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lunedì 26 agosto 2024

A spasso con lo scrittore

 Con Tonin, lo chiamo così, con quel cognome che sembra un nome delle mie parti, ci incontriamo sempre alla stazione ferroviaria di San Cristoforo , a Milano, zona Giambellino. Abbiamo quasi un appuntamento fisso, un paio di volte al mese, ci incontriamo in questa stazione ridotta a cantiere-ci stanno facendo un ponte che ha l'ambizione di attraversare il naviglio-quasi in disuso, con biglietterie automatiche, personale latitante, bar assente, vecchi bagni, un parallelepipedo lungo i binari sgretolato dal tempo e infestato di graffiti e all'ingresso laterale un vecchio pino dal tronco nodoso, sotto panchine di calcestruzzo sbriciolate, nel prato secco venti piccioni pasturano semiaddormentati dal un caldo di 35 gradi misto ad un'umidità tropicale. Tonin arriva con il treno delle 16,10 da Lomellina. Scende dal treno e dà un'occhiata in giro con i suoi occhiali da vista, pantaloni attillati e maglietta blu, magro come un chiodo, espressione da saggio del deserto. Ci stringiamo la mano. Tutto bene? Sì, dice. Oggi facciamo via Giambellino? Chiedo. Per me va bene, siamo assolutamente liberi da qualsiasi google maps che non sia la nostra vista e curiosità, dice. Le ricette dello scrittore. Attraversiamo piazza Tirana, di fronte le case popolari fatiscenti sono state abbattute, una sudamericana di colore in carne attraversa la strada, due giovani arabe con l'hijab la incrociano e si salutano. Da molti anni via Giambellino, storico quartiere di migrazione pugliese, specie del foggiano è andata popolandosi di nuovi migranti stranieri provenienti da ognidove nel mondo: arabi, sudamericani, indiani, cingalesi, filippini, tanto che viene fatto di pensare che la globalizzazione ha ucciso anche il sogno del viaggio, oggi le altre culture ci visitano e si mischiano alla nostra, a volte piacevolmente, per quanto mi riguarda. Paradossalmente non c'è più bisogno di viaggiare, basta allargare la cerchia delle amicizie e si possono imparare nuove lingue, nuovi linguaggi , persino altre religioni, sempre comunque il tutto filtrato inevitabilmente dal vangelo del bisogno. Facciamo due passi e subito entriamo in svariati argomenti: Tonin è uno a cui piace parlare ed è molto curioso, sprizza teorie in continuazione da tutti i suoi pori comunicativi: sostiene ad esempio che se vuoi sapere la verità sulle cose, sul mondo, in politica, devi leggere e ascoltare gli estremi, l'estrema destra e l'estrema sinistra, perchè i centrodestra e i centrosinistra del mondo sono un allevamento di classi dirigenti ridotte a gestire i rapporti fra le multinazionali e i governi e gli apparati burocratici degli stati, o quel che ne resta. Lui segue sui social determinati personaggi e ne trae conclusioni, nuove convinzioni...come per esempio Arnolfi un ex terrorista di destra che si dichiara europeista e odia al tempo stesso Stati Uniti e Russia, due facce della stessa medaglia imperialista. Dice che Usa e Russia alimentano un fenomeno migratorio sulla base di immigrati di terza generazione che non hanno più alcun legame con le proprie tradizioni culturali ma sono un patchwork di etnie tenute insieme soltanto da interessi economici e la Russia liberando il governo nigeriano dal divieto migratorio sta usando i flussi migratori per indebolire l'Europa. In sostanza russi e americani giocano la stessa partita economica facendo finta di combattersi solo per indebolire economicamente l'Europa. Oddio sul fatto che gli americani vogliano indebolire economicamente e politicamente l'Europa, non ci vuole il mago Merlino per capirlo, dico. Tonin sorride. Seguo le conversazioni che tengono su Facebook questi estremisti di destra e sorrido delle loro dispute fra galletti da combattimento ormai in pensione , se non nel libro paga della Cia. Perchè al netto del fatto che l'Europa non si libererà mai del giogo americano, il vero obbiettivo è la Russia e la sua distruzione come superpotenza ancora in grado di contrastare gli interessi politico-militari-economici, americani, chiosa. Mentre parliamo incontriamo degli arabi in monopattino e due in bicicletta che, sul marciapiede, ci fanno segno di spostarci. A proposito del globalismo multirazziale che ha solo scopi economici e nessuna voglia di confronto o integrazione. Sulla destra, marciapiede del tutto assolato, una via l'altra, macellerie islamiche, negozi di cibi etnici. Questi negozi, non quelli islamici, vendono superalcolici, dice Tonin, fino a notte fonda. Milano è una città di alcolizzati, non lo sapevi? Del resto come si fa ad essere soddisfatti con la vita che si conduce. Il capitalismo ci ha messi tutti a lavorare, per pagarci da sopravvivere, così non hai il tempo di pensare, questo è il trucco, dice Tonin. Lo diceva anche Bukowski, dico io, in molti suoi libri. A proposito del lavoro straordinario, che il vero scopo era non dare sufficiente tempo libero, perchè si correva il rischio che si potesse pensare. Però il più grande di tutti, continuo, è stato Manuel Vasquez Montalban. Lui ha inventato Pepe Carvalho, strana figura di detective privato, ex comunista ed ex agente della Cia, convertitosi al marxismo della variante gastronomica, arricchendo i suoi finti gialli, in realtà trattati di antropologia,sociologia, storia, filosofia,filtrati da un suo personale umorismo molto catalano e , se la devo dire tutta, simile ad un certo umorismo pugliese. Del resto, aggiungo, l'analisi di un paese deve cominciare da qualche parte e la tradizione gastronomica dice molto se non tutto.  Sarà, dice Tonin, non avevo mai pensato in questi termini. Solchiamo via Giambellino, al centro le rotaie dello storica linea del tram 14. Il Cinema Pussycat, ormai chiuso da anni e ridotto ad un rudere, fatiscenti vestigia di un degrado umano ed esistenziale che lo aveva fatto diventare un bordello intersessuale per sesso a basso costo ed altissimo rischio. Ai lati dei binari del tram delle recenti aiuole, sui rispettivi lati del viale molti Kebab e un arabo che fa cibi da asporto economici con la cucina a vista, con tre donne  impegnate costantentemente a sorridere in mezzo all'aria condizionata dal fritto. Poco dopo sulla destra dove stiamo camminando sul marciapiede con grande attenzione ai particolari spunta una chiesa,  la Chiesa del Santo Curato D'Ars, che si presenta come un capannone industriale con all'ingresso, sul fronte una grande croce d'acciaio che ricorda l'equivalente delle architetture sovietiche in versione cristiana. Una chiesa così, in questo luogo, in questo quartiere dove avevano abitato i genitori di Abatantuono insieme a molti altri della capitanata immigrati nel dopoguerra ( pochi giorni prima avevamo visto la casetta dove abitavano i suoi genitori), non può non essere una chiesa della Teologia della liberazione. Specie ora che il quartiere si è trasformato in multietnico e sono quasi più i mussulmani che i cristiani in linea d'aria. La chiesa di periferia come bastione della difesa della tradizione spirituale, non dell'occidente cristiano, ma di una spiritualità omnicomprensiva di un Dio unitario che sfami i poveri, attraverso un circuito assistenziale senza pregiudizi. Le case del popolo qui non ci sono mai state, che io sappia e allora ben venga la chiesa, al di là della religione, al di là del bene e del male. Stiamo sempre camminando lungo via Giembellino, 25 agosto, più gente in giro, molti sono tornati dalle vacanze mordi e fuggi, di massimo una settimana, alcuni non sono mai partiti, altri sono come quel vecchio con la stampella che sere fa in piazza Tirana si grattava le caviglie per le impietose punture di zanzara, 40 anni a Milano e non può più tornare indietro all'otre di terracotta pieno d'acqua di pozzo, fra un'aratura e l'altra e qualche pomodoro strappato al volo e consumato già salato di suo...gli anni sono passati e i soldi non sono arrivati o sono finiti. Tonin fotografa la chiesa e qualche altro particolare. Mi parla dei suoi lavori, con passione, mi parla dell'arte dello scrivere come una necessità fisiologica, aria per i polmoni incancreniti d'aria molesta, di gente molesta, di sistema di vita molesto, di lavori molesti e persone moleste, persone moleste che racchiudono tesori, vite segrete, pronte per essere raccontate a occhi che sappiano ancora leggere, possibilmente sulla carta e non solo scrutare spunte blu su schermi di vetro. Lungo le pareti dei muri di via Giambellino, graffiti senza significato, o forse un significato ce l'hanno, la schizofrenia comunicativa, a furia di non essere considerati niente è meglio essere considerati vandali. Camminiamo ancora con Tonin, non ha la Tv, legge pochissimo perchè ha letto molto in passato, motivo per cui possiede ora un lessico ricco, molto ricco, naviga molto in rete ed è attento alle novità, ma non ha mai tradito la sacra  musa della scrittura. Tutte le sere , nel tempo libero si mette lì, al pc a limare le sue storie, i suoi personaggi, i suoi racconti, mentre il mondo vive di followers di seni nudi e cuochi di strada e viaggiatori che mostrano qualcosa che le nuove generazioni non hanno mai visto, mentre noi abbiamo visto quello che nessun'altra generazione ha mai visto, e pensato quello che nessun altra generazione ha mai pensato, che è a questo che serve uno scrittore: scrivere, perchè non sai fare altro, di quello che conosci meglio, persino filtrato dalla fantasia...Passiamo davanti ad un altro Kebab, al numero 15 , l'Anatolia Kebab, gestito da dei fratelli curdi che macellano il vitello secondo la tradizione halal, racconto a Tonin. Lui  registra con la mente e con lo sguardo, e certo prima o poi diventerò uno dei suoi personaggi reali con nomi cambiati. O forse no. Poco dopo la storica Piazza Napoli, con il Ducale, cinema d'essai ormai agonizzante, a proposito dell'agonia di un mondo che sta scomparendo e che comprende i libri di carta e i cinema e i pop corn e persino gli intervalli seduti in una sala gremita dove ti volti con lo sguardo da ciclope del tennis e broccoli. Una sosta al drago verde non ce la leva nessuno. Bevo con il cavo delle mani e mi ricordo Diogene il filosofo greco che viveva in una botte e beveva in un guscio vuoto:" ho visto un ragazzo che beveva nel cavo delle mani, lui è più ricco di me". Una donna araba sciacqua la fronte al suo bambino con una mano e con l'altra tiene lontano l'altra piccola, dal fondo della fontana, caldo a 35 gradi, sotto gli alberi di questi giardini di piazza Napoli. Percorriamo un tratto di viale Misurata e , infilatici in un complicato intrico di stradine , finiamo in via Romolo Gessi, dove le facciate dei palazzi, molto belle, d'epoca, come dicono i giornalisti che non sanno di che epoca, ci accolgono gialle e rosate appena accarezzate dalla luce del tramonto. Poco dopo un altro parco e altri bei palazzi. Milano sembra così. un inseme di quartieri a cui non manca mai il parco. Per le famiglie, col drago verde al centro a dispensare acqua e  refrigerio o spaccio di droga, a seconda delle zone e delle situazioni.



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domenica 25 agosto 2024

Il Premio, di Manuel Vasquez Montalban

 Se esiste uno scrittore che ha ancora da dire nonostante non ci sia più, beh, questi è Manuel Vasquez Montalban. In questo ennesimo capolavoro della letteratura gialla, per modo di dire, perchè definire gialli i suoi libri è senza dubbio riduttivo, Manuel Vasquez Montalban mette in scena un racconto ancora una volta straordinario , che prende la stura da un Premio Letterario,Venice, istituito da un miliardario eccentrico, Lazaro Conesal, figura assolutamente contraddittoria e dotata di una propria filosofia cinica che gli ha del resto permesso di farsi una posizione facendosi largo nel capitalismo spagnolo e non solo. Bell'uomo pieno di contraddizioni, come del resto è il capitalismo suo brodo di coltura, il maturo imprenditore mette in scena questo premio di 500 milioni di pesetas, cifra enorme, ma compone una giuria e si avvale di consiglieri che egli paga per non giudicare alcun testo, arrogandosi egli medesimo il ruolo di giudice supremo e di decisore finale circa l'assegnazione del premio. Il luogo della cerimonia, da qualche parte a Madrid, attiguo alla residenza di Lazaro Conesal , si riempie di strani personaggi della letteratura spagnola e di imprenditori, che vorrebbero cogliere l'occasione per scambiare due parole con il Patron, a vario titolo. Pepe Carvalho, detective ex comunista , ex agente della Cia, ex tutto, ormai convertitosi ai piaceri della tavola come gourmet quasi professionale, autodefinitosi marxista della variante gastronomica, viene contattato da Alvaro Conesal, figlio del tycoon spagnolo, al fine di sorvegliare la cerimonia e proteggere il padre, in quanto, avendo molti nemici, corre rischi per la sua vita. L'introduzione al racconto è gustosamente ironica, al limite del sarcastico, a volte persino autoironica, sinonimo di intelligenza dell'autore, fa a brandelli tre quarti dell'intellighenzia letteraria spagnola, non dubitando che dietro decine di pseudonimi si nascondano personaggi realissimi ( che immagino , dato l'alto tasso di permalosità degli intellettuali di tutti i tempi e luoghi se la saranno presa a male). E Montalban mette in scena questa demolizione antropologica intessendo decine di dialoghi fra gli invitati al premio. Carvalho ascolta distratto, più invaghito dei piaceri del meraviglioso bar messogli a disposizione dal figlio di Conesal, che gli consentono di scoprire una marca di Wiskey particolare, lo Scapa, originaria di un'isoletta delle Orcadi scozzesi ( adesso so cosa regalare per un regalo di prestigio). Carvalho non ama molto spostarsi da Barcellona e torna a Madrid dopo alcuni anni , precisamente ci era stato nel 1980, per indagare sull'omicidio del segretario del Partito Comunista Spagnolo, da cui il testo "Assassinio al comitato centrale", e ritrova alcuni protagonisti di quella vicenda, la sua assistente all'indagine, Carmela, che nel frattempo ha avuto un figlio amante dell'Heavy metal che parla come un troglodita postmoderno. Nel frattempo, nemmeno il tempo di prendere posizione nella hall del premio, attigua alla residenza del Conesal, che si sparge la voce che il tycoon è stato trovato morto nella sua camera da letto, presumibilmente a causa dell'ingestione di alcune capsule di Prozac, essendo ciclotimico era affetto da periodi di alti e bassi, sostituite ad hoc con della stricnina. Subito l'indagine prende corpo, la sera stessa del delitto o presunto tale, questo lo lascio alla curiosità di chi voglia leggere il testo , condotta dall'ispettore Ramiro, con Carvalho sullo sfondo, un Carvalho che ritrova un ex torturatore franchista soprannominato Dillinger, ambiguamente a capo della sicurezza di Conesal. Dagli interrogatori con i vari personaggi, critici letterari, ex alleati economici di Conesal, viene fuori di tutto, tradimenti con mogli altrui, intrighi, minacce. Solo la sapiente ragnatela di Carvalho, appollaiato dietro l'apparente sicurezza dell'Ispettore Ramiro, consentirà infine di scoprire la verità. E il premio, infine, sarà stato assegnato? Agli intrepidi lettori il compito di scoprirlo.  Consigliatissimo!



giovedì 22 agosto 2024

Sulle orme del Che, Patrick.Symmes.

 Sulle orme del Che, di Patrick Symmes. 


50 anni dopo il mitico viaggio lungo tutto il Sudamerica di Ernesto Guevara de la Serna Lynch , non ancora noto come Che, in compagnia di Alberto Granado sulla leggendaria moto Poderosa II,  Patrick Symmes , un giornalista liberal americano famoso per i suoi reportage in luoghi e paesi pericolosi, decide di ripercorrere le orme del grande  guerrigliero argentino amato da sempre in tutto il mondo,  alla scoperta dei motivi della sua trasformazione da studente di medicina  a rivoluzionario,  ministro dell'economia di Cuba e portavoce del governo di Fidel Castro all'Onu. Durante questo viaggio intriso del tipico scetticismo yankee e quindi per questo del tutto non agiografico,  traspare una malcelata ammirazione per l'uomo e per il guerrigliero Che Guevara , un uomo apparentemente normale, che combatté tutta la vita con una forma grave di asma e che combatté e uccise restando ferito innumerevoli volte , uccise all'interno di un determinato contesto storico, accanito lettore, eccellente scrittore, brillante oratore e giocatore di scacchi, nonché eccezionale combattente e medico esperto in leprologia.  Ripercorrendo il lungo viaggio che il  giovane Che fece con Granado, Symmes da' anch'egli un nome alla sua moto, Kooky,  diminutivo anglicizzato di Cucaracha,  Scarafaggio,  in onore della canzone colonna sonora del suo viaggio , intervista la prima fidanzata del Che, ancora  viva, attraversa il Perù  , intervista i guerriglieri  del movimento maoista Sendero Luminoso,  in un carcere incredibilmente autogestito, per un accordo che voleva le famiglie delle guardie penitenziarie  minacciate di morte dai militanti del movimento fuori, parla con molti protagonisti viventi che avevano conosciuto il guerrigliero argentino , o che ne avevano ricalcato le orme ispirandosi a lui, come Hugo Blanco, via via , tra una caduta e una foratura via l'altra e un pranzo frugale in un bordello mentre un camionista si dà da fare con una lavorante del posto ,  fino a Vallegrande,  in Bolivia, dove ebbe fine la gloriosa vita dell'argentino, ucciso da un segente dell'esercito boliviano gravido di birra su ordine della Cia. La vicenda si conclude a La Habana  con la cerimonia della sepoltura dei resti del Che a cui Symmes assiste, appena dopo l'inevitabile intervista finale ad Alberto Granado. Opportuna e calzante la postfazione finale di Wu Ming . Lo consiglio a tutti gli amanti dei libri di viaggio,  a prescindere dal contesto storico narrato.


mercoledì 7 agosto 2024

El Jaladito

 El Jaladito


Spesso tornando a Corsico da viale Certosa , via via Gallarate, imboccando un anello di strada che ci riconnette alla tangenziale, io e Synthia, vedevano in mezzo agli alberi, tra i cespugli , una luce che sporgeva come da una finestrella, qualche spruzzo di vapore e un mucchio di persone assiepate intorno a dei tavolini. Ora Synthia, la mia compagna, venezuelana, di Maracaibo, è molto curiosa e dotata di istinto urbano, tutte le volte diceva, debe ser un puesto donde se come en la calle. Così una sera ci siamo fermati. Abbiamo parcheggiato nel parcheggio di via Pisacane, territorio di Pero. Siamo scesi e a duecento metri , in lontananza, a lato di un nugolo di tavolini e sedie ricolmi di gente vociante neanche si fosse in un suk del Cairo, musica latina , salsa e reggeatton, vapori di fumo e una luce che mostrava come incorniciata l'icona dell'eroina della serata: una ragazza dal somatico indio, i capelli legati dietro, all'interno di questo cono di luce nella cornice di un camioncino, come una madonna latina, madida di sudore, Ci avviciniamo e passiamo in mezzo a dei tavoli pieghevoli intorno ai quali la gente stava seduta su dei sedili di plastica: tutti latinamericani. Famiglie con bambini al seguito, zii, cugini, ad occhio lavoratori, brava gente, gente che si fa il mazzo da mane a sera e non vuol perdere le abitudini maturate nella madrepatria, lo street food come modalità social sempre in voga dalla notte dei tempi, social primitivo che non tramonta mai, guardarsi in faccia, sorridersi, discutere, davanti ad una bottiglia di cerveza, Heineken, per quel che riguarda Synthya; la quale, vivace, solare e socievole all'ennesima potenza, com'è, entra subito in sintonia con la ragazza che cucina , nel cono di luce, con davanti una piastra elettrica. E la fa sbellicare dalie risate, aggiungendo allegria all'allegria. La ragazza si chiama Rosi. E' salvadoregna, ci spiega che in quel camioncino cucinano e vendono piatti tipici di El Salvador. Carne di manzo con mandioca fritta, insalata giardiniera con peperoncino piccante giallo e le caratteristiche pupusas, meglio conosciute in altri paesi latini col nome di arepas, fagottini di farina di mais ripieni di pollo, carne, formaggio fuso . Mentre Vencenslao, il dinamico e corpulento nero salvadoregno, proprietario del posto, ci piazza un tavolo pieghevole e due seggiole e ci stappa un paio di Heineken, Synthia familiarizza con tutti. C'è un equadoregno bassino, panciuto, che accennando a qualche questione di politica, dopo la recente contestata rielezione di Maduro in Venezuela ( los yanquis queren el petroleo), che quoto, finisce per raccontarci che ha un cognato di Aleberobello e che non ha mai mangiato meglio in vita sua se non durante una recente grigliata estiva in quel di Puglia all'onbra dei trulli., Puglia es un lugar hermoso donde la comida es tan buena! A testimonianza ulteriore del fatto che noi pugliesi siano i sudamericani d'Italia. Nel frattempo le scene cambiano, mangiamo seduti e parliamo con tutti, Synthia scherza con dei salvadoregni che sono seduti su un tavolo all'aperto hanno le loro facce ben piantate davanti ad un piccolo ventilatore che nella circostanza di caldo torrido d'agosto infestato da zanzare modello cicogne, come dice Sybthia, ha lo stesso effetto di una stufa in una tenda tuareg nel sahara. Poi sfotte gli zii o finti zii sposati che fanno la corte a delle ragazze molto giovani, mora una e biondal'altra, le Paola e Chiara del luogo, che finalmente apprendo, leggendo il nome sulla fiancata del camioncino, chiamrsi El Jaladito. Il nome significa moltecose, ma nella circostanza , significa traino, qualcosa che è trascinata, retaggio probabilmente di quando il cibo di strada veniva distribuito su carretti trainati da cavalli. La serata prosegue allegramente e le pupusas sono buonissime (costano solo due euro). Rosi passa a Synthia al volo un flaconcino di Autan, perchè lei è sangue dolce e le zanzare la prediligono. Del resto è anche questo il suo criterio di valutazione delle persone, un istintivo meccanismo di sangue dolce e buone vibrazioni e Rosi, lì, nel caldo torrido, davanti alla piastra, nella cornice di luce del camioncino, figura iconica della serata , la conquista e intenerisce. Rimaniamo quasi per ultimi, in questo luogo misterioso, in questo spicchio di centramerica sul limine dei grandi quartieri milanesi, dove abbiamo passato qualche ora di spensieratezza, alla maniera dei latini, che è poi la stessa di tutti i paesi che non hanno dimenticato da dove vengono, dalla strada, cioè, e che la strada è la loro casa, la strada la loro vita, la strada li ha fatti incontrare, qualche volta scontrare, innamorare, litigare, vivere tra queste pareti d'aria senza pareti, una delle ultime Ztl, come le chiamo io: Zone Temporaneamente Liberate. Prima di andare via Synthia, di nascosto da me, si fa dare un sacchetto di chicharrones ( cotenna di maiale fritta). Più tardi in macchina si divide con me, divina sorpresa di un momento di felicità di qualche ora, se è vero, com'è vero, che la felicità è nelle piccole cose. Magari dura quanto un pezzo di chicharron. Quien sabe?



sabato 3 agosto 2024

Gimmi's situation

 

                                                     Gimmi's situation

Con Gimmi ci sediamo al tavolo della mensa. Occhiali da vista, sorriso bonario e ironico, laureato in Scienze Politiche. Sono tifoso del Torino, dice, me l'ha passata mio nonno sul letto di morte, questa passione, Comunista, aveva in camera una foto del grande Torino scomparso in un incidente aereo sulla collina di Superga. Mangiamo allegramente il nostro pasto attenua stress. Sai, continua, io ho lavorato sei anni in un Autogrill, sotto un ponte di zona Viale Certosa. Ne avrei di storie da raccontare. Racconta, faccio, fra un boccone e l'altro di mozzarella e pomodori. Lì vicino c'era un campo Rom e da lì venivano da noi in Autogrill a mangiare, bere il caffè. Una volta mi hanno scheggiato la macchina. Non so come sia successo. Mi hanno detto che il giorno dopo sarebbero venuti a ripararmela. Non li ho visti più per mesi. Un giorno, dopo molto tempo è venuto un capo Rom. Portava un paio di quegli anelli del potere enormi, diamanti, credo. Mi si avvicina io stavo lavorando al banco bar. Gianni, mi dice. Mi chiamava Gianni. Tutti loro mi chiamavano Gianni. Mai Gimmi. Solo Gianni. Gianni, mi dice, più tardi lascia la macchina a questo indirizzo e torna a prenderla domani. Io un po' perplesso ho annotato l'indirizzo e quando sono smontato sono andato a quell'indirizzo. Era un carrozziere Rom. Ho pensato, domani ne trovo due di macchine. E rideva , Gimmi, mentre mi raccontava questa storia. Oh, comunque, fa, il giorno dopo sono andato e la macchina era ancora lì. L'avevano riparata. Devo qualcosa? Ho chiesto. Niente, è stata la risposta, te lo dovevamo fare, il lavoro, ma ce n'erano altri da fare, prima. E ride Gimmi, capito, gli zingari? Dopo dicono...Anch'io sorrido. I luoghi comuni non muoiono mai, dico. Poi, fa, continuando Gimmi, addentando una fetta di salmone affumicato, erano sempre lì, i rom, dentro al bar dell'autogrill. Ridevano e festeggiavano sempre, bevevano, mai un litigio. La gente telefonava alla polizia e una volta è arrivata una pattuglia. E che è successo, chiedo. Hanno parlato un po' e dieci minuti dopo stavano bevendo insieme ai poliziotti e ridevano tutti a crepapelle. Eh, ne ho tante di storie da raccontare, sei anni sono tanti. Perchè la gente chiamava la polizia? Chiedo. Boh, fa. E chi lo sa.Finiamo di mangiare, portiamo i vassoi nei raccogli vassoi. Stai fotografando, Gimmi? Sì, fa lui, col cellulare, scatti all'impronta, istintivi. Vedo sempre le sue foto su Facebook e su Instagram. C'è dell'arte, dentro. Le foto fermano il tempo, lo congelano. Sono quadri, è come l'occhio ha colto l'attimo, quell'attimo che si sceglie e non vedono tutti. Sai, mi fa, mentre torniamo al lavoro: ho deciso di comprarmi una macchina fotografica nuova. Una digitale con lo stesso sistema delle non digitali. La vita è come un gambero, un passo avanti e due indietro. Non in tutto è sbagliato, questo modo di procedere. Non voglio premi né riconoscimenti, voglio mostrare battiti di palpebre e immortalarli per sempre...dopo ti senti bene. Dopo stai bene. Perchè hai fatto quello che dovevi fare. E nessuno ci può fare niente, piaccia o meno. Non è un mondo da fermoimmagine. É un mondo filmico, un modo troppo veloce per fermare battiti di palpebre. Hai ragione Gimmi, andiamo a guadagnarsi il pane, dico. Per questo però bisogna restare con gli occhi aperti. Già, se chiudi le palpebre potresti sognare e nessuno vuole i sogni. Non sono popolari...

                                                                      




















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