23 luglio, in macchina oltrepassiamo il confine italo-svizzero, da Chiasso e siamo in tre: la crew di sempre, dell'anno scorso, dei trekking d'estate nelle valli lombarde: io , Enrico e Carlo, l'alpinista, la guida, il nipote del partigiano, come lo chiamo io per i mille racconti del nonno antifascista contrabbandiere di talco per necessità lungo il confine svizzero. I doganieri italici neanche ci filano, sbirciano nelle auto con presenze femminili e ci lasciano passare senza degnarci di uno sguardo. Ci inerpichiamo su per una serie di strade che salgono, un dedalo nelle campagne montane e ci infiliamo in un agglomerato di case di montagna e all'improvviso sbuchiamo in una piazzetta con sullo sfondo una chiesa. Siamo a Cabbio, Svizzera Italiana. Mentre scendiamo dall'auto, una panda a metano di Enrico( 8 euro andata e ritorno)notiamo una postina svizzera con un'auto elettrica gialla che ritira dei plichi da una cassettina. Un immagine di tranquillità assoluta, il silenzio nemmeno rotto da un rombo di motore, ora che anche la nostra utilitaria è spenta. Con bacchette e zaini cominciamo a inerpicarci su una salita di asfalto. Su un cancello qualcuno ha dipinto a mano una scritta di vernice verde"basta pisciate di cani", più avanti un signore anziano in bermuda, uno strano capello, barba autroungarica, ci saluta e ci dice, " ma siete vecchi che usate le bacchette?". Ridiamo insieme constatando le abitudini goliardiche degli anziani del luogo che ci tengono ad alimentare l'alone di longevità che si portano dietro gli abitanti della montagna abituati a inerpicarsi sin da bambini sulle palestre naturali che sono i percorsi montani. Poi inizia il percorso vero e proprio su una strada di sassi incastonati alla meglio per dare prensilità agli sterrati. Il percorso, che sarà ad anello, prevede secondo la tabella di marcia di Carlo l'alpinista, due ore e mezza di salita e altrettante di discesa. Ci metteremo di meno, ad una media più o meno di tre minuti al chilometro. Il percorso è in gran parte sotto il fresco degli alberi del bosco e, considerato che veniamo da Milano, dove ci sono circa 35 gradi, proviamo un naturale e istintivo refrigerio. Saliamo a zig zag e parliamo di un sacco di cose , un sacco di storie e di detti e non detti, che durante l'anno non si ha mai il tempo di raccontarsi. Camminare in montagna è anche raccontare e raccontarsi, dai massimi sistemi a questioni più o meno amene. Mentre camminiamo, Carlo, la nostra guida , che fa strada con un navigatore tra i percorsi indicati dai classici cartelli a punta dipinti del biancorosso Lanerossi Vicenza, tipico dei percorsi di montagna, come mi viene da definire questo bicolore denunciando la mia natura di boomer, ci rende edotti su un mucchio di questioni di carattere ambientale. I letti di torrenti e ruscelli sono asciutti, così da anni, ormai, vista la scarsità di neve in cima, con buona pace dei negazionisti del riscaldamento climatico come Rubbia, che decidiamo all'unanimità e con non poco godimento goliardico di condannare a percorrere questi letti di rocce aguzze a piedi scalzi fino a valle, come penitenza per le sciocchezze che va cianciando. Enrico approva sogghignando alla grande sotto i suoi occhiali da vista gramsciani e l'espressione ironica tipica di noi del sud mediterraneo. Che è poi la stessa di Carlo, nonostante il suo essere del tutto alpino. Più alpino delle alpi, se si può dire. Man mano che saliamo cominciamo a sudare e le bacchette danno non poco conforto alle nostre schiene impiegatizie, accompagnando gli sforzi della muscolatura delle gambe di appena abituali camminatori di pianura. Ma in montagna è un'altra cosa. Devi scegliere le parole da dire e dirle al momento giusto, infilandole fra uno sforzo respiratorio e l'altro e in mezzo ai rivoli di sudore che cadono copiosi, nonostante la temperatura accettabile, rispetto a quella di provenienza. Lungo il percorso notiamo molti alberi secchi, segno che la siccità sta colpendo persino la montagna, che non ne ha mai sofferto. I loro tronchi sparsi su terreno sono lasciati disordinati, segno d'abbandono di questi sentieri escursionistici, in luogo delle gite in auto il più vicino possibile ai rifugi alpini, ridotti sempre più a mangiatoie per turisti e sempre meno a premi di conforto al termine di uno sforzo che dona salute e tempra lo spirito. Ad un certo punto varchiamo il confine fra italia e Svizzera e qui, spiace dirlo, si nota subito la differenza: percorsi puliti, legna di alberi secchi tagliata e raccolta ordinatamente e case cantoniere attive, a differenza dei vecchi ruderi diruti di quelli che una volta dovevano essere i posti di frontiera italiani, incontrati poco prima, lasciati incustoditi e in stato di degrado modello Beirut anni '80. Sembravano letteralmente bombardati! Enrico dice, eccerto, qui da noi bisogna prima fare le gare d'appalto , che poi vincono quelli che pagano i dipendenti due dita negli occhi. Subito dopo incontriamo delle mucche al pascolo, bianche pezzate d'arancione, che ci guardano con una certa sorpresa ma senza scomporsi più di tanto. Commentiamo che il loro latte deve essere buonissimo, se si nutrono di erba di montagna , certo in contrasto, con le mucche da me viste in un allevamento lombardo, rinchiuse in due metri di box metallico, con la mangiatoia legata alla bocca , sicuramente ripiene di antibiotici...e lo sanno tutti, tanto che una volta per scherzo la mia dottoressa, per un'influenza, mi disse, si faccia una bistecca, è la stessa cosa che prendere gli antibiotici ed è più gradevole."Dopo due ore e mezza giungiamo in prossimità del rifugio, scorgiamo la bianca sagoma del Rifugio Prabello, sullo sfondo di una valle in mezzo alla quale si scorge il lago di Como. Ci fermiamo nel recinto, davanti a delle panche di legno e ci cambiamo, gettando un occhio ai tavolacci all'aperto, dove , sono le 11,40 circa, partiti alle 9,30, circa, c'è già seduto qualche avventore. Mentre ci cambiamo e asciughiamo, ammiriamo lo splendido paesaggio di case dai tetti rossi di Como e dintorni e in mezzo a due cime, lo specchio appannato di foschia, ma non per questo meno affascinante, del Lago di Como. Ci avviciniamo ai tavoli di questo rifugio che si presenta come un parallelepipedo con un grande tetto a spiovente, di certo essenziale, ma con un'insospettabile capacità di 25 posti letto, respirando a pieni polmoni l'aria salubre dei 1200 metri. Mentre ci sediamo, Carlo, immancabilmente aveva prenotato il giorno prima, ci accoglie un camminatore di montagna piuttosto agè, un perfetto sosia di Giuseppe Garibaldi e infatti, familiarizzando con noi, così ci dice che possiamo chiamarlo. Ci racconta che viene da un paesino lì nei pressi e che una volta, prima dei bombardamenti alleati, aveva un'azienda tutta sua a Milano. Mentre ci sediamo lo ascoltiamo raccontare...i vecchi hanno da raccontare e , posso di certo dirlo, i vecchi, nell'epoca dei social ridotti a mitraglia-insulti, lo sanno fare meglio di chiunque. E ora mangiamo, il meritato premio. Cinzia, la moglie del cuoco, una bella e sorridente ragazza incredibilmente affabile, tanto che accetterà alla fine che paghi con bonifico, non avendo con me contanti ne' linea telefonica, senza nemmeno chiedermi le generalità ( è proprio gente genuina di montagna, ma dove li trovi più?), ci snocciola il menu ( rimando i più curiosi a visitare il sito internet) e ciascuno di noi sceglie quello che ritiene più opportuno: io ed Enrico scegliamo la polenta uncia (non si può andare in montagna senza consumare la polenta persino d'estate), per i profani, polenta con formaggio fuso. Carlo invece, precisando che è vegetariano ( per lui gli animali hanno un'anima- e sono d'accordo)prende i tagliolini al pesto. Cinzia apprendendo che è vegetariano gli fa una battuta sull'uovo dei tagliolini. L'importante è che non ci sia carne, io sono un vegetariano animalista, il salutista è una conseguenza. Tutto detto da entrambi senza spirito di polemica, ma per puro sfottò reciproco. Innaffiamo il tutto con barbera su consiglio di Garibaldi. Restiamo ad ammirare il paesaggio, mentre mangiamo su un tavolaccio tipico, all'aperto constatando che il tempo atmosferico ha retto stupendamente, regalandoci un' ennesima indimenticabile splendida giornata di pieno contatto con la natura. E ce lo prendiamo come regalo divino, in attesa che l'uomo distrugga tutto, persino i moscerini, diminuiti negli ultimi anni a morire sui deflettori della automobili, ennesimo segnale della morte lenta e permanente del nostro bel pianeta che i signori delle multinazionali non hanno intenzione di consegnare intatto a figli e nipoti. Forse, visto che ora c'è l'intelligenza artificiale, queste menti da australopitechi moderni, pensano che giocoforza anche il pianeta è destinato a diventarlo! Torniamo in discesa e completiamo il nostro percorso circolare, usando i muscoli in frenata ( chi ha detto che in discesa si soffre meno?)continuando a parlare di un mucchio di cose interessanti, di betulle che crescono in montagna perchè hanno acque e terreno fertile, del fatto che intorno a loro crescano dei funghi allucinogeni ( questa la sapevo io) e di quanto era buoni il pane e i dolci fatti da Carlo, con delle particolari miscele di legumi e spezie. Al ritorno passiamo da un supermarket in Svizzera per acquistare prodotti biologici che in Italia, udite udite e ...ma va? costano il triplo. Prendendo un'ascensore incontriamo una famiglia svizzera. I due figli piccoli ci dicono buongiorno. Ci guardiamo in faccia. Be', meno male, non tutti gli esseri umani sono discendenti di popoli alieni che sono stati lasciati sulla terra da astronavi extraterrestri con il compito di distruggere il pianeta...
Foto di Enrico.






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