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sabato 27 luglio 2024

Trekking rifugio Prabello e Sasso Gordona, giro ad anello dalla Val di Muggio.

 23  luglio, in macchina oltrepassiamo il confine italo-svizzero, da Chiasso e siamo in tre: la crew di sempre, dell'anno scorso, dei trekking d'estate nelle valli lombarde: io , Enrico e Carlo, l'alpinista, la guida, il nipote del partigiano, come lo chiamo io per i mille racconti del nonno antifascista contrabbandiere di talco per necessità lungo il confine svizzero. I doganieri italici neanche ci filano, sbirciano nelle auto con presenze femminili e ci lasciano passare senza degnarci di uno sguardo. Ci inerpichiamo su per una serie di strade che salgono, un dedalo nelle campagne montane e ci infiliamo in un agglomerato di case di montagna e all'improvviso sbuchiamo in una piazzetta con sullo sfondo una chiesa. Siamo a Cabbio, Svizzera Italiana. Mentre scendiamo dall'auto, una panda a metano di Enrico( 8 euro andata e ritorno)notiamo una postina svizzera con un'auto elettrica gialla che ritira dei plichi da una cassettina. Un immagine di tranquillità assoluta, il silenzio nemmeno rotto da un rombo di motore, ora che anche la nostra utilitaria è spenta. Con bacchette e zaini cominciamo a inerpicarci su una salita di asfalto. Su un cancello qualcuno ha dipinto a mano una scritta di vernice verde"basta pisciate di cani", più avanti un signore anziano in bermuda, uno strano capello, barba autroungarica, ci saluta e ci dice, " ma siete vecchi che usate le bacchette?". Ridiamo insieme constatando le abitudini goliardiche degli anziani del luogo che ci tengono ad alimentare l'alone di longevità che si portano dietro gli abitanti della montagna abituati a inerpicarsi sin da bambini sulle palestre naturali che sono i percorsi montani. Poi inizia il percorso vero e proprio su una strada di sassi incastonati alla meglio per dare prensilità agli sterrati. Il percorso, che sarà ad anello, prevede secondo la tabella di marcia di Carlo l'alpinista, due ore e mezza di salita e altrettante di discesa. Ci metteremo di meno, ad una media più o meno di tre minuti al chilometro.  Il percorso è in gran parte sotto il fresco degli alberi del bosco e, considerato che veniamo da Milano, dove ci sono circa 35 gradi, proviamo un naturale e istintivo refrigerio. Saliamo a zig zag e parliamo di un sacco di cose , un sacco di storie e di detti e non detti, che durante l'anno non si ha mai il tempo di raccontarsi. Camminare in montagna è anche raccontare e raccontarsi, dai massimi sistemi a questioni più o meno amene. Mentre camminiamo, Carlo, la nostra guida , che fa strada con un navigatore tra i percorsi indicati dai classici cartelli a punta dipinti del biancorosso Lanerossi Vicenza, tipico dei percorsi di montagna, come mi viene da definire questo bicolore denunciando la mia natura di boomer, ci rende edotti su un mucchio di questioni di carattere ambientale. I letti di torrenti e ruscelli sono asciutti, così da anni, ormai, vista la scarsità di neve in cima, con buona pace dei negazionisti del riscaldamento climatico come Rubbia, che decidiamo all'unanimità e con non poco godimento goliardico di condannare a percorrere questi letti di rocce aguzze a piedi scalzi fino a valle, come penitenza per le sciocchezze che va cianciando. Enrico approva sogghignando alla grande sotto i suoi occhiali da vista gramsciani e l'espressione ironica tipica di noi del sud mediterraneo. Che è poi la stessa di Carlo, nonostante il suo essere del tutto alpino. Più alpino delle alpi, se si può dire. Man mano che saliamo cominciamo a sudare e  le bacchette danno non poco conforto alle nostre schiene impiegatizie, accompagnando gli sforzi della muscolatura delle gambe di appena abituali camminatori di pianura. Ma in montagna è un'altra cosa. Devi scegliere le parole da dire e dirle al momento giusto, infilandole fra uno sforzo respiratorio e l'altro e in mezzo ai rivoli di sudore che cadono copiosi, nonostante la temperatura accettabile, rispetto a quella di provenienza. Lungo il percorso notiamo molti alberi secchi, segno che la siccità sta colpendo persino la montagna, che non ne ha mai sofferto. I loro tronchi sparsi su terreno sono lasciati disordinati, segno d'abbandono di questi sentieri escursionistici, in luogo delle gite in auto il più vicino possibile ai rifugi alpini, ridotti sempre più a mangiatoie per turisti e sempre meno a premi di conforto al termine di uno sforzo che dona salute e tempra lo spirito. Ad un certo punto varchiamo il confine fra italia e Svizzera e qui, spiace dirlo, si nota subito la differenza: percorsi puliti, legna di alberi secchi tagliata e raccolta ordinatamente e case cantoniere attive, a differenza dei vecchi ruderi diruti di quelli che una volta dovevano essere i posti di frontiera italiani, incontrati poco prima,  lasciati incustoditi e in stato di degrado modello Beirut anni '80. Sembravano letteralmente bombardati! Enrico dice, eccerto,  qui da noi bisogna prima fare le gare d'appalto , che poi vincono quelli che pagano i dipendenti due dita negli occhi.   Subito dopo incontriamo delle mucche al pascolo, bianche pezzate d'arancione, che ci guardano con una certa sorpresa ma senza scomporsi più di tanto. Commentiamo che il loro latte deve essere buonissimo, se si nutrono di erba di montagna , certo in contrasto, con le mucche da me viste in un allevamento lombardo, rinchiuse in due metri di box metallico, con la mangiatoia legata alla bocca , sicuramente ripiene di antibiotici...e lo sanno tutti, tanto che una volta per scherzo la mia dottoressa, per un'influenza, mi disse,  si faccia una bistecca, è la stessa cosa che prendere gli antibiotici ed è più gradevole."Dopo due ore e mezza giungiamo in prossimità del rifugio,  scorgiamo la bianca sagoma del Rifugio Prabello, sullo sfondo di una valle in mezzo alla quale si scorge il lago di Como. Ci fermiamo nel recinto, davanti a delle panche di legno e ci cambiamo, gettando un occhio ai tavolacci all'aperto, dove , sono le 11,40 circa, partiti alle 9,30, circa, c'è già seduto qualche avventore. Mentre ci cambiamo e asciughiamo, ammiriamo lo splendido paesaggio di case dai tetti rossi di Como e dintorni e in mezzo a due cime, lo specchio appannato di foschia, ma non per questo meno affascinante, del Lago di Como. Ci avviciniamo ai tavoli di questo rifugio che si presenta come un parallelepipedo con un grande tetto a spiovente, di certo essenziale, ma con un'insospettabile capacità di 25 posti letto, respirando a pieni polmoni l'aria salubre dei 1200 metri. Mentre ci sediamo, Carlo, immancabilmente aveva prenotato il giorno prima, ci accoglie un camminatore di montagna piuttosto agè, un perfetto sosia di Giuseppe Garibaldi e infatti, familiarizzando con noi, così ci dice che possiamo chiamarlo. Ci racconta che viene da un paesino lì nei pressi e che una volta, prima dei bombardamenti alleati, aveva un'azienda tutta sua a Milano. Mentre ci sediamo lo ascoltiamo raccontare...i vecchi hanno da raccontare e , posso di certo dirlo, i vecchi, nell'epoca dei social ridotti a mitraglia-insulti, lo sanno fare meglio di chiunque. E ora mangiamo, il meritato premio. Cinzia, la moglie del cuoco, una bella e sorridente ragazza incredibilmente affabile, tanto che accetterà alla fine che paghi con bonifico, non avendo con me contanti ne' linea telefonica, senza nemmeno chiedermi le generalità ( è proprio gente genuina di montagna, ma dove li trovi più?), ci snocciola il menu ( rimando i più curiosi a visitare il sito internet) e ciascuno di noi sceglie quello che ritiene più opportuno: io ed Enrico scegliamo la polenta uncia (non si può andare in montagna senza consumare la polenta persino d'estate), per i profani, polenta con formaggio fuso. Carlo invece, precisando che è vegetariano ( per lui gli animali hanno un'anima- e sono d'accordo)prende i tagliolini al pesto. Cinzia apprendendo che è vegetariano gli fa una battuta sull'uovo dei tagliolini. L'importante è che non ci sia carne, io sono un vegetariano animalista, il salutista è una conseguenza. Tutto detto da entrambi senza spirito di polemica, ma per puro sfottò reciproco. Innaffiamo il tutto con barbera su consiglio di Garibaldi. Restiamo ad ammirare il paesaggio, mentre mangiamo su un tavolaccio tipico, all'aperto constatando che il tempo atmosferico ha retto stupendamente, regalandoci un' ennesima indimenticabile splendida giornata di pieno contatto con la natura. E ce lo prendiamo come regalo divino, in attesa che l'uomo distrugga tutto, persino i moscerini, diminuiti negli ultimi anni a morire sui deflettori della automobili, ennesimo segnale della morte lenta e permanente del nostro bel pianeta che i signori delle multinazionali non hanno intenzione di consegnare intatto a figli e nipoti. Forse, visto che ora c'è l'intelligenza artificiale, queste menti da australopitechi moderni, pensano che giocoforza anche il pianeta è destinato a diventarlo! Torniamo in discesa e completiamo il nostro percorso circolare, usando i muscoli in frenata ( chi ha detto che in discesa si soffre meno?)continuando a parlare di un mucchio di cose interessanti, di betulle che crescono in montagna perchè hanno acque e terreno fertile, del fatto che intorno a loro crescano dei funghi allucinogeni ( questa la sapevo io) e di quanto era buoni il pane e i dolci fatti da Carlo, con delle particolari miscele di legumi e spezie. Al ritorno passiamo da un supermarket in Svizzera per acquistare prodotti biologici che in Italia, udite udite e ...ma va? costano il triplo. Prendendo un'ascensore incontriamo una famiglia svizzera. I due figli piccoli ci dicono buongiorno. Ci guardiamo in faccia. Be', meno male, non tutti gli esseri umani sono discendenti di popoli alieni che sono stati lasciati sulla terra da astronavi extraterrestri con il compito di distruggere il pianeta...

Foto di Enrico.










martedì 25 giugno 2024

L'ultimo vagabondo americano, di Jack Kerouac.

L'ultimo vagabondo americano, di Jack Kerouac.

E' un libro di racconti del grande scrittore americano di famiglia francocanadese. Un Kerouac, in questo libro, ai massimi livelli, narra le vicende di un'epoca, a cavallo fra gli anni '50 e '60, in cui, uno scrittore doveva raccogliere materiale narrativo. E il modo migliore per farlo era fare esperienza, immergersi nel gorgo della vita, vivere lavori semplici, manuali, considerati di bassa forza, che fornissero quel milieu dostoevskijano foriero di un Pantheon di personaggi che rappresentassero la cifra antropologica di un'epoca che ha avuto uno spirito libertario e anarchico senza eguali. Kerouac racconta le sue esperienze come mozzo di bordo, come frenatore in ferrovia, alternandole ai racconti di viaggi, che svolge alternandoli ai lavori e con quel poco che guadagna , investendo nella mobilità esplorativa di paesaggi naturalistici e umani esistenziali: in Messico e Marocco ( ospite di William Bourroughs a Tangeri), dove conia il termine Fellaheen, normalmente  agricoltore arabo, ridandogli un nuovo significato, nel senso di "semplice della terra", sì, i Fellaheen sono i semplici della terra ed erediteranno il mondo ( concetto molto cristiano, e Kerouac, seppur forsennato studioso di buddhismo non abbandonò mai il cattolicesimo, e anzi usò il buddhismo per cercare analogie spirituali fra le due dottrine) e sperimenta droghe, mescalina, oppio, marijuana. Gustosa le descrizione della scena newyorkese dell'epoca, con riferimenti a Thelonious Monk e John Coltrane ed al famigerato Village ( prese a prestito dal jazz la prosodia musicale spontaneista e priva di correzioni che s'era inventato e con esiti espressivi notevoli). Parla di un'eperienza solitaria al confine con il Canada, lavorando come avvistatore di incendi, per 63 giorni, autoimpostasi per depurarsi dalle droghe, dal sesso e da bagordi vari. In seguito viaggia in Europa: Parigi e Londra, in particolare, -viene fermato in Inghilterra e vogliono rimandarlo indietro perchè ha in tasca 15 centesimi di dollaro, ma si salva mostrando un giornale che parla di lui come scrittore in un articolo sul grande Henry Miller, adorato in Francia-, chiudendo questa carrellata di racconti, infine, con un piccolo capolavoro: breve saggio sulla scomparsa dell'Hobo americano, del vagabondo sotto le stelle che viaggia gratis sui treni merci notturni, dorme in sacchi a pelo, insegna ai bambini esperienze di vita, va in autostop, inghiottito ormai nel buco nero di un consumismo esasperato che sta inghiottendo l'America in una spirale di terrore per ogni forma anarchica di libertà  rinchiudendola negli scantinati  di una morale bigotta soggetta solo al mercato...Kerouac in questo libro ci insegna che il vero scrittore, il vero narratore, non esce da alcuna Università, da alcun circolo letterario, studia leggendo i grandi scrittori cui hanno dato successo i lettori ( era un epoca in cui il marketing lo stabilivano ancora più i lettori che le macchine propagandistiche) e si sporca le mani con la vita vera, con l'aspetto del sopravvivere, portandosi in giro la sua valigia di libri da leggere e taccuini da riempire. Consigliatissimo.



mercoledì 19 giugno 2024

Aaron Bushnell

 Di solito quello che scrivo è abbastanza intriso di umorismo e ironia, sarcasmo a volte, satira più comunemente. Ed è per me molto difficile scrivere di questa storia drammatica: quella di Aaron Bushnell: 25 anni, americano. La mattina del 25 febbraio, domenica, in divisa da aviatore, si recava a piedi davanti all'ambasciata israeliana a Washington. Aveva appena scritto su Facebook: "molti di noi si stavano chiedendo che cosa avresti fatto se fossi vissuto durante la schiavitù . O durante le leggi di Jim Crow( leggi a favore della segregazione razziale) degli stati del sud? O durante l'apartheid? Cosa farei se il mio paese stesse commettendo un genocidio? La risposta è: quello che sto facendo proprio adesso! ". Il post aveva in allegato un collegamento sulla piattaforma Twitch. Aaron ha cominciato a cospargersi il corpo di liquido infiammabile, che aveva con sé e mentre lo faceva disse: " il mio nome è Aaron Bushnell, sono un membro in servizio attivo dell'Aeronautica degli Stati Uniti e non sarò più complice del genocidio. Sto per intraprendere un atto di protesta estremo ma rispetto a ciò che la gente ha vissuto in Palestina per mano dei loro colonizzatori non è affatto estremo! Questo è ciò che la nostra classe dirigente ha deciso che sarà normale!". Dopodiché ha acceso il suo Zippo, storico accendino tipico dei militari americani, e si è dato fuoco. Mentre bruciava vivo, finché non è caduto privo di sensi, ha continuato a gridare "Palestina libera!". Morirà poche ore dopo in un ospedale vicino in preda ad atroci tormenti . Durante questo suo atto di autoimmolazione, secondo quello che ha riportato la stampa anche di regime  (mainstream lo lascio dire ai giornalisti che si atteggiano a fighi e invece sono più falsi di una Marlboro albanese ), pensate un po' , un poliziotto bianco gli ha puntato la pistola contro intimandogli di arrendersi. O qualcosa del genere. Mentre un membro dei servizi segreti americani, guarda caso di colore, diceva all'agente  con la pistola puntata, "mi serve un estintore non mi servono armi"... circostanze che nessuno può negare, visto che il tutto è stato filmato in un video, fatto sparire velocemente da Twitch."Per non turbare le coscienze degli spettatori". Sottotesto: "perché ce l'ha chiesto la CIA". Altro sottotesto: " fra un po' si va a pranzo,  non vorremmo incidere sui consumi alimentari nazionali facendo diminuire le vendite di hamburger grigliati ". Però il video qualcuno l'ha visto e qualcosa è trapelato, come detto. La notizia della morte di Bushnell è passata del tutto inosservata, ed è stata data in qualche telegiornale con una modalità curiosa quanto vergognosa. Tipo," un militare americano si è suicidato dandosi fuoco davanti all'ambasciata israeliana a Washington." Punto e basta. Mentre, occorre dirlo,a Jan Palach che si immolò nell'allora  Cecoslovacchia dandosi fuoco ,a Praga, durante l'occupazione Sovietica, hanno, giustamente, eretto un monumento ed è citato in tutti i libri di storia!!! E questo ci dice tutto sulla falsa democrazia in cui viviamo! Subito dopo è iniziata su certa stampa e da parte di alcuni media la coyotesca campagna di delegittimazione mentale di Aaron Bushnell. Ho letto di tutto, indignandomi non poco, anche perché a scartabellare bene le pagine di internet mica un fascicolo della Cia, si evince chiaramente che Aron Bushnell non era affatto malato di mente. Certuni sono arrivati persino a dire che apparteneva ad una setta religiosa Cristiana di fanatici e che il soggetto era da inquadrare in quel milieu. In realtà Bushnell era uscito da quella Setta distrutto e prostrato e si era arruolato in aviazione, proprio per sfuggire alle rigide regole di questi fanatici cristiani. I sedicenti giornalisti che hanno scritto queste cose non sono lontanamente degni di allacciare le scarpe agli edicolanti che alle 4:00 di mattina scaricano  pile di giornali vicini ai loro chioschi e che se da tali giornali o meglio dalla loro vendita, non dipendesse il mantenimento delle loro famiglie, c'è da immaginarsi che si dedicherebbero volentieri  a farne un bel falò. Poi qualche altro giornalista pagato da Israele si è inventato che era un pericoloso anarchico, perché partecipava con dei militanti libertari alla distribuzione di aiuti per i senzatetto, come volontario. Una cosa come quella del malato di mente. Già, un malato di mente esperto informatico dell'aviazione degli Stati Uniti. Ma ci prendete tutti per imbecilli? E poi anarchico in che senso?  In alcune frasi ritrovate sui social, Bushnell parla della mancanza di fiducia nelle autorità statali, e parla di una militanza del fare, dove aiutare le persone( vedi i senzatetto) in concreto...Bushnell assisteva anche un autistico di cui era diventato amico. Ma la stampa di regime, quello Democratico, della serie, da noi si vota quindi facciamo quel cazzo che vogliamo, perché siamo democratici, ce l'ha detto il popolo, grida all' anarchico . Ricordate Pinelli? E Valpreda?Poi io conosco migliaia di anarchici e solo una minoranza è violenta, la maggior parte sono persone libere che aiutano altre persone in difficoltà! Ma loro, la stampa di regime, deve dire che era un malato di mente e anarchico! Aaron Bushnell ha lasciato un testamento scritto in cui dice che le sue ceneri devono essere sparse in Palestina, quando questo paese sarà libero! Ti saluto Aron Bushnell, per me sarai il nostro Jan Palach d'occidente, sarai nei nostri cuori, nei nostri ricordi e sarà per te il miglior monumento che  ti si potesse dedicare!




lunedì 17 giugno 2024

L'Ulisse di Joyce ad Ostuni

Ero seduto nella villa comunale , in prima fila,  ad Ostuni ed era in corso uno spettacolo particolare sull'improvvisato palco con annessa una fontana all'interno della quale nugoli di tortore si abbeveravano,  quelle stesse tortore che una volta i cacciatori con doppietta cacciavano distesi nell'erba fra gli uliveti,  quei cacciatori che vedevo davanti all'armeria di viale Pola e che discutevano per ore sulle cariche delle cartucce...e ora se le avessero viste  quelle tortore,  li, a pochi metri dall'esibizione,  che avevano perso tutto il fascino del selvatico che li portava persino a  cacciarle  di frodo...li,come galline in un pollaio che guardavano quel gruppo di persone che si stavano esibendo con uno sguardo bonario quasi di accondiscendenza. Forse è così che accadrà per neri e omosessuali.  Quando diventeranno un'abitudine,  quando li vedrai in giro senza nascondersi e a sposarsi , nessuno ci farà più caso...Certo ci sarà sempre comunque un Vannacci di turno che dirà: va bene i negri,  va bene i gay, ma adesso che si possano sposare tra loro. È alla stupidità che non ci si abiterà mai, purtroppo. L'esibizione contemplava una serie di letture tratte dall'Ulisse di Joyce,  un libro di oltre mille pagine che immagino avessimo letto in tre o quattro che eravamo lì seduti,  tra il pubblico. E sì,  perché o sei una professoressa di lettere e ti pagano per farlo, per leggerlo, voglio dire, e ci imbastisci persino una lezione sul significato del tradurlo ( ancora oggi i traduttori di tutto il mondo non sono d'accordo sulla traduzione di alcuni termini,  ma non ne parlano su Facebook)o se sei una persona normale con famiglia,  figli,  un lavoro,  cucinare,  la scuola dei ragazzi, il corso di ballo per i ragazzi,  la palestra del grande,  la scherma della piccola,  la piscina del medio ( poi non ci vuole andare e il medio te lo manda come emoticon su Whatsapp) e già, e i social? Dove li mettiamo? E i selfies mentre prendi il sole in terrazza e ti si sta bruciando il sugo sul fuoco, nel frattempo,  dove li mettiamo? Insomma, non hai tempo per leggerlo,  sicuro. Ma non importa,  tutto ciò. L'importante è parlare di Joyce ...e c'è un uomo avanti con gli anni,  un editore che è l'organizzatore,  uno che faceva il medico prima di andarsene in pensione, vestito di bianco, scarpe bianche,  pantaloni bianchi,  cintura bianca, camicia bianca,  giacca bianca e cravatta? Bianca che domande faccio? Barba da vecchio saggio, occhiali da vista e capelli superstiti sventolanti nel vento di scirocco che soffia sul palco,  pieno di fogli di carta in mano che perde ogni tanto ( immagino sia stato un medico con la scrivania da notaio piena di carte,  disordinata,  ma dalle diagnosi precise e molto empatico, che spesso è cosi), regista dell'evento,  aggiusta anche i microfoni,  ogni tanto,  piombando all'improvviso dietro lettori e lettrici, somiglia a Fellini,  ecco, è così che mi piace chiamarlo, il vulcanico deus ex machina dell'evento,  mentre dirige l'orchestra di professoresse,  alunni e due bravissime attrici nerovestite, che leggono a puntate, ora per ora della 24 ore di una giornata a Dublino che ha per protagonista Mister Bloom e una corte di personaggi incredibili tra i quali il professor Dedalus. Una storia di mille pagine,  letta stasera fra mille accenti pugliesi o niente accenti attoriali  , in cui il  geniale James Joyce tira fuori dal suo cilindro di narratore un' enciclopedia di argomenti che vanno dallo spregio dei poteri forti per la sua epoca, stato e chiesa,  mescolando  indipendentismo irlandese e colonialismo inglese,  antisemitismo inglese e massoneria di Mr Bloom, discorsi da shampiste e tradimenti,  la concezione della storia di Stephen Dedalus...Le professoresse appassionate ( detto a zero ironia) dirigono i loro alunni,  e sperano, tutti noi lo speriamo,  che di tutto questo bellissimo spettacolo , anche io lo spero , speriamo ,dico, che qualcosa di questo bellissimo circo letterario,  allietato dalle note di un gruppo musicale che suona musica irlandese,  gli Irish Coffee ( e come si dovevano chiamare?),resti nella memoria di questi ragazzi,  che almeno qualche modo di dire,  che ne so," va via veloce come la posta" perlomeno resti come modo di dire,  magari attualizzato in un " va via veloce come una mail", che almeno non si trasformi invece in un irritante " bella zio, ci stava proprio dentro" e Sisina e Oronzo,  seduti in quarta fila, siano stati colti nel dire"Ronzi, ma Don Giovanni significa donnaiolo?"." Così sembra, Sisi"."Ma Don Giovanni non é il nostro prete?"." Sisi,  non hai capito niente,  allora,  una cosa è la predica un'altra cosa è la vita,  e l'uomo è uomo". Perché in questo caso il professor Joyce che insegnava inglese in un'oscura scuola privata di Trieste potrebbe dire, sommesso,  sotto la sua bombetta,  gli occhiali da vista rotondi,  ecco, avete visto? L'Ulisse lo possono leggere tutti,  poi ognuno lo capirà a suo modo,  come le mille traduzioni dei suoi mille traduttorli!





giovedì 2 maggio 2024

Una sera tra amici a Jimbocho

 


Una sera tra amici a Jinbocho, di Satoshi Yagisawa. 

Ho iniziato a leggere questo racconto un po' perplesso, a causa dell'inflazione di questi libri giapponesi che hanno invaso da un po' di tempo le nostre librerie.  Ma il mio amico Gian Maria Garuti , che me lo ha prestato, per queste cose ha fiuto. E infatti la storia delle storie che accadono intorno ad una libreria dell'usato in un quartiere di Tokyo popolato da una miriade di altre librerie omologhe,  piano piano mi ha conquistato.  La protagonista dietro cui si cela l'io narrante dell'autore,  Tanaka, una ragazza ventenne, racconta delle storie personali ma anche collaterali che sorgono intorno alla libreria di suo zio, Satoru, titolare della libreria Morisaki . Descrive i clienti e i vari motivi per cui acquistano i libri, non solo per la passione per la lettura ma anche per collezionismo di timbri d'autore, cronologia di edizioni, bersagliati dai racconti delle biografie degli scrittori di suo zio, spesso durante  un tè offerto agli avventori- aspetto questo delizioso della cultura giapponese-dimodoché l'autore utilizza questo espediente per passare in rassegna la letteratura giapponese, ma in modo lieve e decisamente digeribile ai palati a corto di esperienza letteraria. Tanaka ha un lavoro part time e un fidanzato, Wanda, con cui intavola fitte conversazioni nel bar del quartiere dove si stabilisce un'atmosfera conviviale sorprendente per una megalopoli come la capitale giapponese. Il fidanzato di Tanaka,  Akira Wanda,  lavora nell'editoria di testi scolastici ed ha in mente di scrivere un libro sulla libreria Morisaki, colpito dal clima familiare e di amicizia che  questo piccolo polo librario sembra magicamente stabilire fra le persone che lo frequentano.  Una storia di un'umanità commovente che si dipana con una semplicità,  una levità e una pulizia da farla apparire irreale,  collocata in un altrove fiabesco, eppure al tempo stesso cosi reale,  con tutto il suo inevitabile corredo di lutti, dolori, piccole gioie e sorprendenti sprazzi di felicità,  dovuti alle lettura di libri o alle discussioni sulle letture di libri che coinvolgono anche chi i libri non li legge...ed è la loro magia.  Provate a ciondolare  in una mensa aziendale con un tomo di mille pagine , tipo Infinite Jest, di David Foster Wallace ,come è capitato a me,  e dalle mille domande che vi faranno nasceranno discussioni e racconti autobiografici.  A me hanno chiesto come facessi a leggere un libro di mille pagine. Un po' alla volta fu la risposta...Buona lettura

lunedì 8 aprile 2024

Un mondo a parte, recensione

 Un mondo a parte, film di Milani  con A.

 Albanese e V. Raffaele. 


Sere fa ho visto il film di Milani, con Antonio Albanese e Virginia Raffaele,  Un mondo a parte. Un insegnante elementare di Lodi, Albanese , stanco di insegnare a Roma ottiene un distaccamento in un piccolo comune abruzzese dove familiarizza con una vocepreside dinamica e pragmatica dai modi spicci ma efficaci, la Raffaele. I due familiarizzano , nonostante le perplessità con cui tutto l'ambiente accoglie Albanese. Da quel momento accadono delle situazioni   che si dipanano vorticosamente secondo un catalogo dei problemi contemporaneo, esagerati dalle asperità antropologiche e climatiche del luogo: Razzismo( i profughi ucraini porteranno le zoccole), omofobia ( la sorella di un alunno è gay e avversata dalla famiglia e tenta il suicidio), antiambientalismo- la famiglia di un ex alunno si lamenta con la Raffaele, vicepreside, che il figlio invece di emigrare vuole aprire un'azienda agricola-, politica collegata a interessi economici- la scuola deve chiudere perché se no  la gente non iscrive i figli nella più vicina città  e il preside di questa scuola ha interessi economici nei supermercati in costruzione perdendo così potenziali clienti -immigrazione di prima generazione- marocchini integrati che ormai parlano abruzzese e che  pur essendo mussulmani adorano la tv a fibre ottiche-nuovi immigrati ucraini i cui figli impinguano le file della scuola del paese in questione evitandone la chiusura,  Insomma una fiaba contemporanea a lieto fine e insieme una satira pesantissima della società italiana contemporanea. Attualmente il film è campione di incassi e poiché la morale finale suggerisce il concetto secondo cui con l'impegno individuale o anche semplicemente di gruppo si può far fronte ai problemi della contemporaneità o almeno affrontarli,  mi chiedo se la maggior parte degli spettatori , visti i tempi che viviamo,  ne abbia capito il senso.  Oppure si è lasciata soggiogare dalla notorietà degli attori principali? A voi futuri spettatori l'ardua scelta. Buona visione...


giovedì 5 ottobre 2023

Il libro della pioggia, Martino Gozzi.


Il libro della pioggia, Martino Gozzi.

Il mio carissimo Gian Maria Garuti, che fra le sue tante virtù ha quella dell'essere uno scopritore di libri belli, giorni fa mi ha dato da leggere un paio di libri. Non avevo molta voglia di leggere libri che non mi ero procurato da me, ma un pò per rispetto del fiuto letterario di Gian Maria, un pò per curiosità, ho iniziato a leggere questo libro di Gozzi. L'autore , si legge nella quarta di copertina, è oggi direttore della scuola di formazione di scrittori Holden di Torino, e io, prevenuto come sono come lettore e per la mia veneranda età, ho alzato le orecchie come un cane che avesse fiutato il pericolo. Pericolo di autoreferenzialità, pericolo di testo a corredo di una carriera di docenza. Ma ho iniziato a leggerlo. Il mio coinvolgimento è stato lento. Gozzi, originario di Ferrara, narra in questo racconto autobiografico di generazione, l'autore ha superato da poco i quarant'anni, dei suoi trascorsi di traduttore e poi di scrittore non di grande successo, per le poche migliaia di copie vendute dei suoi libri ( ammesso che il successo in letteratura sia dato dal numero delle copie vendute). Sposato con Nina, una figlia, Clementina, l'io narrante autobiografico dell'autore ci trasporta in una storia personale che ha per protagonista assoluta, la morte di un amico, Stefano, un rocker emiliano, che tentava di scalare le vette di un possibile successo in campo musicale e che ad un certo punto della sua giovane esistenza viene colpito dalla leucemia. Mentre Stefano combatte il suo male, Martino (l'autore), va avanti con la sua vita. Cambia città, da Ferrara a Torino, per lavoro e si confronta con problemi di coppia e la gestione di sua figlia. Martino è ossessionato dal controllo, o meglio, dall'avere tutto sotto controllo, dalla necessità assoluta di tenere tutto insieme, sobbarcarsi i problemi di inserimento nel lavoro della sua compagna, la malattia dell'amico e soprattutto dalla necessità esistenziale di stare al mondo per aiutare e proteggere gli altri. Il racconto procede per flash back, con ricordi vividi di ore passate con Stefano a parlare di musica, di concerti storici vissuti insieme, ed altro e conversazioni con la piccola ma curiosissima figlia, Clementina. E mentre Stefano lotta contro la leucemia, Martino riceve una mail da Valeria, sorta di assistente di malati oncologici in un ospedale bolognese, il Malpighi. Gli chiede se sia possibile organizzare dei corsi di scrittura per i degenti del centro di cura. Martino non crede alle coincidenze ( e neanche io). Dopo un'iniziale perplessità, come può la scrittura curare o, addirittura, guarire dalle malattie, si chiede, infine accetta. Ed entra in un mondo di dolore ma anche di ricchezza di rapporti umani, che iniziano a scardinare questo suo celeberrimo controllo delle emozioni, questo pudore nel manifestarle, che gli deriva, tra le altre cose, da un'errata percezione della sua ammirazione per Obama, lo staff del quale aveva inventato il celeberrimo motto "No Drama. Obama" ( si cita nel racconto l'episodio in cui Obama dice ad un uomo della sua diplomazia che si era presentato non sbarbato in una insostenibile conferenza stampa di farsi la barba. Perchè anche nelle difficoltà estreme, bisogna essere professionali). Il libro va avanti per rimandi, con scene a volte commuoventi e toccanti, altre volte lasciando spazio alle idiosincrasie dell'autore, per i supermercati, ad esempio, il banco carni degli stessi in primis...e di altre sue ( e di Stefano) qualità peculiari riguardanti virtù salutiste, del non bere e non fumare, ad esempio. La scrittura è semplice, eppure intensa, genera emozioni e serenità, al tempo stesso, e una sorta di catartica accettazione del fatto che la morte fa parte della vita e che la scrittura, se non ti salva dalla morte, mentre stai morendo, è un appiglio necessario per chi sopravvive. E comunque la scrittura serve a dire quello che non riesci a dire a parole e magari chiude i conti emozionalmente con chi ti sta intorno. Per non lasciare niente in sospeso. Che pure lo stesso resta. Be' devo dire che questo è uno dei più bei libri letti di recente,( ed è un autore italiano, finalmente), leggendo il quale l'autore mi ho percepito , con la sua spietata sincerità verso se stesso e verso gli altri e la sua autenticità narrativa, sfiorata appena dalla fiction letteraria, mi ha fatto capire che la sua passione per la scrittura e la sua ossessione nel voler diventare scrittore merita di essere premiata...se non altro per questo riuscitissimo romanzo. Complimenti Martino Gozzi.