L'ultimo vagabondo americano, di Jack Kerouac.
E' un libro di racconti del grande scrittore americano di famiglia francocanadese. Un Kerouac, in questo libro, ai massimi livelli, narra le vicende di un'epoca, a cavallo fra gli anni '50 e '60, in cui, uno scrittore doveva raccogliere materiale narrativo. E il modo migliore per farlo era fare esperienza, immergersi nel gorgo della vita, vivere lavori semplici, manuali, considerati di bassa forza, che fornissero quel milieu dostoevskijano foriero di un Pantheon di personaggi che rappresentassero la cifra antropologica di un'epoca che ha avuto uno spirito libertario e anarchico senza eguali. Kerouac racconta le sue esperienze come mozzo di bordo, come frenatore in ferrovia, alternandole ai racconti di viaggi, che svolge alternandoli ai lavori e con quel poco che guadagna , investendo nella mobilità esplorativa di paesaggi naturalistici e umani esistenziali: in Messico e Marocco ( ospite di William Bourroughs a Tangeri), dove conia il termine Fellaheen, normalmente agricoltore arabo, ridandogli un nuovo significato, nel senso di "semplice della terra", sì, i Fellaheen sono i semplici della terra ed erediteranno il mondo ( concetto molto cristiano, e Kerouac, seppur forsennato studioso di buddhismo non abbandonò mai il cattolicesimo, e anzi usò il buddhismo per cercare analogie spirituali fra le due dottrine) e sperimenta droghe, mescalina, oppio, marijuana. Gustosa le descrizione della scena newyorkese dell'epoca, con riferimenti a Thelonious Monk e John Coltrane ed al famigerato Village ( prese a prestito dal jazz la prosodia musicale spontaneista e priva di correzioni che s'era inventato e con esiti espressivi notevoli). Parla di un'eperienza solitaria al confine con il Canada, lavorando come avvistatore di incendi, per 63 giorni, autoimpostasi per depurarsi dalle droghe, dal sesso e da bagordi vari. In seguito viaggia in Europa: Parigi e Londra, in particolare, -viene fermato in Inghilterra e vogliono rimandarlo indietro perchè ha in tasca 15 centesimi di dollaro, ma si salva mostrando un giornale che parla di lui come scrittore in un articolo sul grande Henry Miller, adorato in Francia-, chiudendo questa carrellata di racconti, infine, con un piccolo capolavoro: breve saggio sulla scomparsa dell'Hobo americano, del vagabondo sotto le stelle che viaggia gratis sui treni merci notturni, dorme in sacchi a pelo, insegna ai bambini esperienze di vita, va in autostop, inghiottito ormai nel buco nero di un consumismo esasperato che sta inghiottendo l'America in una spirale di terrore per ogni forma anarchica di libertà rinchiudendola negli scantinati di una morale bigotta soggetta solo al mercato...Kerouac in questo libro ci insegna che il vero scrittore, il vero narratore, non esce da alcuna Università, da alcun circolo letterario, studia leggendo i grandi scrittori cui hanno dato successo i lettori ( era un epoca in cui il marketing lo stabilivano ancora più i lettori che le macchine propagandistiche) e si sporca le mani con la vita vera, con l'aspetto del sopravvivere, portandosi in giro la sua valigia di libri da leggere e taccuini da riempire. Consigliatissimo.

