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giovedì 19 dicembre 2024

Cristo di è fermato ad Eboli

 Cristo si è fermato ad Eboli, di Carlo Levi.

Ci troviamo qui di fronte ad un testo decisivo per chi voglia comprendere la storia del nostro paese. Carlo Levi, siamo negli anni '30, è un pittore ed un intellettuale torinese, che, come si evince dal cognome è di origine ebraica. Mussolini lo invia al confino, prima a Grassano e poi ad Aliano, in Lucania. In questo bellissimo testo, egli ci racconta le sue vicende di confinato in quelle terre lontane dai luoghi natii: è un medico che però non ha mai esercitato, perchè la sua vocazione è d'artista: è infatti un pittore eccellente. A metà strada tra racconto autobiografico e saggio antropologico, questo testo esplora in maniera analitica e drammatica, senza mancare della giocosità e dell'ironia che tutte le vicende tragicomiche inevitabilmente suscitano, i disastri compiuti dal Fascismo in queste lande abbandonate dagli uomini e da Dio e un universo contadino non privo del suo credo di superstizioni e rassegnazione, continuamente vessato da una borghesia latifondista , ma , soprattutto da una piccola borghesia feudale rozza, ignorante e profittatrice, che cavalca il regime a spese di questo mondo di stenti che ha come brodo di coltura la perenne diffidenza nei confronti dello stato, qualsiasi stato, Fascista ma anche quello antecedentemente liberale ( e infatti simpatizzano per il Brigantaggio, non per i borboni ma per Robinhoodismo), privo di qualsiasi volontà di risolvere i problemi di questa povera gente, persino la piaga endemica della malaria, che Levi si trova a fronteggiare per empatia, recuperando il suo sapere medico-scientifico, quasi costretto dalla misericordia che egli prova per questi derelitti considerati "niente", subumani, esseri inferiori. Attraverso la descrizione dei vari personaggi del paese, dal ridicolo podestà, Don Luigino, arrogante e "fracchiesco", al prete Don Trajella, avversato da tutti per certe sue condotte pedofile di cui era accusato ingiustamente, al fine di screditarlo in quanto uomo di cultura non proprio allineato con il regime ( si capisce il clima), ai medici condotti incompetenti e grassatori, ai farmacisti gabellatori, sino alle intriganti figure di factotum barbieri guaritori, via via descrivendo  il misterioso universo delle donne, potenti padrone del mondo magico e stregonesco, cui attingono a piene mani per resistere all'altra drammatica piaga di questo posto: l'emigrazione dei propri mariti verso l'America senza più ritorno-colpisce la descrizione della presenza nelle misere casupole contadine unicamente di due immagini: la madonna di Viggiano e Roosvelt e mai nessuna immagine del Duce-, il nostro medico pittore che si accompagna al suo fedele compagno di confino, un cane di nome Barone, anch'esso creatura magica, sotto certi versi, si lascia spesso andare a delle lucide analisi politiche, filosofiche, sempre ancorate alla narrazione della storia e mai stucchevoli, che colpiscono per originalità di contenuti e collocano l'autore nel filone antifascista non marxista, dato che il suo punto di vista riguardo ad una possibile soluzione della questione meridionale non passerebbe nè attraverso l'instaurazione di una democrazia liberale, nè tantomeno per mezzo di vagheggiate rivoluzioni socialiste, quanto invece , qui sta la sua originalità, nell'instaurazione di ampie autonomie territoriali, che passerebbero attraverso la fondazione di vere e proprie comuni rurali, comunicanti con altri organismi, autonomi anch'essi. Perchè solo così i sui amati silenziosi, torvi, stentati, saggi, indomiti, rassegnati contadini, potrebbero acquisire istituzioni in grado di soddisfare i loro interessi. Il male del paese, per Levi, non è nemmeno il latifondo, in un certo senso, ma la protervia della piccola borghesia, non a caso spina dorsale del regime. Un regime che non esita a mandare aerei che lanciano bombe ai gas venefici, in Abissinia, per conquistare nuove terre, invece di riparare ponti, aggiustare argini, rimboschire, insistendo ciecamente sullo sviluppo della coltivazione del grano, anzichè degli ulivi e sullo sviluppo della pastorizia, un grano che nasce sempre più in quantità ridotta e non certo per farsi beffe della propaganda di regime infarcita di immagini del Duce che ne falcia qualche stelo. Un grano che non c'è più o è così ridotto da ridurre i contadini in miseria, vessati da gabelle dello stato fascista e persino della Chiesa, che ha perso ogni pietà e ostenta nella persona del prete che sostituirà Don Trajella, decine di salumi e formaggi appesi ai soffitti in un paese che non ha più nemmeno farina con acqua. Il libro, vera pietra miliare della letteratura italiana, miniera di sapienza ricostruttiva di un periodo storico e soprattutto di luoghi, le cui descrizioni crude colpiscono ancora oggi: quanta miseria mentre il regime prometteva terre rubate agli abissini a contadini che non le avrebbero volute, perchè non si fa, non si ruba la terra ad altri contadini e pastori, non è una cosa buona, come suggeriva l'istinto etico di questi uomini ultimi cui Carlo Levi manifesta le proprie simpatie ed il proprio affetto, si conclude nel mentre, ricevuto un telegramma, il medico torinese viene amnistiato a causa della conquista di Addis Abeba. Dice Carlo Levi alla fine, che partendo in cuor suo, sapeva che non avrebbe mai più visto quelle persone del mondo contadino lucano che gli avevano voluto bene e che, in molti casi, aveva guarito. E invece vi tornò, per suo espresso volere, per far seppellire, proprio lì, nel cimitero di Aliano, le sue spoglie mortali. Anni fa visitai la sua tomba, in quel comune sperduto della Lucania o Basilicata, come viene chiamata in epoca contemporanea, e vi rimasi a lungo meditando. Avevo appena letto il suo libro e me lo aveva fatto amare. Pochi giorni fa, a distanza di anni, ho riletto il suo racconto. Ed è stato per me un'ennesima rivelazione. E' uno dei testi decisivi se si vuol capire cosa siamo stati e cosa stiamo diventando. Buona lettura.



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