Con Tonin, lo chiamo così, con quel cognome che sembra un nome delle mie parti, ci incontriamo sempre alla stazione ferroviaria di San Cristoforo , a Milano, zona Giambellino. Abbiamo quasi un appuntamento fisso, un paio di volte al mese, ci incontriamo in questa stazione ridotta a cantiere-ci stanno facendo un ponte che ha l'ambizione di attraversare il naviglio-quasi in disuso, con biglietterie automatiche, personale latitante, bar assente, vecchi bagni, un parallelepipedo lungo i binari sgretolato dal tempo e infestato di graffiti e all'ingresso laterale un vecchio pino dal tronco nodoso, sotto panchine di calcestruzzo sbriciolate, nel prato secco venti piccioni pasturano semiaddormentati dal un caldo di 35 gradi misto ad un'umidità tropicale. Tonin arriva con il treno delle 16,10 da Lomellina. Scende dal treno e dà un'occhiata in giro con i suoi occhiali da vista, pantaloni attillati e maglietta blu, magro come un chiodo, espressione da saggio del deserto. Ci stringiamo la mano. Tutto bene? Sì, dice. Oggi facciamo via Giambellino? Chiedo. Per me va bene, siamo assolutamente liberi da qualsiasi google maps che non sia la nostra vista e curiosità, dice. Le ricette dello scrittore. Attraversiamo piazza Tirana, di fronte le case popolari fatiscenti sono state abbattute, una sudamericana di colore in carne attraversa la strada, due giovani arabe con l'hijab la incrociano e si salutano. Da molti anni via Giambellino, storico quartiere di migrazione pugliese, specie del foggiano è andata popolandosi di nuovi migranti stranieri provenienti da ognidove nel mondo: arabi, sudamericani, indiani, cingalesi, filippini, tanto che viene fatto di pensare che la globalizzazione ha ucciso anche il sogno del viaggio, oggi le altre culture ci visitano e si mischiano alla nostra, a volte piacevolmente, per quanto mi riguarda. Paradossalmente non c'è più bisogno di viaggiare, basta allargare la cerchia delle amicizie e si possono imparare nuove lingue, nuovi linguaggi , persino altre religioni, sempre comunque il tutto filtrato inevitabilmente dal vangelo del bisogno. Facciamo due passi e subito entriamo in svariati argomenti: Tonin è uno a cui piace parlare ed è molto curioso, sprizza teorie in continuazione da tutti i suoi pori comunicativi: sostiene ad esempio che se vuoi sapere la verità sulle cose, sul mondo, in politica, devi leggere e ascoltare gli estremi, l'estrema destra e l'estrema sinistra, perchè i centrodestra e i centrosinistra del mondo sono un allevamento di classi dirigenti ridotte a gestire i rapporti fra le multinazionali e i governi e gli apparati burocratici degli stati, o quel che ne resta. Lui segue sui social determinati personaggi e ne trae conclusioni, nuove convinzioni...come per esempio Arnolfi un ex terrorista di destra che si dichiara europeista e odia al tempo stesso Stati Uniti e Russia, due facce della stessa medaglia imperialista. Dice che Usa e Russia alimentano un fenomeno migratorio sulla base di immigrati di terza generazione che non hanno più alcun legame con le proprie tradizioni culturali ma sono un patchwork di etnie tenute insieme soltanto da interessi economici e la Russia liberando il governo nigeriano dal divieto migratorio sta usando i flussi migratori per indebolire l'Europa. In sostanza russi e americani giocano la stessa partita economica facendo finta di combattersi solo per indebolire economicamente l'Europa. Oddio sul fatto che gli americani vogliano indebolire economicamente e politicamente l'Europa, non ci vuole il mago Merlino per capirlo, dico. Tonin sorride. Seguo le conversazioni che tengono su Facebook questi estremisti di destra e sorrido delle loro dispute fra galletti da combattimento ormai in pensione , se non nel libro paga della Cia. Perchè al netto del fatto che l'Europa non si libererà mai del giogo americano, il vero obbiettivo è la Russia e la sua distruzione come superpotenza ancora in grado di contrastare gli interessi politico-militari-economici, americani, chiosa. Mentre parliamo incontriamo degli arabi in monopattino e due in bicicletta che, sul marciapiede, ci fanno segno di spostarci. A proposito del globalismo multirazziale che ha solo scopi economici e nessuna voglia di confronto o integrazione. Sulla destra, marciapiede del tutto assolato, una via l'altra, macellerie islamiche, negozi di cibi etnici. Questi negozi, non quelli islamici, vendono superalcolici, dice Tonin, fino a notte fonda. Milano è una città di alcolizzati, non lo sapevi? Del resto come si fa ad essere soddisfatti con la vita che si conduce. Il capitalismo ci ha messi tutti a lavorare, per pagarci da sopravvivere, così non hai il tempo di pensare, questo è il trucco, dice Tonin. Lo diceva anche Bukowski, dico io, in molti suoi libri. A proposito del lavoro straordinario, che il vero scopo era non dare sufficiente tempo libero, perchè si correva il rischio che si potesse pensare. Però il più grande di tutti, continuo, è stato Manuel Vasquez Montalban. Lui ha inventato Pepe Carvalho, strana figura di detective privato, ex comunista ed ex agente della Cia, convertitosi al marxismo della variante gastronomica, arricchendo i suoi finti gialli, in realtà trattati di antropologia,sociologia, storia, filosofia,filtrati da un suo personale umorismo molto catalano e , se la devo dire tutta, simile ad un certo umorismo pugliese. Del resto, aggiungo, l'analisi di un paese deve cominciare da qualche parte e la tradizione gastronomica dice molto se non tutto. Sarà, dice Tonin, non avevo mai pensato in questi termini. Solchiamo via Giambellino, al centro le rotaie dello storica linea del tram 14. Il Cinema Pussycat, ormai chiuso da anni e ridotto ad un rudere, fatiscenti vestigia di un degrado umano ed esistenziale che lo aveva fatto diventare un bordello intersessuale per sesso a basso costo ed altissimo rischio. Ai lati dei binari del tram delle recenti aiuole, sui rispettivi lati del viale molti Kebab e un arabo che fa cibi da asporto economici con la cucina a vista, con tre donne impegnate costantentemente a sorridere in mezzo all'aria condizionata dal fritto. Poco dopo sulla destra dove stiamo camminando sul marciapiede con grande attenzione ai particolari spunta una chiesa, la Chiesa del Santo Curato D'Ars, che si presenta come un capannone industriale con all'ingresso, sul fronte una grande croce d'acciaio che ricorda l'equivalente delle architetture sovietiche in versione cristiana. Una chiesa così, in questo luogo, in questo quartiere dove avevano abitato i genitori di Abatantuono insieme a molti altri della capitanata immigrati nel dopoguerra ( pochi giorni prima avevamo visto la casetta dove abitavano i suoi genitori), non può non essere una chiesa della Teologia della liberazione. Specie ora che il quartiere si è trasformato in multietnico e sono quasi più i mussulmani che i cristiani in linea d'aria. La chiesa di periferia come bastione della difesa della tradizione spirituale, non dell'occidente cristiano, ma di una spiritualità omnicomprensiva di un Dio unitario che sfami i poveri, attraverso un circuito assistenziale senza pregiudizi. Le case del popolo qui non ci sono mai state, che io sappia e allora ben venga la chiesa, al di là della religione, al di là del bene e del male. Stiamo sempre camminando lungo via Giembellino, 25 agosto, più gente in giro, molti sono tornati dalle vacanze mordi e fuggi, di massimo una settimana, alcuni non sono mai partiti, altri sono come quel vecchio con la stampella che sere fa in piazza Tirana si grattava le caviglie per le impietose punture di zanzara, 40 anni a Milano e non può più tornare indietro all'otre di terracotta pieno d'acqua di pozzo, fra un'aratura e l'altra e qualche pomodoro strappato al volo e consumato già salato di suo...gli anni sono passati e i soldi non sono arrivati o sono finiti. Tonin fotografa la chiesa e qualche altro particolare. Mi parla dei suoi lavori, con passione, mi parla dell'arte dello scrivere come una necessità fisiologica, aria per i polmoni incancreniti d'aria molesta, di gente molesta, di sistema di vita molesto, di lavori molesti e persone moleste, persone moleste che racchiudono tesori, vite segrete, pronte per essere raccontate a occhi che sappiano ancora leggere, possibilmente sulla carta e non solo scrutare spunte blu su schermi di vetro. Lungo le pareti dei muri di via Giambellino, graffiti senza significato, o forse un significato ce l'hanno, la schizofrenia comunicativa, a furia di non essere considerati niente è meglio essere considerati vandali. Camminiamo ancora con Tonin, non ha la Tv, legge pochissimo perchè ha letto molto in passato, motivo per cui possiede ora un lessico ricco, molto ricco, naviga molto in rete ed è attento alle novità, ma non ha mai tradito la sacra musa della scrittura. Tutte le sere , nel tempo libero si mette lì, al pc a limare le sue storie, i suoi personaggi, i suoi racconti, mentre il mondo vive di followers di seni nudi e cuochi di strada e viaggiatori che mostrano qualcosa che le nuove generazioni non hanno mai visto, mentre noi abbiamo visto quello che nessun'altra generazione ha mai visto, e pensato quello che nessun altra generazione ha mai pensato, che è a questo che serve uno scrittore: scrivere, perchè non sai fare altro, di quello che conosci meglio, persino filtrato dalla fantasia...Passiamo davanti ad un altro Kebab, al numero 15 , l'Anatolia Kebab, gestito da dei fratelli curdi che macellano il vitello secondo la tradizione halal, racconto a Tonin. Lui registra con la mente e con lo sguardo, e certo prima o poi diventerò uno dei suoi personaggi reali con nomi cambiati. O forse no. Poco dopo la storica Piazza Napoli, con il Ducale, cinema d'essai ormai agonizzante, a proposito dell'agonia di un mondo che sta scomparendo e che comprende i libri di carta e i cinema e i pop corn e persino gli intervalli seduti in una sala gremita dove ti volti con lo sguardo da ciclope del tennis e broccoli. Una sosta al drago verde non ce la leva nessuno. Bevo con il cavo delle mani e mi ricordo Diogene il filosofo greco che viveva in una botte e beveva in un guscio vuoto:" ho visto un ragazzo che beveva nel cavo delle mani, lui è più ricco di me". Una donna araba sciacqua la fronte al suo bambino con una mano e con l'altra tiene lontano l'altra piccola, dal fondo della fontana, caldo a 35 gradi, sotto gli alberi di questi giardini di piazza Napoli. Percorriamo un tratto di viale Misurata e , infilatici in un complicato intrico di stradine , finiamo in via Romolo Gessi, dove le facciate dei palazzi, molto belle, d'epoca, come dicono i giornalisti che non sanno di che epoca, ci accolgono gialle e rosate appena accarezzate dalla luce del tramonto. Poco dopo un altro parco e altri bei palazzi. Milano sembra così. un inseme di quartieri a cui non manca mai il parco. Per le famiglie, col drago verde al centro a dispensare acqua e refrigerio o spaccio di droga, a seconda delle zone e delle situazioni.
java
lunedì 26 agosto 2024
domenica 25 agosto 2024
Il Premio, di Manuel Vasquez Montalban
Se esiste uno scrittore che ha ancora da dire nonostante non ci sia più, beh, questi è Manuel Vasquez Montalban. In questo ennesimo capolavoro della letteratura gialla, per modo di dire, perchè definire gialli i suoi libri è senza dubbio riduttivo, Manuel Vasquez Montalban mette in scena un racconto ancora una volta straordinario , che prende la stura da un Premio Letterario,Venice, istituito da un miliardario eccentrico, Lazaro Conesal, figura assolutamente contraddittoria e dotata di una propria filosofia cinica che gli ha del resto permesso di farsi una posizione facendosi largo nel capitalismo spagnolo e non solo. Bell'uomo pieno di contraddizioni, come del resto è il capitalismo suo brodo di coltura, il maturo imprenditore mette in scena questo premio di 500 milioni di pesetas, cifra enorme, ma compone una giuria e si avvale di consiglieri che egli paga per non giudicare alcun testo, arrogandosi egli medesimo il ruolo di giudice supremo e di decisore finale circa l'assegnazione del premio. Il luogo della cerimonia, da qualche parte a Madrid, attiguo alla residenza di Lazaro Conesal , si riempie di strani personaggi della letteratura spagnola e di imprenditori, che vorrebbero cogliere l'occasione per scambiare due parole con il Patron, a vario titolo. Pepe Carvalho, detective ex comunista , ex agente della Cia, ex tutto, ormai convertitosi ai piaceri della tavola come gourmet quasi professionale, autodefinitosi marxista della variante gastronomica, viene contattato da Alvaro Conesal, figlio del tycoon spagnolo, al fine di sorvegliare la cerimonia e proteggere il padre, in quanto, avendo molti nemici, corre rischi per la sua vita. L'introduzione al racconto è gustosamente ironica, al limite del sarcastico, a volte persino autoironica, sinonimo di intelligenza dell'autore, fa a brandelli tre quarti dell'intellighenzia letteraria spagnola, non dubitando che dietro decine di pseudonimi si nascondano personaggi realissimi ( che immagino , dato l'alto tasso di permalosità degli intellettuali di tutti i tempi e luoghi se la saranno presa a male). E Montalban mette in scena questa demolizione antropologica intessendo decine di dialoghi fra gli invitati al premio. Carvalho ascolta distratto, più invaghito dei piaceri del meraviglioso bar messogli a disposizione dal figlio di Conesal, che gli consentono di scoprire una marca di Wiskey particolare, lo Scapa, originaria di un'isoletta delle Orcadi scozzesi ( adesso so cosa regalare per un regalo di prestigio). Carvalho non ama molto spostarsi da Barcellona e torna a Madrid dopo alcuni anni , precisamente ci era stato nel 1980, per indagare sull'omicidio del segretario del Partito Comunista Spagnolo, da cui il testo "Assassinio al comitato centrale", e ritrova alcuni protagonisti di quella vicenda, la sua assistente all'indagine, Carmela, che nel frattempo ha avuto un figlio amante dell'Heavy metal che parla come un troglodita postmoderno. Nel frattempo, nemmeno il tempo di prendere posizione nella hall del premio, attigua alla residenza del Conesal, che si sparge la voce che il tycoon è stato trovato morto nella sua camera da letto, presumibilmente a causa dell'ingestione di alcune capsule di Prozac, essendo ciclotimico era affetto da periodi di alti e bassi, sostituite ad hoc con della stricnina. Subito l'indagine prende corpo, la sera stessa del delitto o presunto tale, questo lo lascio alla curiosità di chi voglia leggere il testo , condotta dall'ispettore Ramiro, con Carvalho sullo sfondo, un Carvalho che ritrova un ex torturatore franchista soprannominato Dillinger, ambiguamente a capo della sicurezza di Conesal. Dagli interrogatori con i vari personaggi, critici letterari, ex alleati economici di Conesal, viene fuori di tutto, tradimenti con mogli altrui, intrighi, minacce. Solo la sapiente ragnatela di Carvalho, appollaiato dietro l'apparente sicurezza dell'Ispettore Ramiro, consentirà infine di scoprire la verità. E il premio, infine, sarà stato assegnato? Agli intrepidi lettori il compito di scoprirlo. Consigliatissimo!
giovedì 22 agosto 2024
Sulle orme del Che, Patrick.Symmes.
Sulle orme del Che, di Patrick Symmes.
50 anni dopo il mitico viaggio lungo tutto il Sudamerica di Ernesto Guevara de la Serna Lynch , non ancora noto come Che, in compagnia di Alberto Granado sulla leggendaria moto Poderosa II, Patrick Symmes , un giornalista liberal americano famoso per i suoi reportage in luoghi e paesi pericolosi, decide di ripercorrere le orme del grande guerrigliero argentino amato da sempre in tutto il mondo, alla scoperta dei motivi della sua trasformazione da studente di medicina a rivoluzionario, ministro dell'economia di Cuba e portavoce del governo di Fidel Castro all'Onu. Durante questo viaggio intriso del tipico scetticismo yankee e quindi per questo del tutto non agiografico, traspare una malcelata ammirazione per l'uomo e per il guerrigliero Che Guevara , un uomo apparentemente normale, che combatté tutta la vita con una forma grave di asma e che combatté e uccise restando ferito innumerevoli volte , uccise all'interno di un determinato contesto storico, accanito lettore, eccellente scrittore, brillante oratore e giocatore di scacchi, nonché eccezionale combattente e medico esperto in leprologia. Ripercorrendo il lungo viaggio che il giovane Che fece con Granado, Symmes da' anch'egli un nome alla sua moto, Kooky, diminutivo anglicizzato di Cucaracha, Scarafaggio, in onore della canzone colonna sonora del suo viaggio , intervista la prima fidanzata del Che, ancora viva, attraversa il Perù , intervista i guerriglieri del movimento maoista Sendero Luminoso, in un carcere incredibilmente autogestito, per un accordo che voleva le famiglie delle guardie penitenziarie minacciate di morte dai militanti del movimento fuori, parla con molti protagonisti viventi che avevano conosciuto il guerrigliero argentino , o che ne avevano ricalcato le orme ispirandosi a lui, come Hugo Blanco, via via , tra una caduta e una foratura via l'altra e un pranzo frugale in un bordello mentre un camionista si dà da fare con una lavorante del posto , fino a Vallegrande, in Bolivia, dove ebbe fine la gloriosa vita dell'argentino, ucciso da un segente dell'esercito boliviano gravido di birra su ordine della Cia. La vicenda si conclude a La Habana con la cerimonia della sepoltura dei resti del Che a cui Symmes assiste, appena dopo l'inevitabile intervista finale ad Alberto Granado. Opportuna e calzante la postfazione finale di Wu Ming . Lo consiglio a tutti gli amanti dei libri di viaggio, a prescindere dal contesto storico narrato.
mercoledì 7 agosto 2024
El Jaladito
El Jaladito
Spesso tornando a Corsico da viale Certosa , via via Gallarate, imboccando un anello di strada che ci riconnette alla tangenziale, io e Synthia, vedevano in mezzo agli alberi, tra i cespugli , una luce che sporgeva come da una finestrella, qualche spruzzo di vapore e un mucchio di persone assiepate intorno a dei tavolini. Ora Synthia, la mia compagna, venezuelana, di Maracaibo, è molto curiosa e dotata di istinto urbano, tutte le volte diceva, debe ser un puesto donde se come en la calle. Così una sera ci siamo fermati. Abbiamo parcheggiato nel parcheggio di via Pisacane, territorio di Pero. Siamo scesi e a duecento metri , in lontananza, a lato di un nugolo di tavolini e sedie ricolmi di gente vociante neanche si fosse in un suk del Cairo, musica latina , salsa e reggeatton, vapori di fumo e una luce che mostrava come incorniciata l'icona dell'eroina della serata: una ragazza dal somatico indio, i capelli legati dietro, all'interno di questo cono di luce nella cornice di un camioncino, come una madonna latina, madida di sudore, Ci avviciniamo e passiamo in mezzo a dei tavoli pieghevoli intorno ai quali la gente stava seduta su dei sedili di plastica: tutti latinamericani. Famiglie con bambini al seguito, zii, cugini, ad occhio lavoratori, brava gente, gente che si fa il mazzo da mane a sera e non vuol perdere le abitudini maturate nella madrepatria, lo street food come modalità social sempre in voga dalla notte dei tempi, social primitivo che non tramonta mai, guardarsi in faccia, sorridersi, discutere, davanti ad una bottiglia di cerveza, Heineken, per quel che riguarda Synthya; la quale, vivace, solare e socievole all'ennesima potenza, com'è, entra subito in sintonia con la ragazza che cucina , nel cono di luce, con davanti una piastra elettrica. E la fa sbellicare dalie risate, aggiungendo allegria all'allegria. La ragazza si chiama Rosi. E' salvadoregna, ci spiega che in quel camioncino cucinano e vendono piatti tipici di El Salvador. Carne di manzo con mandioca fritta, insalata giardiniera con peperoncino piccante giallo e le caratteristiche pupusas, meglio conosciute in altri paesi latini col nome di arepas, fagottini di farina di mais ripieni di pollo, carne, formaggio fuso . Mentre Vencenslao, il dinamico e corpulento nero salvadoregno, proprietario del posto, ci piazza un tavolo pieghevole e due seggiole e ci stappa un paio di Heineken, Synthia familiarizza con tutti. C'è un equadoregno bassino, panciuto, che accennando a qualche questione di politica, dopo la recente contestata rielezione di Maduro in Venezuela ( los yanquis queren el petroleo), che quoto, finisce per raccontarci che ha un cognato di Aleberobello e che non ha mai mangiato meglio in vita sua se non durante una recente grigliata estiva in quel di Puglia all'onbra dei trulli., Puglia es un lugar hermoso donde la comida es tan buena! A testimonianza ulteriore del fatto che noi pugliesi siano i sudamericani d'Italia. Nel frattempo le scene cambiano, mangiamo seduti e parliamo con tutti, Synthia scherza con dei salvadoregni che sono seduti su un tavolo all'aperto hanno le loro facce ben piantate davanti ad un piccolo ventilatore che nella circostanza di caldo torrido d'agosto infestato da zanzare modello cicogne, come dice Sybthia, ha lo stesso effetto di una stufa in una tenda tuareg nel sahara. Poi sfotte gli zii o finti zii sposati che fanno la corte a delle ragazze molto giovani, mora una e biondal'altra, le Paola e Chiara del luogo, che finalmente apprendo, leggendo il nome sulla fiancata del camioncino, chiamrsi El Jaladito. Il nome significa moltecose, ma nella circostanza , significa traino, qualcosa che è trascinata, retaggio probabilmente di quando il cibo di strada veniva distribuito su carretti trainati da cavalli. La serata prosegue allegramente e le pupusas sono buonissime (costano solo due euro). Rosi passa a Synthia al volo un flaconcino di Autan, perchè lei è sangue dolce e le zanzare la prediligono. Del resto è anche questo il suo criterio di valutazione delle persone, un istintivo meccanismo di sangue dolce e buone vibrazioni e Rosi, lì, nel caldo torrido, davanti alla piastra, nella cornice di luce del camioncino, figura iconica della serata , la conquista e intenerisce. Rimaniamo quasi per ultimi, in questo luogo misterioso, in questo spicchio di centramerica sul limine dei grandi quartieri milanesi, dove abbiamo passato qualche ora di spensieratezza, alla maniera dei latini, che è poi la stessa di tutti i paesi che non hanno dimenticato da dove vengono, dalla strada, cioè, e che la strada è la loro casa, la strada la loro vita, la strada li ha fatti incontrare, qualche volta scontrare, innamorare, litigare, vivere tra queste pareti d'aria senza pareti, una delle ultime Ztl, come le chiamo io: Zone Temporaneamente Liberate. Prima di andare via Synthia, di nascosto da me, si fa dare un sacchetto di chicharrones ( cotenna di maiale fritta). Più tardi in macchina si divide con me, divina sorpresa di un momento di felicità di qualche ora, se è vero, com'è vero, che la felicità è nelle piccole cose. Magari dura quanto un pezzo di chicharron. Quien sabe?
sabato 3 agosto 2024
Gimmi's situation
Gimmi's situation
Tutte le reazioni:
Tutte le reazioni:
sabato 27 luglio 2024
Trekking rifugio Prabello e Sasso Gordona, giro ad anello dalla Val di Muggio.
23 luglio, in macchina oltrepassiamo il confine italo-svizzero, da Chiasso e siamo in tre: la crew di sempre, dell'anno scorso, dei trekking d'estate nelle valli lombarde: io , Enrico e Carlo, l'alpinista, la guida, il nipote del partigiano, come lo chiamo io per i mille racconti del nonno antifascista contrabbandiere di talco per necessità lungo il confine svizzero. I doganieri italici neanche ci filano, sbirciano nelle auto con presenze femminili e ci lasciano passare senza degnarci di uno sguardo. Ci inerpichiamo su per una serie di strade che salgono, un dedalo nelle campagne montane e ci infiliamo in un agglomerato di case di montagna e all'improvviso sbuchiamo in una piazzetta con sullo sfondo una chiesa. Siamo a Cabbio, Svizzera Italiana. Mentre scendiamo dall'auto, una panda a metano di Enrico( 8 euro andata e ritorno)notiamo una postina svizzera con un'auto elettrica gialla che ritira dei plichi da una cassettina. Un immagine di tranquillità assoluta, il silenzio nemmeno rotto da un rombo di motore, ora che anche la nostra utilitaria è spenta. Con bacchette e zaini cominciamo a inerpicarci su una salita di asfalto. Su un cancello qualcuno ha dipinto a mano una scritta di vernice verde"basta pisciate di cani", più avanti un signore anziano in bermuda, uno strano capello, barba autroungarica, ci saluta e ci dice, " ma siete vecchi che usate le bacchette?". Ridiamo insieme constatando le abitudini goliardiche degli anziani del luogo che ci tengono ad alimentare l'alone di longevità che si portano dietro gli abitanti della montagna abituati a inerpicarsi sin da bambini sulle palestre naturali che sono i percorsi montani. Poi inizia il percorso vero e proprio su una strada di sassi incastonati alla meglio per dare prensilità agli sterrati. Il percorso, che sarà ad anello, prevede secondo la tabella di marcia di Carlo l'alpinista, due ore e mezza di salita e altrettante di discesa. Ci metteremo di meno, ad una media più o meno di tre minuti al chilometro. Il percorso è in gran parte sotto il fresco degli alberi del bosco e, considerato che veniamo da Milano, dove ci sono circa 35 gradi, proviamo un naturale e istintivo refrigerio. Saliamo a zig zag e parliamo di un sacco di cose , un sacco di storie e di detti e non detti, che durante l'anno non si ha mai il tempo di raccontarsi. Camminare in montagna è anche raccontare e raccontarsi, dai massimi sistemi a questioni più o meno amene. Mentre camminiamo, Carlo, la nostra guida , che fa strada con un navigatore tra i percorsi indicati dai classici cartelli a punta dipinti del biancorosso Lanerossi Vicenza, tipico dei percorsi di montagna, come mi viene da definire questo bicolore denunciando la mia natura di boomer, ci rende edotti su un mucchio di questioni di carattere ambientale. I letti di torrenti e ruscelli sono asciutti, così da anni, ormai, vista la scarsità di neve in cima, con buona pace dei negazionisti del riscaldamento climatico come Rubbia, che decidiamo all'unanimità e con non poco godimento goliardico di condannare a percorrere questi letti di rocce aguzze a piedi scalzi fino a valle, come penitenza per le sciocchezze che va cianciando. Enrico approva sogghignando alla grande sotto i suoi occhiali da vista gramsciani e l'espressione ironica tipica di noi del sud mediterraneo. Che è poi la stessa di Carlo, nonostante il suo essere del tutto alpino. Più alpino delle alpi, se si può dire. Man mano che saliamo cominciamo a sudare e le bacchette danno non poco conforto alle nostre schiene impiegatizie, accompagnando gli sforzi della muscolatura delle gambe di appena abituali camminatori di pianura. Ma in montagna è un'altra cosa. Devi scegliere le parole da dire e dirle al momento giusto, infilandole fra uno sforzo respiratorio e l'altro e in mezzo ai rivoli di sudore che cadono copiosi, nonostante la temperatura accettabile, rispetto a quella di provenienza. Lungo il percorso notiamo molti alberi secchi, segno che la siccità sta colpendo persino la montagna, che non ne ha mai sofferto. I loro tronchi sparsi su terreno sono lasciati disordinati, segno d'abbandono di questi sentieri escursionistici, in luogo delle gite in auto il più vicino possibile ai rifugi alpini, ridotti sempre più a mangiatoie per turisti e sempre meno a premi di conforto al termine di uno sforzo che dona salute e tempra lo spirito. Ad un certo punto varchiamo il confine fra italia e Svizzera e qui, spiace dirlo, si nota subito la differenza: percorsi puliti, legna di alberi secchi tagliata e raccolta ordinatamente e case cantoniere attive, a differenza dei vecchi ruderi diruti di quelli che una volta dovevano essere i posti di frontiera italiani, incontrati poco prima, lasciati incustoditi e in stato di degrado modello Beirut anni '80. Sembravano letteralmente bombardati! Enrico dice, eccerto, qui da noi bisogna prima fare le gare d'appalto , che poi vincono quelli che pagano i dipendenti due dita negli occhi. Subito dopo incontriamo delle mucche al pascolo, bianche pezzate d'arancione, che ci guardano con una certa sorpresa ma senza scomporsi più di tanto. Commentiamo che il loro latte deve essere buonissimo, se si nutrono di erba di montagna , certo in contrasto, con le mucche da me viste in un allevamento lombardo, rinchiuse in due metri di box metallico, con la mangiatoia legata alla bocca , sicuramente ripiene di antibiotici...e lo sanno tutti, tanto che una volta per scherzo la mia dottoressa, per un'influenza, mi disse, si faccia una bistecca, è la stessa cosa che prendere gli antibiotici ed è più gradevole."Dopo due ore e mezza giungiamo in prossimità del rifugio, scorgiamo la bianca sagoma del Rifugio Prabello, sullo sfondo di una valle in mezzo alla quale si scorge il lago di Como. Ci fermiamo nel recinto, davanti a delle panche di legno e ci cambiamo, gettando un occhio ai tavolacci all'aperto, dove , sono le 11,40 circa, partiti alle 9,30, circa, c'è già seduto qualche avventore. Mentre ci cambiamo e asciughiamo, ammiriamo lo splendido paesaggio di case dai tetti rossi di Como e dintorni e in mezzo a due cime, lo specchio appannato di foschia, ma non per questo meno affascinante, del Lago di Como. Ci avviciniamo ai tavoli di questo rifugio che si presenta come un parallelepipedo con un grande tetto a spiovente, di certo essenziale, ma con un'insospettabile capacità di 25 posti letto, respirando a pieni polmoni l'aria salubre dei 1200 metri. Mentre ci sediamo, Carlo, immancabilmente aveva prenotato il giorno prima, ci accoglie un camminatore di montagna piuttosto agè, un perfetto sosia di Giuseppe Garibaldi e infatti, familiarizzando con noi, così ci dice che possiamo chiamarlo. Ci racconta che viene da un paesino lì nei pressi e che una volta, prima dei bombardamenti alleati, aveva un'azienda tutta sua a Milano. Mentre ci sediamo lo ascoltiamo raccontare...i vecchi hanno da raccontare e , posso di certo dirlo, i vecchi, nell'epoca dei social ridotti a mitraglia-insulti, lo sanno fare meglio di chiunque. E ora mangiamo, il meritato premio. Cinzia, la moglie del cuoco, una bella e sorridente ragazza incredibilmente affabile, tanto che accetterà alla fine che paghi con bonifico, non avendo con me contanti ne' linea telefonica, senza nemmeno chiedermi le generalità ( è proprio gente genuina di montagna, ma dove li trovi più?), ci snocciola il menu ( rimando i più curiosi a visitare il sito internet) e ciascuno di noi sceglie quello che ritiene più opportuno: io ed Enrico scegliamo la polenta uncia (non si può andare in montagna senza consumare la polenta persino d'estate), per i profani, polenta con formaggio fuso. Carlo invece, precisando che è vegetariano ( per lui gli animali hanno un'anima- e sono d'accordo)prende i tagliolini al pesto. Cinzia apprendendo che è vegetariano gli fa una battuta sull'uovo dei tagliolini. L'importante è che non ci sia carne, io sono un vegetariano animalista, il salutista è una conseguenza. Tutto detto da entrambi senza spirito di polemica, ma per puro sfottò reciproco. Innaffiamo il tutto con barbera su consiglio di Garibaldi. Restiamo ad ammirare il paesaggio, mentre mangiamo su un tavolaccio tipico, all'aperto constatando che il tempo atmosferico ha retto stupendamente, regalandoci un' ennesima indimenticabile splendida giornata di pieno contatto con la natura. E ce lo prendiamo come regalo divino, in attesa che l'uomo distrugga tutto, persino i moscerini, diminuiti negli ultimi anni a morire sui deflettori della automobili, ennesimo segnale della morte lenta e permanente del nostro bel pianeta che i signori delle multinazionali non hanno intenzione di consegnare intatto a figli e nipoti. Forse, visto che ora c'è l'intelligenza artificiale, queste menti da australopitechi moderni, pensano che giocoforza anche il pianeta è destinato a diventarlo! Torniamo in discesa e completiamo il nostro percorso circolare, usando i muscoli in frenata ( chi ha detto che in discesa si soffre meno?)continuando a parlare di un mucchio di cose interessanti, di betulle che crescono in montagna perchè hanno acque e terreno fertile, del fatto che intorno a loro crescano dei funghi allucinogeni ( questa la sapevo io) e di quanto era buoni il pane e i dolci fatti da Carlo, con delle particolari miscele di legumi e spezie. Al ritorno passiamo da un supermarket in Svizzera per acquistare prodotti biologici che in Italia, udite udite e ...ma va? costano il triplo. Prendendo un'ascensore incontriamo una famiglia svizzera. I due figli piccoli ci dicono buongiorno. Ci guardiamo in faccia. Be', meno male, non tutti gli esseri umani sono discendenti di popoli alieni che sono stati lasciati sulla terra da astronavi extraterrestri con il compito di distruggere il pianeta...
Foto di Enrico.
martedì 25 giugno 2024
L'ultimo vagabondo americano, di Jack Kerouac.
L'ultimo vagabondo americano, di Jack Kerouac.
E' un libro di racconti del grande scrittore americano di famiglia francocanadese. Un Kerouac, in questo libro, ai massimi livelli, narra le vicende di un'epoca, a cavallo fra gli anni '50 e '60, in cui, uno scrittore doveva raccogliere materiale narrativo. E il modo migliore per farlo era fare esperienza, immergersi nel gorgo della vita, vivere lavori semplici, manuali, considerati di bassa forza, che fornissero quel milieu dostoevskijano foriero di un Pantheon di personaggi che rappresentassero la cifra antropologica di un'epoca che ha avuto uno spirito libertario e anarchico senza eguali. Kerouac racconta le sue esperienze come mozzo di bordo, come frenatore in ferrovia, alternandole ai racconti di viaggi, che svolge alternandoli ai lavori e con quel poco che guadagna , investendo nella mobilità esplorativa di paesaggi naturalistici e umani esistenziali: in Messico e Marocco ( ospite di William Bourroughs a Tangeri), dove conia il termine Fellaheen, normalmente agricoltore arabo, ridandogli un nuovo significato, nel senso di "semplice della terra", sì, i Fellaheen sono i semplici della terra ed erediteranno il mondo ( concetto molto cristiano, e Kerouac, seppur forsennato studioso di buddhismo non abbandonò mai il cattolicesimo, e anzi usò il buddhismo per cercare analogie spirituali fra le due dottrine) e sperimenta droghe, mescalina, oppio, marijuana. Gustosa le descrizione della scena newyorkese dell'epoca, con riferimenti a Thelonious Monk e John Coltrane ed al famigerato Village ( prese a prestito dal jazz la prosodia musicale spontaneista e priva di correzioni che s'era inventato e con esiti espressivi notevoli). Parla di un'eperienza solitaria al confine con il Canada, lavorando come avvistatore di incendi, per 63 giorni, autoimpostasi per depurarsi dalle droghe, dal sesso e da bagordi vari. In seguito viaggia in Europa: Parigi e Londra, in particolare, -viene fermato in Inghilterra e vogliono rimandarlo indietro perchè ha in tasca 15 centesimi di dollaro, ma si salva mostrando un giornale che parla di lui come scrittore in un articolo sul grande Henry Miller, adorato in Francia-, chiudendo questa carrellata di racconti, infine, con un piccolo capolavoro: breve saggio sulla scomparsa dell'Hobo americano, del vagabondo sotto le stelle che viaggia gratis sui treni merci notturni, dorme in sacchi a pelo, insegna ai bambini esperienze di vita, va in autostop, inghiottito ormai nel buco nero di un consumismo esasperato che sta inghiottendo l'America in una spirale di terrore per ogni forma anarchica di libertà rinchiudendola negli scantinati di una morale bigotta soggetta solo al mercato...Kerouac in questo libro ci insegna che il vero scrittore, il vero narratore, non esce da alcuna Università, da alcun circolo letterario, studia leggendo i grandi scrittori cui hanno dato successo i lettori ( era un epoca in cui il marketing lo stabilivano ancora più i lettori che le macchine propagandistiche) e si sporca le mani con la vita vera, con l'aspetto del sopravvivere, portandosi in giro la sua valigia di libri da leggere e taccuini da riempire. Consigliatissimo.











