 5). La basilica di San Nicola, conclusione.


Ritrovatomi nello spiazzo antistante la basilica di San Nicola,mi trovo di fronte all'imponente facciata di questa bellissima chiesa visitata molto spesso in passato dai russi, soprattutto per le sue ascendenze ortodosse. Entro nella chiesa e all'interno dell'enorme costruzione ammiro pareti e colonne in stile quasi catacombale, e , per contrasto, il soffitto , decorato di immagini sacre bordate di oro. In questo momento è in corso un matrimonio. Mi trovo proprio nel momento del fatidico sì. Così, Fabio e Iolanda, si sposano sotto gli occhi tripudianti dei parenti e dopo aver fatto la promessa al parroco che li sposa, che, d'ora in poi, andranno a messa ogni domenica. Come riferisce il don...non si sa mai che andando di giovedì, oltre che di domenica, compiano peccato d'eccesso di fede da ostentare...


Al ritorno rifaccio lo stesso percorso, diretto alla stazione ferroviaria. In via Sparano, un tempo si sarebbe ironizzato cambiandole l'accento in Spàrano, riferito alle guerre criminali, ora sembra lontano ricordo, ripasso trovandomi sulla destra la chiesa di San Ferdinando. Fuori c'è un carro funebre. Appoggiati all'auto funeraria, due uomini in completo blu, elegantissimi, sono a contatto col mezzo , piuttosto  svaccati. Sbadigliano della grossa, come questi gesti facessero parte della loro normale routine quotidiana. 


In piazza Umberto mi siedo su una panchina. Dal mio marsupio tiro fuori il pacchetto di toscanelli. Ne prendo uno e lo accendo. Come Pepe Carvalho, il detective di uno dei miei giallisti preferiti, don Manuel Vasquez Montalban. Una coppia di giovani nigeriani, lui più basso di lei, passeggino con bambino annesso si fermano sulla panchina di fronte. Il bambino poco dopo sgambetta verso i vicini scivoli e giochi per bambini. In mezzo a noi un'aiuola con una siepe circolare e al centro una palma filiforme e alta. La nera si avvicina ancheggiando in modo per lei naturale. Ha i capelli raccolti a ufo in un cappellino di lana, jeans e maniche corte.

“Scusa, hai un accendino, per favore?”, mi chiede.

“Certo”, dico.

Glielo do. Lei si accende una sigaretta handmade e mi restituisce l'accendino.

“Sei di Bari?”, mi chiede mentre si allontana.

“No”, rispondo.

“Lo sapevo che non eri di Bari, perchè qui la gente è troppo ignorante”, fa.

Poi mentre fuma rilassata, si dirige verso i giochi, a controllare il suo bambino. Il marito o uomo, fate vobis, resta seduto sulla panchina, stanco, forse reduce da qualche cantiere edile della mattina. Manca poco alla ripartenza per Ostuni, ore 18,30, ed ho il treno alle 19,02. Mentre fumo in santa pace il mio toscanello, sulla panchina alla mia destra si siede un arabo. Mi guarda con circospezione. Ho un viso sconosciuto, occhiali da sole a specchio. Dopo un po' giudica che se ne deve fregare. Si prepara una canna di hashish con dovizia. Per base usa il tabacco di una sigaretta sventrata. Poi gli si avvicina un altro arabo. Si salutano come noi del sud del mondo, mano e baci sulla guancia. Si passano il joint. Alle loro spalle una pattuglia della Finanza chiacchiera, sul ciglio della strada trafficata, di chissà che cosa. Il traffico scorre incessante. Come la vita. Come la morte. Come i matrimoni e i funerali. E i miei pensieri sono fiumi in piena. Pellicole di un documentario su una città che è cambiata, restando, tuttavia, fedele a se stessa.

sabato 3 giugno 2023

Bari (parte tre), Via Sparano, Bari vecchia.

 


Bari ( parte 4) Via Sparano e Bari vecchia.


Continuo a camminare imboccando via Sparano, la via dei negozi delle catene multinazionali. Giovani ragazze in pantaloncini attillati e magliettine corte a lasciar capolinare ombelichi, giovani skaters obesi dopati di MacDonald, due nere nigeriane enormi che ricordano le matrone simboli di fertilità e costrette ad ingrassare per questo, come si incontrano in certi racconti africani di Chatwin, nigeriani magri con magliette colorate e dreadlocks tipo giamaicani. Sui lati della strada un negozio United Colours Of Benetton, di fronte al quale spuntano sedili tondeggianti a forma d basamenti di colonne marmoree mozzate alla base. Poi Swatch, Stroili, Kiko, Tezenis e una serie infinita di negozi grandi firme multinazionali della moda di massa...La strada è un ammattonato grigio-una volta c'erano alberi di palme, trent'anni fa-; a destra svolto per via Abate Gimma e, in fondo in lontananza, si staglia la facciata del teatro Petruzzelli restaurato dopo un incendio di parecchio tempo fa. Vado in direzione del Petruzzelli e poco dopo sbuco in corso Cavour, la strada dei negozi commerciali locali. Prendo a sinistra e attraverso la strada, dirigendomi verso il mare, ammirando il bellissimo teatro Margherita, posto proprio sulle acque marine, un tempo retto da palafitte. Se ne sta seduto sul porticciolo dei pescatori baresi. Mi avvicino al Giardino Fabrizio De Andrè, anch'esso con alcune palme alte e filiformi che ricordano le sagome delle nere africane disegnate stilizzate su batik, ritratte con fardelli in testa e , giusto sulla sinistra, osservo una tettoia che di solito ospita il pescato appena portato in mattinata pronto per essere venduto, ma poiché siamo nel pomeriggio inoltrato, è ora vuoto. In cima alla tettoia, all'inizio della stessa, campeggia una scritta a caratteri corsivi che recita così: “San Nicola proteggici da le rizz vacand”. Sorrido quando la leggo e mi viene in mente che questa scritta è il messaggio scritto nel fumetto del cartoon di questa città e ne rappresenta in pieno lo spirito estrememente ironico e spietatamente autoironico. A destra do uno sguardo al lungomare Imperatore Augusto, che costeggia il mare e mostra i muscoli cementizi di enormi palazzi residenziali, sedi di uffici, condomini di lusso e alberghi. Ma non lo percorrerò, per oggi. Non ho abbastanza tempo, ho un treno da prendere per il ritorno ad Ostuni. Mi infilo, quindi, fra il teatro Margherita e l'ex mercato del pesce, sbucando in piazza del Ferrarese, dove, sulla facciata di un edificio d'epoca, sulla destra, proprio in cima, mentre cammino, mi cade lo sguardo su un orologio enorme, le cui lancette sono ferne sulle 9. Se non ricordo male l'edificio si chiama Palazzo del Sedile e fu sede di consigli comunali ante litteram già nella prima metà del '500. Mi muovo sulla piazza, in mezzo, al centro storico murattiano e intorno ci sono pizzerie e ristoranti, sempre aperti e a sinistra del palazzo del sedile, noto Lo Spazio Murat, edificio che ospita mostre di ogni genere. Passo lasciandomi a destra Matiti, un ristorante che si definisce Bistrot della Pasta. In mezzo ai tavolini protetti da una tettoia, davanti all'ingresso, mi sorride, zigzagando tra i tavoli una cameriera filippina. Mi insinuo tra i vicoli del quartiere murattiano ( da Gioacchino Murat, generale napoleonico, che quando governò queste terre vi lasciò pure un segno indelebile del suo passaggio, se non altro nel dialetto francesizzato). Ad un tratto mi volto a destra e noto un cartello enorme vergato da un enorme scritta a mano che informa: “Panzerotti 2 euro”. Continuo a camminare, tra queste strade di Bari vecchia, e l'ammattonato si è fatto chiaro, color pietra, quasi marmo e passo sotto un ponte che si apre come il boccaporto di un antico galeone da cui potrebbe uscire la bocca di un cannone e per un pezzo esco sul lungomare. Sono diretto verso la basilica di San Nicola. A destra scorgo la muraglia di Bari Vecchia e dietro la muraglia, lassù in alto rispetto alla mia posizione sul marciapiedi del lungomare, un vecchio balcone di una vecchia abitazione mostra garrulo al vento uno striscione sul quale con lettere gotiche c'è scritto: “ QUI NESSUNO E' STRANIERO”. Giro a sinistra, il mare alla mia destra, e ripasso sotto la muraglia, nel mio percorso a serpente, sotto un altro ampio arco, ritrovandomi quasi subito nello spazio antistante la basilica di San Nicola.


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venerdì 2 giugno 2023

Bari (parte tre) La Feltrinelli.

 


Bari ( terza parte) La Feltrinelli.


Mi dirigo verso la libreria Feltrinelli, che è lì nei pressi, proprio in via Melo, un paio di centinaia di metri. Con passo lento e dinoccolato, un passo sud del mondo di chi è in vacanza ed ha tutto il tempo...e a causa dell'afa, appena attenuata da uno strano vento alzatosi all'improvviso, eccomi entrare nella storica libreria dell'editrice fondata da Giangiacomo Feltrinelli. Dal marsupio verde militare su cui ho infilata una spilletta che rappresenta un caro ricordo, una stella rossa che sormonta le lettere nere bordate d'oro EZLN, Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, donatami anni fa da un militante dell'organizzazione durante un corteo a Milano, per il 25 aprile, tiro fuori gli occhialetti da presbite e comincio a monitorare i libri sistemati negli scaffali o poggiati su banchetti e gradini in bella mostra... Per brevità sintetizzo così: nessun Montalban o Palhaniuk e parecchi Carofiglio e Genisi, due giallisti baresi piuttosto in voga, e vorrei vedere. Seduto su uno scranno da qualche parte dentro il vasto falansterio bipiano della libreria, sfoglio un libro preso a caso. In realtà mi sono messo ad origliare una conversazione fra due signori distinti, dei quali, uno impeccabile, quanto al look, giacca e cravatta, passati non di poco i cinquanta, l'altro più casual, passati invece , lui, quest'ultimo, i sessanta, un po' di chierica al centro della testa, barba incolta da pensatore sofferto. Il pensatore sofferto  sta monologando di politica internazionale, sta parlando della guerra fra Russia e Ucraina, alla luce di un'analisi curiosa quanto originale. Ad alta voce racconta al suo affascinato interlocutore che la guerra non finirà finchè i russi non mollano la presa sulla Siria e non cessano di proteggere l'Iran...E' una questione molto complessa, fa, in perfetto e marcato accento barese, ci sono di mezzo anche rivalità fra diverse famiglie ebraiche...Gli askenaziti, di origine est europea, migrati negli Stati Uniti, molto ricchi...si vocifera che ricattino Biden e non gli permettano accordi con i russi. Spingono perchè Zelensky vinca la guerra totalmente...e poi ci sono i sefarditi, sempre ebrei anche loro, ma di origine araba, molto presenti in Spagna...questi sono di avviso opposto...si vocifera persino del fatto che i sefarditi finanzino Conte e i 5 stelle. L'interlocutore elegante lo osserva con deferenza. Mi piacerebbe creare un gruppo per discutere queste cose con te, dice rivolto al pensatore sofferto. E questo, sorridendo fa, d'accordo, però ti avviso che io non sono un animale sociale, rifuggo le adunate e i gruppi, sono uno che ama confrontarsi con le persone individualmente, conclude. Io sono un registratore, un cronista del pianeta terra, come già detto, e riporto per iscritto tutto quello che ascolto.

Esco dalla libreria e torno verso piazzale Umberto. Lo percorro al centro, diretto verso via Sparano, la Corso Buenos Aires di Bari, per fare un paragone. Solo che via Sparano è completamente pedonale.


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martedì 30 maggio 2023

Bari (parte due), Magda

 

                                             Bari (Seconda parte) , Magda.


Percorro a ritroso la strada che ho appena fatto, con l'intenzione di visitare un altro dei luoghi del ricordo, in questo caso di tipo gastronomico, che risalgono agli anni a cavallo fra l'85 e il  '91. Mi riferisco a Magda, storico panificio barese che ha deliziato da tempo immemore i palati di migliaia di studenti ( e non solo studenti) con la sua fcazz( la focaccia) fatta secondo regola, alla barese. Percorsi 200 metri, superato il parco di piazza Umberto, sulla destra, immortale e immarcescibile, seppur ristrutturato e reso in design ultramoderno, il panificio “Magda”, mi appare in tutto il suo splendore pavlovianamente foriero di salivazione pregustativa. Entro e mi metto in coda. All'ingresso, sulla destra, c'è un'anziana cassiera bionda che dev'essere una sorta di caporale di giornata in salsa rosa. Lo deduco da come osserva le lavoranti dietro al bancone, mentre tagliano e pesano la focaccia e da come approva o disapprova col capo. Prendo due pezzi di focaccia al pomodoro (rigorosamente e Gerini muta) e una bottiglietta di acqua naturale, dico alla dinamica ed esoticamente mediterranea, mora, che armeggia dietro al bancone come una prestigiatrice, abituata a sorridere davanti e accoltellare con morti e stramorti, una volta che si collocherà fuori da tuo focus , ed esco. Scelgo una panchina di pietra dietro il tronco striminzito di una palma e sotto quel sole malato che stenta a filtrare dalle nuvole, addento la mia fecazza ( o fcazz) alla barese, che qualcuno vorrebbe a giusta ragione includere nell'elenco delle bellezze ritenute patrimonio dell'umanità. Ad ogni morso, cambia il sapore, a seconda che si addenti la parte più bruciacchiata o meno. Questa focaccia è stata messa in forno appena fatta, senza che potesse ulteriormente lievitare e consumata così, calda, appena uscita, con i pomodorini ciliegino che ti ustionano il palato. Condizioni perfette! Finito il fiero pasto, su quella panchina, con la certezza che nessun ristorante avrebbe potuto trasferirmi quel sapore e quella circostanza di consumo faninaceo “alla crudele”, come amava dire mio padre delle situazioni culinarie spartane nelle quali prevale la voglia irrefrenabile dell'assaggio alla situazione di comodità intorno, proseguo dritto verso via Melo. Verso un altro dei luoghi del ricordo miei preferiti: La Feltrinelli.


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