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giovedì 13 marzo 2025

I figli di Matusalem

 I figli di Matusalem

“Mi chiamo Andrea Pincherle ed ho girato il mondo a piedi. 

Tu dici che raccogli storie,” mi disse,” ed io ho una storia da 

raccontarti.” Sorseggiò la tazzina di caffè che aveva davanti, 

inspirò profondamente e attaccò a raccontare. Sulle prime non 

scrissi niente, lo ascoltavo rapito, perché lui aveva una voce da 

conduttore radiofonico e raccontava bene, con le pause giuste 

fra un episodio e l'altro. “Nel 1980, era maggio, a piedi, stavo 

passando per un paesino del Salento, giù nel sud Italia 

mediterraneo. Stavo percorrendo una strada sterrata e avevo 

finito l'acqua nella borraccia. Avevo sete. Sulla destra c'era un 

pezzo di terreno cinto da muri a secco pieno di alberi d'ulivo 

che sembravano molto rigogliosi. Più rigogliosi di tutti gli altri 

ulivi che stavano nei pezzi di terra lì intorno. Scavalcai il muro 

che cingeva quel terreno, spinto non so bene da quale forza 

misteriosa. Mi ero messo in testa che dietro quel muro e in 

quel pezzo di terra avrei trovato da bere. Passai a passo lento 

in mezzo all'uliveto. Erano alberi imponenti, ciascuno di loro 

doveva avere centinaia, forse migliaia di anni. I loro tronchi 

erano delle sculture naturali viventi e sembravano 

rappresentare delle forme umane o animali. Ad un certo punto 

mi venne in mente che quegli ulivi dovevano aver catturato 

delle scene particolari e dovevano averle “fotografate” 

traducendole in forme plastiche con i loro tronchi e con i loro 

rami. Poi mi trovai davanti ad una piccola abitazione con i 

muri completamente dipinti di bianco, credo di calce. Sul lato 

sinistro della casa c'era un ulivo maestoso, doveva essere 

millenario. Sembrava una specie di guardiano di quella 

piccola casa, una sorta di sentinella vegetale. Mi avvicinai. 

C'era una porticina di legno e bussai per vedere se ci fosse 

qualcuno. Dopo alcuni secondi la porta si aprì. Un signore 

magro, il viso scolpito come un campo segnato dai solchi di un 

aratro trascinato da muli, apparve nella cornice della porta 

facendosi avanti con passo da ninja. Buongiorno, mi disse. Io a 

mia volta lo salutai e gli chiesi se avesse dell'acqua da offrirmi, 

poiché faceva caldo ed ero assetato. Lui senza indugio mi 

invitò ad entrare nella sua piccola dimora bianca che spiccava 

in mezzo al rosso della terra argillosa ed al verde degli ulivi 

secolari.” Pincherle fece una pausa e sorseggiò ancora il suo 

caffè, che doveva essersi raffreddato. Ma non se ne crucciò più 

di tanto. Poi mi guardò ancora con i suoi occhi verdi, profondi 

e buoni e riattaccò:” io in quel periodo stavo visitando la 

Puglia a piedi, ennesimo territorio che esploravo. Non puoi 

conoscere bene una terra se non la accarezzi con le suole delle 

tue scarpe. Comunque quell'uomo disse di chiamarsi Angelo. 

Mi fece accomodare ad una sedia con la seduta in corda e 

prese un secchio di zinco. Aspetta qui, disse, torno subito. 

Tornò dopo qualche minuto con il secchio pieno di acqua. Ne 

versò un poco in una tazza di creta rossa e me la porse. Io un 

po' titubante mi stavo chiedendo da dove venisse quell'acqua, 

ma lui prima che glielo chiedessi mi disse, viene dal mio pozzo, 

è acqua piovana. Dentro il pozzo c'è Gastone, l’anguilla. Da 

vent'anni. È ancora vivo sai? Fece. È il mio depuratore. Bevi 

che è fresca. La bevvi. Credo di non aver mai bevuto nella mia 

vita acqua così saporita, se si può usare la parola saporita 

parlando di acqua. Poi mi detti un'occhiata in giro e vidi una 

culla. Sbirciai meglio e lui mi invitò ad avvicinarmi. Nella culla 

c'erano delle piantine d'ulivo. Ne restai sorpreso. Angelo aveva 

un'età indefinita: poteva avere dai 50 ai 70 anni, chi può dirlo? 

Quella vita all'aria aperta doveva averlo tenuto in forma, tutti 

quegli anni. Poi aggiunse, a proposito di Gastone, l'anguilla: 

deve sentirsi molto solo lì in fondo al pozzo. Io gli chiesi se si 

sentisse solo. Sì, disse, da quando ho perso Gemma mi sento 

molto solo. Vedi, quella culla? L'ho fatta con il legno della 

potatura di Matusalem. Quando vide il mio viso interrogativo 

si affrettò ad aggiungere, Matusalem è l'ulivo che hai visto a 

sinistra della casa. Ha più di mille anni. Ha visto persino la 

regina Elisabetta quando era giovane. Io lo guardai perplesso. 

Gli ulivi camminano, sai? Disse. Qualche centimetro al mese, 

se vogliono. Io all'epoca avevo la tv in bianco e nero e 

Matusalem si era spostato di 30 cm per vederla bene dalla 

finestrella. È lì che ha visto la regina Elisabetta, in un 

telegiornale. Ora poi, Matusalem, si è rispostato. Da quando 

ho messo la tv a colori. Non gli piace. Ebbi l'impressione che 

quell'uomo non fosse del tutto sano di mente. Parlava con gli 

alberi e con gli animali come se fossero persone. Mi raccontò 

che Gemma, sua moglie, era morta di un brutto male e che 

intratteneva con Matusalem, l'ulivo, un rapporto molto 

speciale. Ci parlava. Disse che Matusalem, aveva riferito a sua 

moglie che sarebbe arrivata una malattia degli ulivi e che 

bisognava piantare dei nuovi ulivi dai suoi noccioli. Che 

sarebbero stati immuni da quella malattia. E che avrebbero 

assicurato il futuro degli uliveti di tutta la regione. Noi non 

avevamo avuto figli. Quegli ulivi sarebbero stati i nostri figli. 

Ricordati, mi disse, infine, quando arriverà la malattia, questi 

piccoli ulivi magici assicureranno il futuro di tutto il territorio. 

E così è stato, "concluse Pincherle. Avevo la mia storia, una 

bella storia, ma non sapevo se fosse vera. 45 anni dopo sono 

stato in quel tratturo che costeggia il terreno di cui mi aveva 

raccontato Pincherle. Gli ulivi del terreno erano molto in 

forma. Mentre quelli intorno quasi tutti secchi, degli scheletri 

vegetali. Non c'era nessuna piccola casa, dove doveva esserci, 

ma l'ulivo c'era: Matusalem. Sembrava proprio lui. Detti 

un'occhiata in lontananza nei terreni circostanti. In ogni 

terreno c'erano due o tre alberi verdi che non erano stati 

colpiti dalla malattia che li fa seccare: erano i figli di 

Matusalem, quelli della culla.

E avrebbero assicurato un futuro a quelle terre. Guardai gli 

alberi intorno a Matusalem. Ogni tronco sembravano Angelo e 

Gemma intenti in qualcosa. Angelo non doveva esserci già più. 

Era una storia vera. E io ve l'ho raccontata quasi 50 anni dopo!



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