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sabato 3 maggio 2025

May Day

 Dunque, sono stato al May Day a Milano. E' il primo maggio alternativo alla classica manifestazione sindacale mainstream che si svolge tutti gli anni e che termina in piazza Duomo con il solito stucchevole comizio del sindacalista di turno che si è oramai dimenticato di cosa significhi lavorare. Il May Day è una manifestazione dei Cobas, del sindacalismo di base che sta prendendo forza da una trimurti sindacale sostanzialmente prona alle esigenze del nuovo padronato multinazionale, un sindacalismo mainstream che ha in questi anni assecondato rapporti di lavoro di tipo feudale, ma anche dei circoli anarchici e libertari, un mondo che si presenta con un look fuori da ogni schema, e nella giornata calda ne abbiamo visti di personaggi folkloristici, di giovani geizi discinti, di ragazzi e ragazze birrainmano, che fumavano canne (a me scandalizza più il deputato in giacca e cravatta che tira di cocaina),  animalisti, ambientalisti, antiproibizionisti, io diverso da loro, ma in mezzo a loro, con lo stesso abito spirituale ma anche no (capito cos'è la libertà?) , una galassia libertaria che si oppone al disegno teocratico di questo governo che ostenta come una grande vittoria l'aver lasciato per strada trentamila lavoratori del settore cannabis light equiparando, non si sa bene su che basi scientifiche, la cannabis light, quella senza la sostanza definita dopante, il Thc, alla marijuana con il Thc, una roba come paragonare la birra al whiskey, i nostri scienziati. Una pura crociata ideologica priva ormai di basi scientifiche circa la pericolosità della cannabis light e intrisa del classico pregiudizio da casalinga di Voghera "fatta", lei si,  di "ok il prezzo è giusto", che non vede l'ora di scaricare le sue frustrazioni applaudendo possibili patiboli con i fila legioni di "drogati" che circolano a torso nudo per le strade di Milano inorridendo i turisti ben vestiti e ben paganti e benpensanti. Un governo che vuol mettere la museruola e i ceppi alle caviglie di possibili movimenti di protesta contro grandi e dispendiose opere ciclopiche che hanno solo il vantaggio di arricchire le imprese quando c'è un'intera rete idrica e dei trasporti pubblici da risanare. Una decina circa di tir con dentro enormi sound system , da Piazzale Loreto hanno sfilato sulla circonvallazione, passando da viale Abruzzi e proseguendo per viale Gran Sasso...già, quel piazzale Loreto che di Milano e dell'antifascismo ne era stato il simbolo e che ora da tanto troppo tempo si vuol far cadere nel dimenticatoio, quasi i fascisti non esistano più , risorgenti invece con l'alibi del bravo ragazzo Ramelli massacrato a chiavi inglesi in un clima creato da chi non ha mai voluto ammettere la sconfitta della storia e delle idee, oserei dire, dello spirito, mantenendo alta la tensione e continuando , fuori e dentro lo stato, una silenziosa guerra civile che li ha portati a risorgere sotto le bandiere della tanto odiata Democrazia dietro cui oggi si nascondono, approfittando della droga dell'iperconsumismo, questa si autentica sostanza dopante, che ottenebra i cervelli dei più giovani e vulnerabili...ma anche i padri non scherzano, sono fuori casa seduti sui navigli per lo spritz serale a guardare le minorenni...E infatti non c'è da meravigliarsi, se fra le migliaia e migliaia di giovani ragazzi e ragazze, che hanno sfilato per il May Day, vestiti in modo originale, bizzarro, figli del popolo, della classe media, senza neanche tante idee per la testa, ma spinti da un generale disagio, esistenziale: diversi a scuola per non leggere i libri che leggono tutti, per non ascoltare la musica che ascoltano tutti, per non fare i fichi in palestra , per non praticare arti marziali ed esercitarle per strada contro gli extracomunitari, diversi per non avere corpi alla moda, gusti sessuali alla moda, ci sia  qualcuna delle figlie di quegli uomini che si sono arresi allo spritz sui navigli per consunzione dell'idea che si possa cambiare qualcosa. Ad un certo punto del corteo un giovane mascherato mi si rivolge dicendomi:" almeno voi nel '68 ci avete provato, a cambiare le cose". Io lo guardo è gli dico:" così vecchio mi fai?", sorridendo. Lui si accorge della gaffe e dandomi del lei si scusa:" non volevo darle del vecchio, volevo dire che lei sembra uno che ha lottato e che ci ha provato, le vostre generazioni, voglio dire...ma soprattutto volevo dire che questi ragazzi non hanno assolutamente niente in testa, sono venuti qui per bere e fare casino", "beh," dico io," e ti sembra non avere niente in testa uscire di casa per bere e fare casino? Non è questa la manifestazione di un disagio di una generazione che soffre di bullismo sociale, a cui noi abbiamo scippato il futuro? E logico che non vedono la fine del tunnel, così lo arredano, si sdraiano davanti a uno stereo con una birra e se la spassano, perchè il tunnel potrebbe non avere un'uscita". "Ma lei chi è?", mi chiede questo ragazzo alto quanto me, ma magro, volto mascherato, maglietta nera del Fronte Animalista, polsiera con i colori della Palestina. "Sono solo uno che vuol vedere le cose così come sono, voglio stare in mezzo, uno che non vuol sentire dai telegiornali che migliaia di giovani drogati sono scesi per le strade di Milano per fare casino, quando si vede bene che questi ragazzi non farebbero male ad una mosca, sono solo spaventati dal futuro. E guardano a quella che una volta era la sinistra con sospetto. Piuttosto tu, perchè sei qui? " "Perchè bisogna esserci, continuare a lottare, io ho viaggiato e ho studiato per conto mio e ho capito molte cose, una delle cose che ho capito è che non dobbiamo permettere al mondo di farci diventare come vogliono che diventiamo". "Bene , ", dico,"il tuo compito è dirlo a loro, a questi ragazzi. Hanno bisogno di qualche dritta, di qualche guida...e io sono troppo vecchio per queste cose...Non mi fate scendere in piazza di nuovo, a sessant'anni...anche se per manifestare dissenso in pensione non si va mai".



 

giovedì 24 aprile 2025

LA MIA LIBERAZIONE

 LA MIA LIBERAZIONE

Anche quest'anno ci sarà la ricorrenza del 25 aprile, l'anniversario della liberazione. Il governo invita alla sobrietà, come se volesse  proibire agli italiani di gridare che quel fatidico 25 aprile del 1943 ci siamo liberati dal Nazifascismo, o meglio di un regime che dichiarandosi nazionalista non ha esitato a vendere i propri patrioti ai nazisti tedeschi, non ha esitato a combattere gli insorti partigiani nascondendosi dietro le camicie grigie delle SS, non lesinando, oltretutto, di denunciarli allo straniero, facendoli fucilare, torturare, massacrare, italiani come loro. Traditori, dicevano, ma non c'è peggior traditore di chi vende il proprio paese allo straniero! Una liberazione avvenuta con il contributo decisivo degli angloamericani, decisivo e interessato, visto quanto l'abbiamo pagato in termini di sovranità nazionale. Tutti i politici italiani che hanno toccato gli interessi economici,e militari, degli americani, a prescindere dalla loro collocazione politica, sono stati uccisi, politicamente, umanamente, infine, in alcuni casi, fisicamente, come nella peggiore tradizione dell' Unione Sovietica riguardo ai propri dissidenti: Craxi, per Sigonella, Andreotti, per la sua filopalestinesità, persino Berlusconi, per l'amicizia con Putin, per non parlare di Conte, che voleva aprire alle economie russa e cinese, se potevano fornire al nostro paese materie prime a prezzi bassi e non a prezzi capestro angloamericani, sono stati fatti fuori, a vario titolo. Di recente ho riletto due libri sulla Resistenza,"Il Partigiano Johnny", di Beppe Fenoglio e "I piccoli maestri", di Luigi Meneghello. Questi due romanzi sono definiti, in letteratura ma anche e soprattutto politicamente, appartenenti al filone antiretorico delle Resistenza. Che cosa si intende con ciò? Lo si capisce leggendoli: essi narrano e raccontano , nel territorio Cuneese, Fenoglio e nel vicentino, Meneghello, senza nessuno sconto al realismo più realista, una rivolta partigiana da barzelletta, pur nella sua drammaticità, riguardo all'efficienza bellica delle brigate partigiane. Senza sconti narrano delle sconfitte e delle fughe, laddove invece una retorica legata al Partito Comunista del primo dopoguerra, ci ha raccontato una Resistenza, eroica, spregiudicata, esperta nella guerriglia, guevariana prima del tempo. E quindi la Einaudi ha voluto compiere un'operazione di trasparenza storica, a suo dire, con la pubblicazione di questi libri in cui la resistenza viene descritta con tinte tragicomiche. Io non sono assolutamente d'accordo con questa cosiddetta operazione di trasparenza storica, per due ordini di motivi: il primo è che , pur nell'improvvisazione più ingenua e puerile, il fatto che migliaia di italiani, abbiano avuto il coraggio di andarsene in montagna, a prescindere dall'efficacia militare delle loro azioni, in quel momento storico difficilissimo, in cui nel fare quelle scelte si rischiava la vita, ha rappresentato, sul piano storico e antropologico-ricordo che sui suoi diari Ciano scriveva che Mussolini diceva di odiare gli italiani ritenendoli pavidi e imbelli-un momento di coraggio civile altissimo. Se si vuole essere trasparenti sul piano storico, deve emergere questo aspetto, che invece nei due autori, decisamente avversi ai comunisti, non, è il caso di dire, traspare. In secondo luogo, nei libri citati, sia pure a denti stretti e in modo velato, i due ammettevano che di tutte le brigate partigiane, le più coraggiose e intrepide, le più motivate e organizzate, erano le brigate dei partigiani comunisti e che essi pagarono più di tutti il fio del proprio ardimento, in termini di vite umane. E la retorica è l'unico mezzo, arma spuntata o meno, per restituire ad essi la dignità storica e politica che meritano. Per cui all'invito di questo governo pusillanime, servo e genuflesso al riccone americano di turno, di osservare sobrietà per questo 25 aprile del 2025, per questa festa della liberazione, non ho altro da rispondere se non che "Bella Ciao" ce l'ho sempre avuta allo stesso ritmo dei battiti del mio cuore, perchè antifascisti si nasce e si muore e in mezzo si sarà fatto sempre un mucchio di casino. Ed è stato sempre così, tutte le volte il mio cuore Bella Ciao, batte in silenzio e mi ricorda che la mia liberazione NON E'  la  liberazione di:  Giorgio Napolitano, Massimo D'Alema, Paolo Mieli, Corrado Augias, Fabio Fazio, Michele Serra. La mia liberazione è quella di LIDIA MENAPACE, partigiana e pacifista e quella di tutti i partigiani morti per la libertà e perchè non ci dovessero essere più guerre. Viva il 25 aprile e viva l'Italia  Antifascista!



sabato 19 aprile 2025

L'assalto di squadra

 L'assalto di squadra

L'assalto di squadra era uno dei picchi addestrativi della scuola AUC. Ora, non ricordo esattamente di quanti componenti fosse composta la squadra, forse 5 o sei. Ricordo che si doveva avanzare su una porzione di territorio a sbalzi. Ad ogni sbalzo che consisteva nel sollevarsi da stesi a terra e avanzare per alcuni metri , all'estrema destra, c'era un compagno, che doveva essere molto robusto per trasportare un grosso tipo di mitragliatrice, detta Mg, con un accompagnatore, detto servente, che aveva il compito di reggere il nastro dei proiettili, sulla sinistra avanzavano i fucilieri più dotati nel tiro. L'assalto era preceduto dal lancio della Vipera Bofors, sostanzialmente un sistema di lancio di un piccolo missile, che cadendo sul terreno davanti alla squadra faceva esplodere tutte le possibili mine presenti. In definitiva noi avevamo un oggetto che lo simulava, perchè con tutti i rischi che si correvano lanciando bombe a mano o sulle linee per esercitazioni ai tiri, con tutti i vari Allievi Ufficiali entrati nella Scuola a calci in culo e caciotte a Marescialli e Colonnelli che si giravano verso gli istruttori col fucile carico in possesso dell'attitudine militare di un canguro di corsa su un cavo fra due grattacieli, anche no, la Vipera Bofors vera...Io avevo il compito di sparare su una sagoma dopo che uno dei compagni della mia squadra fosse passato tagliando la linea di tiro, per posizionarsi sulla mia sinistra, ma più avanti. Avevamo fatto parecchie esercitazioni con pallottole KB, sostanzialmente plastiche, ma poi abbiamo fatto l'esercitazione finale con pallottole vere, capite bene la responsabilità nello sparare su una sagoma poco dopo il taglio del collega, nel mio caso il Tenente Heinz, com'era soprannominato. Ricordo che prima dell'assalto mi disse:” Vecchiu (che era il mio soprannome), spara dopo ca su passatu”. Io sparai mentre passava e centrai la sagoma in testa, Heinz mi bestemmio i morti, il capitano Corallo e il Tenente Diggi mi osservarono con un misto di orgoglio e preoccupazione. Ci avevano visto lungo, sparavo bene. Ero un anarchico pacifista e sparavo meglio di gente che si credeva nata guerrigliera. Io sapevo il rischio che correvo, ma lo avevo, in qualche modo, calcolato. Il Capitano Corallo, che mi aveva in uggia perchè sapeva che lo imitavo e lo prendevo in giro, credo che provò una certa ammirazione, per me, in quel momento. Si dette un cenno d'intesa con il Tenente Diggi ,massiccio Coppola, diceva quello sguardo...In queste cose non c'entra l'ego, c'entra la responsabilità nel salvaguardare l'incolumità di un compagno, di un amico...E' una delle poche cose che ti insegna il servizio militare...Questo in un'esercitazione. In una situazione reale, credo che avrei potuto centrargli il culo, ad Heinz...Ma spero che non succederà mai...
Da "C'era una volta il servizio militare", testo non ancora pubblicato.


lunedì 14 aprile 2025

Henry Miller

Henry Miller è stato per me uno dei più grandi scrittori del '900. Ormai è un classico, se definiamo classici tutti quegli scrittori i cui libri hanno retto alla prova del tempo. Si tratta di uno scrittore anomalo, lui stesso diceva di sé che era costituzionalmente incapace di scrivere un best seller, ma che la scrittura poteva implicare lo scrivere una lettera ad una persona sola, e che la passione che avesse sorretto quello scritto doveva essere in grado di ripagare completamente l'autore dello scritto, senza un riscontro di pubblico buono solo a solleticare il proprio ego. E lo si capisce , Miller, in questo viaggio fantastico attraverso la sua scrittura, dalle prove iniziali, "Il tropico del cancro", scritto a Parigi, narrazione autobiografica delle sue esperienze di esule americano in terra francese, squattrinato, scandaloso, per l'epoca, parliamo degli anni 30, censurato come opera pornografica in Francia e ripubblicato e ricensurato 30 anni dopo negli Stati Uniti, scandaloso per la descrizione di scene di sesso esplicito, scandaloso per l'ideale di vita libertino, scandaloso per l'uso colto e raffinato delle parole associato, chissà perchè, al ragionamento in base al quale il sesso deve essere associato ai ranghi linguistici più bassi delle società umane-quando le culture da cui veniamo avevano creato Dei che avrebbero fatto arrossire Jean Genet-, via andando con, "Il tropico del capricorno", compendio delle esperienze americane, tornando indietro a prima della sua esperienza francese, in un paese, come gli Stati Uniti, che non gli piace, perchè non ha cultura e non è in grado di trasmettere nient'altro che" il Vangelo del  lavoro", che per Miller , anarchico, colto, artista puro, non è altro se non "la dottrina dell'inerzia", inerzia mentale, culturale, spirituale, la morte degli individui ridotti a meccanica di braccia e gambe ai fini produttivi. Poi vennero , "Sexus","Plexus", "Nexus", trilogia della Crocifissione Rosa, circa tremila pagine autobiografiche che mettono in scena il rapporto fra il grande scrittore americano, di origine ebraica, e per questo meno sospetto riguardo alla denigrazione della propria cultura di provenienza, figlio di un sarto di lusso Newyorkese, con sua moglie June, una bellissima donna di origine austriaca che sognava di fare l'attrice ma finì per fare l'entraineuse, mantenendo il marito, allorchè si era accorta che la sua scrittura lo avrebbe reso celebre. E con lui anch'essa. C'è tanto sesso in quelle pagine, anche sesso fedifrago, ma anche tanto amore, per la letteratura, per l'arte, per l'uso disinvolto dello strip-tease psicologico della galleria dei suoi personaggi, ben più pornografico della descrizione pur cruda delle scene di sesso, ne denudava l'anima, ai suoi personaggi,Miller,  come Dostoevskij, ma in modo più moderno, parlando per esempio delle tendenze bisessuali della moglie come di una normale opzione presente in molti esseri umani, "senza omofobia restando macho alfa", aspetto questo suo estremamente affascinante, di chi ha assimilato la cultura come portato di più culture e non ne resta schiacciato ma arricchito. Ad ogni modo June Miller , sua moglie, contribuisce alla sua ascesa come artista, garantendogli una relativa sicurezza economica, in attesa di diventare un vero artista...anche se Miller già sapeva di esserlo. Un artista vero lo sa se lo è, al di là di ogni goffa autocelebrazione, se è una persona seria che sa ridere di sé e degli altri. Nel 1939 Miller viaggia in Grecia e ci resta un anno intero, con la scusa che va a trovare Gerald Durrell, poeta inglese. Ne uscirà fuori , "Il Colosso di Marussi, "che prede il titolo da  George Katsinbalis, splendida figura fisicamente taurina di poeta greco (presentatogli da Durrell) che lo affascina con le sue opere ma soprattutto con i suoi racconti di vita. La Grecia lo conquista, gli ispira fra le pagine più belle che abbia scritto. I Greci sono poveri ma sono felici, tranne alcuni che soffrono dell'abbaglio consumistico nei confronti degli americani, sanno riconoscere il genio, hanno capito che il genio non sta nella celebrità e nel denaro, ma nell'intelligenza e nella sicurezza del sé, nell'assoluta inequivocabile consapevolezza dell'avere un valore artistico a prescindere da un riconoscimento commerciale. Le sue pagine descrittive dei vari luoghi, delle varie città greche, sottolineano la luce che è sempre presente, laddove lui proviene dal buio francese e dalla tetraggine americana- i francesi gli piacciono ma non si concedono, gli inglesi hanno sempre una scopa nel culo, gli americani li detesta, i greci li ama, perchè pur nella stupidità ignorante di alcuni di loro conquistati alla tenzone bellica mondiale che sta per scoppiare, sono assolvibili in quanto privi degli strumenti di difesa critica che il continente europeo o gli americani hanno. Un capolavoro, in cui non sono presenti scene di sesso, se non con altri, non con l'autore, come protagonisti, lui cinepresa di parole che accarezza mirabilmente le immagini che gli passano davanti, dando il meglio di sé, sul piano della narrazione. Sempre intervallata da riflessioni sull'idiozia del genere umano che, capitalista, comunista, islamista, non sa far altro che trascorrere la propria esistenza combattendo, muovendo guerre a vicenda. "Abbiamo visto due guerre mondiali e ne vedremo una terza e una quarta e forse più. Non ci sarà una speranza di pace finché il vecchio ordine non andrà in pezzi. Il mondo deve ridiventare piccolo com'era l'antico mondo greco, tanto piccolo da includere tutti. Solo quando sarà incluso fino all'ultimissimo uomo, ci sarà una vera società umana", scrive un Miller vaticinante. Importante per la vita e la carriera di Henry Miller, fu la sua relazione con l'intellettuale francese Anais Nin, immortalata in un libro di lettere, "Storia di una passione". Anche Anais Nin ha velleità artistiche e al contrario di Miller, ma con intenti simili, da francese, per alcuni periodi, vive negli Stati Uniti, in attesa di sfondare come scrittrice. Io ho letto i sui diari, in cui parla anche di Miller e posso affermare che sono dei capolavori: pensate, una scrittrice scrive dei diari in cui racconta la propria vita e gli sforzi fatti per affermarsi come artista ed essenzialmente vivere economicamente della propria produzione artistica e diventa il capolavoro della sua vita. Anche lei pensa che Henry Miller sia un genio; forse l'unico che non lo pensa è lui, distaccatosi, con il tempo, la scrittura e l'esperienza, dall'ego dell'artista e arresosi all'evidenza pura dell'arte per se stessa. "Il tempo degli assassini", "Riflessioni sulla morte di Mishima", "Il giudizio del cuore", sono lavori di critica letteraria ma scritti da scrittore, non da critico letterario, e perciò più interessanti, in cui , un Miller maturo letterariamente e più sicuro della sua vasta enciclopedica cultura, lascia che la sua penna pennelli squarci illuminanti di esistenze spesso ignote, pur parlando di altri autori, pittori, artisti." Incubo ad aria condizionata," invece è un altro capolavoro scritto da Miller di ritorno dall'esperienza francese, in patria, che poi patria non poteva avere, come tutte le persone colte che sono esuli culturali. In questo testo mette in scena il miller-pensiero anticonsumistico: Miller non ha una macchina (non gli interessavano-io penso che si nasca così, nemmeno a me hanno mai interessato e quelli a cui interessano di solito sono stupidi), va in bicicletta o a piedi, per scelta culturale, oltre che per perenne squattrinamento ( il genio resta genio anche quando non si sa vendere-anche se Hemingway diceva il contrario e si vede la differenza di scrittura, piatta e insulsa e monotona, quella di Hemingway, "genio" mainstream), odia il traffico e l'inquinamento che in quegli anni vengono invece percepiti quasi come diamanti di sviluppo e gioielli di progresso, percependone, come tutti i poeti veggenti, le potenzialità malefiche, ama la cultura che la maggior parte della gente identifica con i giornali, che invece Miller intuisce essere solo un portato propagandistico al servizio del mercato dei loro editori, osserva schiere di disoccupati in fila davanti ai cantieri di lavoro e capisce che l'America è brava soltanto a vendere il proprio sogno. Ne "I libri della mia vita", libro introvabile, ormai (io però ce l'ho), Miller parla dei migliori libri letti, che hanno contribuito alla sua formazione culturale o che lo hanno ispirato nel suo percorso artistico, ma anche di "libri viventi", scrittori e artisti da lui incontrati e frequentati, dedicando fra le pagine più belle della sua carriera di scrittore, allo scrittore francese, Blaise Cendrars ( introvabili i suoi libri tradotti in italiano), che scrisse i suoi capolavori con la mano sinistra, pur non essendo mancino, a causa di una ferita di guerra rimediata nella sua esperienza come legionario. Henry Miller scrisse più di trenta libri e poco più della metà sono stati tradotti e pubblicati in Italia. Ha ispirato migliaia di scrittori e artisti, anche se molti di loro lo hanno negato: Bukowski per esempio, che parlò di interesse, rispetto a lui, quando Miller scrive di sesso, e noia quando filosofeggia, lo riecheggia nei suoi scritti, e anche negli scritti di altri che dicono di snobbarlo, si evince chiaramente che lo hanno copiato mutandone lo stile, e quando non in quello, nello spirito ribelle e di artista puro, che incarnava. Miller non ha desinato prefazioni persino ai sopravvalutatissimi scrittori della Beat Generation ( che grazie al marketing americano sono arrivati a noi cercando di convincerci che erano degli scrittori e non dei clown ciarlatani, Burroughs in testa), che invece , pur essendo contemporanei, hanno finto di ignorarlo. Oggi Miller sta comodo con molti dei suoi libri, negli scaffali dei classici della letteratura e interessa e continuerà ad interessare schiere di lettori attenti, appassionati di letteratura, artisti, ma anche e soprattutto, a ispirarci  come esseri umani, continuando a donarci quel suo certo modo di guardare il mondo con l'incanto di un bambino pronto a usare la propria fionda, se vede qualcosa di storto...



giovedì 13 marzo 2025

I figli di Matusalem

 I figli di Matusalem

“Mi chiamo Andrea Pincherle ed ho girato il mondo a piedi. 

Tu dici che raccogli storie,” mi disse,” ed io ho una storia da 

raccontarti.” Sorseggiò la tazzina di caffè che aveva davanti, 

inspirò profondamente e attaccò a raccontare. Sulle prime non 

scrissi niente, lo ascoltavo rapito, perché lui aveva una voce da 

conduttore radiofonico e raccontava bene, con le pause giuste 

fra un episodio e l'altro. “Nel 1980, era maggio, a piedi, stavo 

passando per un paesino del Salento, giù nel sud Italia 

mediterraneo. Stavo percorrendo una strada sterrata e avevo 

finito l'acqua nella borraccia. Avevo sete. Sulla destra c'era un 

pezzo di terreno cinto da muri a secco pieno di alberi d'ulivo 

che sembravano molto rigogliosi. Più rigogliosi di tutti gli altri 

ulivi che stavano nei pezzi di terra lì intorno. Scavalcai il muro 

che cingeva quel terreno, spinto non so bene da quale forza 

misteriosa. Mi ero messo in testa che dietro quel muro e in 

quel pezzo di terra avrei trovato da bere. Passai a passo lento 

in mezzo all'uliveto. Erano alberi imponenti, ciascuno di loro 

doveva avere centinaia, forse migliaia di anni. I loro tronchi 

erano delle sculture naturali viventi e sembravano 

rappresentare delle forme umane o animali. Ad un certo punto 

mi venne in mente che quegli ulivi dovevano aver catturato 

delle scene particolari e dovevano averle “fotografate” 

traducendole in forme plastiche con i loro tronchi e con i loro 

rami. Poi mi trovai davanti ad una piccola abitazione con i 

muri completamente dipinti di bianco, credo di calce. Sul lato 

sinistro della casa c'era un ulivo maestoso, doveva essere 

millenario. Sembrava una specie di guardiano di quella 

piccola casa, una sorta di sentinella vegetale. Mi avvicinai. 

C'era una porticina di legno e bussai per vedere se ci fosse 

qualcuno. Dopo alcuni secondi la porta si aprì. Un signore 

magro, il viso scolpito come un campo segnato dai solchi di un 

aratro trascinato da muli, apparve nella cornice della porta 

facendosi avanti con passo da ninja. Buongiorno, mi disse. Io a 

mia volta lo salutai e gli chiesi se avesse dell'acqua da offrirmi, 

poiché faceva caldo ed ero assetato. Lui senza indugio mi 

invitò ad entrare nella sua piccola dimora bianca che spiccava 

in mezzo al rosso della terra argillosa ed al verde degli ulivi 

secolari.” Pincherle fece una pausa e sorseggiò ancora il suo 

caffè, che doveva essersi raffreddato. Ma non se ne crucciò più 

di tanto. Poi mi guardò ancora con i suoi occhi verdi, profondi 

e buoni e riattaccò:” io in quel periodo stavo visitando la 

Puglia a piedi, ennesimo territorio che esploravo. Non puoi 

conoscere bene una terra se non la accarezzi con le suole delle 

tue scarpe. Comunque quell'uomo disse di chiamarsi Angelo. 

Mi fece accomodare ad una sedia con la seduta in corda e 

prese un secchio di zinco. Aspetta qui, disse, torno subito. 

Tornò dopo qualche minuto con il secchio pieno di acqua. Ne 

versò un poco in una tazza di creta rossa e me la porse. Io un 

po' titubante mi stavo chiedendo da dove venisse quell'acqua, 

ma lui prima che glielo chiedessi mi disse, viene dal mio pozzo, 

è acqua piovana. Dentro il pozzo c'è Gastone, l’anguilla. Da 

vent'anni. È ancora vivo sai? Fece. È il mio depuratore. Bevi 

che è fresca. La bevvi. Credo di non aver mai bevuto nella mia 

vita acqua così saporita, se si può usare la parola saporita 

parlando di acqua. Poi mi detti un'occhiata in giro e vidi una 

culla. Sbirciai meglio e lui mi invitò ad avvicinarmi. Nella culla 

c'erano delle piantine d'ulivo. Ne restai sorpreso. Angelo aveva 

un'età indefinita: poteva avere dai 50 ai 70 anni, chi può dirlo? 

Quella vita all'aria aperta doveva averlo tenuto in forma, tutti 

quegli anni. Poi aggiunse, a proposito di Gastone, l'anguilla: 

deve sentirsi molto solo lì in fondo al pozzo. Io gli chiesi se si 

sentisse solo. Sì, disse, da quando ho perso Gemma mi sento 

molto solo. Vedi, quella culla? L'ho fatta con il legno della 

potatura di Matusalem. Quando vide il mio viso interrogativo 

si affrettò ad aggiungere, Matusalem è l'ulivo che hai visto a 

sinistra della casa. Ha più di mille anni. Ha visto persino la 

regina Elisabetta quando era giovane. Io lo guardai perplesso. 

Gli ulivi camminano, sai? Disse. Qualche centimetro al mese, 

se vogliono. Io all'epoca avevo la tv in bianco e nero e 

Matusalem si era spostato di 30 cm per vederla bene dalla 

finestrella. È lì che ha visto la regina Elisabetta, in un 

telegiornale. Ora poi, Matusalem, si è rispostato. Da quando 

ho messo la tv a colori. Non gli piace. Ebbi l'impressione che 

quell'uomo non fosse del tutto sano di mente. Parlava con gli 

alberi e con gli animali come se fossero persone. Mi raccontò 

che Gemma, sua moglie, era morta di un brutto male e che 

intratteneva con Matusalem, l'ulivo, un rapporto molto 

speciale. Ci parlava. Disse che Matusalem, aveva riferito a sua 

moglie che sarebbe arrivata una malattia degli ulivi e che 

bisognava piantare dei nuovi ulivi dai suoi noccioli. Che 

sarebbero stati immuni da quella malattia. E che avrebbero 

assicurato il futuro degli uliveti di tutta la regione. Noi non 

avevamo avuto figli. Quegli ulivi sarebbero stati i nostri figli. 

Ricordati, mi disse, infine, quando arriverà la malattia, questi 

piccoli ulivi magici assicureranno il futuro di tutto il territorio. 

E così è stato, "concluse Pincherle. Avevo la mia storia, una 

bella storia, ma non sapevo se fosse vera. 45 anni dopo sono 

stato in quel tratturo che costeggia il terreno di cui mi aveva 

raccontato Pincherle. Gli ulivi del terreno erano molto in 

forma. Mentre quelli intorno quasi tutti secchi, degli scheletri 

vegetali. Non c'era nessuna piccola casa, dove doveva esserci, 

ma l'ulivo c'era: Matusalem. Sembrava proprio lui. Detti 

un'occhiata in lontananza nei terreni circostanti. In ogni 

terreno c'erano due o tre alberi verdi che non erano stati 

colpiti dalla malattia che li fa seccare: erano i figli di 

Matusalem, quelli della culla.

E avrebbero assicurato un futuro a quelle terre. Guardai gli 

alberi intorno a Matusalem. Ogni tronco sembravano Angelo e 

Gemma intenti in qualcosa. Angelo non doveva esserci già più. 

Era una storia vera. E io ve l'ho raccontata quasi 50 anni dopo!



venerdì 3 gennaio 2025

Storia di Twin

 Storia di Twin

Marcelinho era un bel ragazzino mulatto e viveva in un paesino della cerchia del territorio di Rio De Janeiro, in Brasile. Da piccolo Marcelinho aveva una vita felice nonostante gli stenti nell'arrivare a fine mese della sua famiglia. Viveva in una piccola casa di mattoni forati priva di intonaco e le finestre non avevano battenti e sembravano occhi bui di giorno e illuminati dalle pupille di lumi a petrolio di notte. Il papà di Marcelinho, Emerson, credendo di fare cosa gradita a suo figlio Marcelinho, gli regalò un maialino appena nato che aveva tolto a Fulgencia, la scrofa che aveva da poco partorito nella stalla attigua alla casupola, dove c'era anche qualche altro animale che doveva impinguare il bilancio alimentare della famigliola. Macelinho chiamò il maialino Twin e lo allattò con del latte in polvere sciolto in acqua tiepida. La madre di Marcelinho, Gracianne, si dava da fare come parrucchiera casalinga con tutto il vicinato del bairro, un piccolo agglomerato di casupole di mattoni forati senza intonaco, In quelle modeste dimore si dormiva nella amache che i brasiliani chiamavano redes. Il papà di Marceliho raccoglieva della canne da zucchero che pagava ad un padrone e usando un rudimentale spremitore alimentato da una bicicletta ne ricavava del succo da vendere ad un real a bicchiere, seduto all'angolo della sterrata nei pressi dell'abitazione. Marcelinho aveva tre sorelle più grandi di lui, rispettivamente di 12,14 e 16 anni. La più grande prendeva l'omnibus tutte le mattine per recarsi sulle spiagge di Rio per vendere gamberi ai turisti che acquistava a sua volta da dei pescatori del posto. A sera tornava a casa con un pacco di soldi che non giustificava di certo quelle modeste vendite. Ma nessuno le diceva niente. Il bisogno non ammetteva domande. Marcelinho trascorreva tutto il giorno giocando con Twin, lo accarezzava, lo portava al fiume a fare il bagno, dormiva con lui di nascosto. Il maialino per istinto faceva capire a Marcelinho quando doveva fare i suoi bisogni e Marcelinho lo portava fuori tutte le notti di nascosto dai suoi e il suo letto restava pulito sebbene riscaldato da i corpicini di entrambi. Marcelinho crebbe e si affeziono al maialino ancora di più. Se lo portava persino a scuola e Twin aspettava il ragazzo fuori dalla scuola facendo amicizia con tutto il vicinato. Era diventato una specie di mascotte. Quando Marcelinho usciva da scuola, abbracciava il suo maialino e insieme tornavano a casa a piedi. Stavano sempre insieme, tanto che il padre e la madre lo esortavano ad andarsene in giro a giocare con gli altri bambini. Ma questi lo sfottevano chiamandolo maialino al pari di Twin, come se fosse davvero su fratello. Ma per Marcelinho era davvero come fosse su fratello: giocavano insieme, si scambiavano gesti d'affetto. Giocavano a nascondino, facevano il bagno insieme al fiume, lui lo teneva con sé in braccio sull'altalena, cose così. Marcelinho progrediva a scuola, era felice, la sua vita gliela riempiva Twin, che lo aspettava sempre con entusiasmo all'uscita della scuola, per giocare insieme. Un bel giorno il padre di Marcelinho disse a su figlio che Twin quel giorno sarebbe dovuto restare nel recinto, nella stalla di casa, perchè doveva venire il veterinario a fargli un vaccino. Marcelinho, a malincuore, acconsentì e si avviò fiducioso verso la scuola. Twin era diventato già grande e grosso e si approssimava il Natale. Il padre di Marcelinho diceva alla moglie, Gracianne, è il momento giusto, dobbiamo macellarlo, così per Natale siamo apposto. Possiamo invitare anche tutti i tuoi parenti e amici dal Minas Gerais e avremo carne in abbondanza per tutti. Gracianne osservò il marito e disse, ci sono gli altri maiali di Fulgencia, perchè non scanni uno di loro? No, disse Emerson, tocca a Twin, adesso. Non è normale questo rapporto che tuo figlio ha con lui. Gli uomini devono stare cn gli uomini e gli animali devono stare con gli animali. Se ne farà una ragione e comincerà a correre dietro le gonne delle ragazze. E così fece: Emerson macellò Twin alla vecchia maniera, sgozzandolo con un coltello e Twin spirò in mezzo a struggenti grida di dolore. Emerson osservò gli occhi di Twin ed ebbe per la prima volta una sensazione di tristezza che non si aspettava. Gracianne fece il capelli ad una vicina di casa e non degno il marito di alcuna attenzione. Quando tornò Marcelinho di corsa e sorridente, in attesa di riabbracciare Twin, non vedendolo corse da sua madre chiedendole spiegazioni. La mamma posò il pettine, si sedette un momento, chiese al figlio di avvicinarsi e disse, Twin ha compiuto il suo destino, con la sua morte tutta la famiglia potrà mangiare a Natale. Non piangere, piccolo, era il suo destino. Udite queste parole, Marcelinho corse via piangendo a dirotto e chiamando a gran voce, Twin, Twin. Urlava, non poteva credere che il suo migliore amico non ci fosse più. Non voleva crederci. Si calmerà, gli passerà, disse Emerson, accorso nel frattempo, mettendo una mano sulla spalla della moglie. Lei gliela tolse con violenza. La notte passò, ma Marceliho non fece ritorno a casa. Ne' nella notte successiva, fece ritorno a casa. Ne' nei giorni a seguire. In seguito a questo episodio Emerson e Gracianne si separarono. Vent'anni dopo, Gracianne stava guardando Rede Globo e nell'intervallo della telenovela passarono della pubblicità. Una famosa pasticceria di Rio De Janeiro, Pasticceria Twin, pubblicizzava i suoi prodotti. Dietro il bancone di vetro, in primo piano, si vedevano dei dolci caratteristici a forma di maiali. A illustrarli con dovizia di particolari, dietro il bancone e dietro i dolci, c'era suo figlio Marcelinho, ormai grande. Si era specializzato nel produrre dolci a forma di maiali. E aveva chiamato la sua pasticceria con il nome del suo amato maialino.



Questa è una storia vera e mi è stata raccontata in un viaggio compiuto anni fa in Brasile. Mi sentivo di raccontarla e di donarvela.






giovedì 19 dicembre 2024

Cristo di è fermato ad Eboli

 Cristo si è fermato ad Eboli, di Carlo Levi.

Ci troviamo qui di fronte ad un testo decisivo per chi voglia comprendere la storia del nostro paese. Carlo Levi, siamo negli anni '30, è un pittore ed un intellettuale torinese, che, come si evince dal cognome è di origine ebraica. Mussolini lo invia al confino, prima a Grassano e poi ad Aliano, in Lucania. In questo bellissimo testo, egli ci racconta le sue vicende di confinato in quelle terre lontane dai luoghi natii: è un medico che però non ha mai esercitato, perchè la sua vocazione è d'artista: è infatti un pittore eccellente. A metà strada tra racconto autobiografico e saggio antropologico, questo testo esplora in maniera analitica e drammatica, senza mancare della giocosità e dell'ironia che tutte le vicende tragicomiche inevitabilmente suscitano, i disastri compiuti dal Fascismo in queste lande abbandonate dagli uomini e da Dio e un universo contadino non privo del suo credo di superstizioni e rassegnazione, continuamente vessato da una borghesia latifondista , ma , soprattutto da una piccola borghesia feudale rozza, ignorante e profittatrice, che cavalca il regime a spese di questo mondo di stenti che ha come brodo di coltura la perenne diffidenza nei confronti dello stato, qualsiasi stato, Fascista ma anche quello antecedentemente liberale ( e infatti simpatizzano per il Brigantaggio, non per i borboni ma per Robinhoodismo), privo di qualsiasi volontà di risolvere i problemi di questa povera gente, persino la piaga endemica della malaria, che Levi si trova a fronteggiare per empatia, recuperando il suo sapere medico-scientifico, quasi costretto dalla misericordia che egli prova per questi derelitti considerati "niente", subumani, esseri inferiori. Attraverso la descrizione dei vari personaggi del paese, dal ridicolo podestà, Don Luigino, arrogante e "fracchiesco", al prete Don Trajella, avversato da tutti per certe sue condotte pedofile di cui era accusato ingiustamente, al fine di screditarlo in quanto uomo di cultura non proprio allineato con il regime ( si capisce il clima), ai medici condotti incompetenti e grassatori, ai farmacisti gabellatori, sino alle intriganti figure di factotum barbieri guaritori, via via descrivendo  il misterioso universo delle donne, potenti padrone del mondo magico e stregonesco, cui attingono a piene mani per resistere all'altra drammatica piaga di questo posto: l'emigrazione dei propri mariti verso l'America senza più ritorno-colpisce la descrizione della presenza nelle misere casupole contadine unicamente di due immagini: la madonna di Viggiano e Roosvelt e mai nessuna immagine del Duce-, il nostro medico pittore che si accompagna al suo fedele compagno di confino, un cane di nome Barone, anch'esso creatura magica, sotto certi versi, si lascia spesso andare a delle lucide analisi politiche, filosofiche, sempre ancorate alla narrazione della storia e mai stucchevoli, che colpiscono per originalità di contenuti e collocano l'autore nel filone antifascista non marxista, dato che il suo punto di vista riguardo ad una possibile soluzione della questione meridionale non passerebbe nè attraverso l'instaurazione di una democrazia liberale, nè tantomeno per mezzo di vagheggiate rivoluzioni socialiste, quanto invece , qui sta la sua originalità, nell'instaurazione di ampie autonomie territoriali, che passerebbero attraverso la fondazione di vere e proprie comuni rurali, comunicanti con altri organismi, autonomi anch'essi. Perchè solo così i sui amati silenziosi, torvi, stentati, saggi, indomiti, rassegnati contadini, potrebbero acquisire istituzioni in grado di soddisfare i loro interessi. Il male del paese, per Levi, non è nemmeno il latifondo, in un certo senso, ma la protervia della piccola borghesia, non a caso spina dorsale del regime. Un regime che non esita a mandare aerei che lanciano bombe ai gas venefici, in Abissinia, per conquistare nuove terre, invece di riparare ponti, aggiustare argini, rimboschire, insistendo ciecamente sullo sviluppo della coltivazione del grano, anzichè degli ulivi e sullo sviluppo della pastorizia, un grano che nasce sempre più in quantità ridotta e non certo per farsi beffe della propaganda di regime infarcita di immagini del Duce che ne falcia qualche stelo. Un grano che non c'è più o è così ridotto da ridurre i contadini in miseria, vessati da gabelle dello stato fascista e persino della Chiesa, che ha perso ogni pietà e ostenta nella persona del prete che sostituirà Don Trajella, decine di salumi e formaggi appesi ai soffitti in un paese che non ha più nemmeno farina con acqua. Il libro, vera pietra miliare della letteratura italiana, miniera di sapienza ricostruttiva di un periodo storico e soprattutto di luoghi, le cui descrizioni crude colpiscono ancora oggi: quanta miseria mentre il regime prometteva terre rubate agli abissini a contadini che non le avrebbero volute, perchè non si fa, non si ruba la terra ad altri contadini e pastori, non è una cosa buona, come suggeriva l'istinto etico di questi uomini ultimi cui Carlo Levi manifesta le proprie simpatie ed il proprio affetto, si conclude nel mentre, ricevuto un telegramma, il medico torinese viene amnistiato a causa della conquista di Addis Abeba. Dice Carlo Levi alla fine, che partendo in cuor suo, sapeva che non avrebbe mai più visto quelle persone del mondo contadino lucano che gli avevano voluto bene e che, in molti casi, aveva guarito. E invece vi tornò, per suo espresso volere, per far seppellire, proprio lì, nel cimitero di Aliano, le sue spoglie mortali. Anni fa visitai la sua tomba, in quel comune sperduto della Lucania o Basilicata, come viene chiamata in epoca contemporanea, e vi rimasi a lungo meditando. Avevo appena letto il suo libro e me lo aveva fatto amare. Pochi giorni fa, a distanza di anni, ho riletto il suo racconto. Ed è stato per me un'ennesima rivelazione. E' uno dei testi decisivi se si vuol capire cosa siamo stati e cosa stiamo diventando. Buona lettura.